La chiesa di Crespina – Silvestro Lega, 1886 – olio su tavola cm 18,5×32
Riportiamo questo raro e importante scritto, frutto del rigoroso e attento studio di Don Piero d’Ulivo, priore di Valtriano, in occasione delle celebrazioni del centenario della chiesa parrocchiale di San Michele a Crespina.
CRESPINA E IL SUO SAN MICHELE
1989
INTRODUZIONE
Il profilo storico della chiesa di San Michele di Crespina che vado a delineare si divide in tre periodi: il primo, che arriva fino all’anno mille, è privo di documentazione precisa e si affida ad ipotesi o ad alcuni riferimenti indiretti; il secondo, dall’anno 983 sino alla fine del mille e settecento, ha una buona documentazione, già conosciuta dal Mariti nel suo manoscritto e poi anche edita (riprendendola da lui) da vari autori come il Repetti, il Bocci ed il Caciagli; il terzo, dall’inizio dell’Ottocento fino ai giorni nostri, si basa prevalentemente sulla documentazione, non ancora a conoscenza del pubblico, esistente nell’archivio parrocchiale di Crespina.
L’oggetto di questo profilo è la chiesa di San Michele, intesa come monumento e come centro della comunità parrocchiale: ha come suggerisce il titolo un richiamo costante a Crespina ed alla sua gente senza tuttavia descrivere la sua storia civica e sociale.
Per una più agile lettura, il testo è stato alleggerito da troppe citazioni documentarie: chi desiderasse una tale maggiore completezza potrà trovarla nelle note, in una seconda parte comprendente la trascrizione – nella loro parte significativa – dei documenti più importanti, e nella bibliografia da tenere anch’essa ben presente.
don Piero d’Ulivo
PROFILO STORICO
Crespina
Troviamo per la prima volta questo nome in un documento dell’archivio vescovile di Lucca, che risale all’anno 983, con il quale Teudigrimo, vescovo di Lucca, allivella a un certo Willelmo i beni della pieve di Atriana e quanto debbono “i singoli uomini che abitano nei villaggi di pertinenza ad essa (pieve)”: fra questi villaggi è citata anche “Crispina” o Crespina.
Questo documento ci dice che, alla fine del primo millennio della nostra èra, in Crespina viveva una comunità piccola che si riconosceva, ed era riconosciuta, nella comunità più ampia di Atriana.
Tali comunità più ampie si dicevano “pievi” dal latino “plebes” o popoli. La pieve di Atriana (o Triana o Triano così come variò nel tempo la dicitura) comprendeva i popoli di Lari, Crespina, Lavaiano, Perignano e altri minori: aveva il suo centro in una grandiosa e solida chiesa situata fra Lari e Perignano, e dipendeva – come abbiam visto – dalla diocesi di Lucca e dal suo vescovo.
Volendo ricercare origini più remote di Crespina, in assenza di documentazione diretta, non possiamo fare altro che tentare di formulare ipotesi, almeno logiche, oppure cercare in altre notizie storiche, più generali e indirette ma valide, quel qualcosa che si possa riferire anche a Crespina. Tra le ipotesi si mette di solito la ricerca etimologica sul nome stesso, nel nostro caso sul toponimo “Crespina”.
Il Toscanelli vi troverebbe una radice e origine etrusca; altri evocano una famiglia romana Crispìna che sarebbe stata proprietaria di queste valli e colline lasciandovi poi il nome.
L’ipotesi etrusca non mi pare che abbia ottenuto, a tutt’ oggi, conforto di reperti linguistici o archeologici di qualche rilievo; l’ ipotesi romana invece potrebbe avere migliore accoglimento purché la si riferisca alla colonizzazione alla quale queste zone furono sottoposte o nel lontano 177 a.C. o, più tardi, a cavallo dell’era cristiana: purtroppo, oltre la notizia, abbiamo ben pochi
particolari su quegli eventi e nessuno che riguardi direttamente Crespina. É certo però che quella colonizzazione romana ci fu ed ebbe conseguenze rilevanti: infatti, sotto l’aspetto socio-economico, ha lasciato segni nella organizzazione del suolo e delle colture agricole oltre che nella rete viaria primaria e secondaria; sotto l’aspetto culturale, ha fatto giungere fino a noi tracce evidenti di lingua latina, letteraria e non, quantomeno nella toponomastica locale, che è quella che ci interessa ora.
A proposito della quale è difficile accogliere l’influenza dei nomi propri di persona e di famiglia (a parte la possibilità di dimostrarne la reale esistenza) per indicare luoghi o fiumi o monti: per distinguerli infatti fra di loro il più delle volte bastano semplici parole descritti ve dell’ ambiente fisico che ne esprimano qualche peculiarità sia pur banale.
Premesso che il toponimo “Crespina” si riferisce, prima che al luogo, alla valle principale sottostante e al corso d’acqua che l’attraversa tutta, in una mia ipotesi se la valle era così folta di rovi o di pruni da dirsi quasi impenetrabile, in lingua latina più che uno “spinagium o spinarium'” era un “acre spinagium o acre spinarium” e cioè un forteto di spine; di conseguenza la valle e il corso d’acqua ivi esistente erano situati “in acri spinagio o in acri spinario”; dalla contrazione di tali espressioni poté derivare, in lingua volgare, il termine geografico (descrittivo della terra) di “crespina”.
L’ipotesi si potrebbe sviluppare anche diversamente ma in ogni caso rimane sempre il riferimento alla medesima situazione botanica.
Trovo conforto a questa ipotesi da quanto leggo in una grande carta topografica del territorio di Crespina esistente nell’archivio parrocchiale: in essa vedo che anche vallecole collaterali avevano il medesimo tipo di flora, così vi è un “fossetto per Rogaio” e “fosso Maestro il Rogaio”: e rogo e rovo sono sinonimi.
Per l’anomalia dell’accento sulla terz’ultima sillaba, senza ricorrere ad una pretesa esigenza della lingua etrusca (come vorrebbe il Toscanelli), si può meglio sostenere che vi abbia influito la commistione con le lingue di origine nordica che qui ebbero corso ufficiale (e per lungo tempo) e cioè quella dei Longobardi e quella dei Franchi. Per una regola ben nota (legge Grimm) le lingue nordiche tendevano a trasportare sulla prima sillaba (più che sulla terz’ ultima) l’accento di parole latine da loro adottate: in questa zona abbiamo anche altri toponimi così accentati come, per esempio; Òrcina, Lécina ecc ….
Tale commistione di lingua latina e lingue nordiche è bene in evidenza proprio qui a Crespina dove i nomi di “Borgo”, “guardia”, “Vallisonzi” sono di netto carattere longobardo e si alternano a quelli di “piazza”, “poggio”, “filicheto”, “sedio” che sono invece di netta origine latina.
Con questi nomi è forse anche possibile ricostruire un poco della storia di Crespina durante il primo millennio.
È abbastanza evidente che qui ci doveva essere un insediamento militare: ce lo dice il castello o fortezza, situato sulla vetta del colle più alto o Poggio, rimasto in attività, come vedremo, fino all’ inizio del mille e quattrocento; ce lo ribadiscono le “guardie” o posti di osservazione, controllo e filtro disseminati in postazioni ritenute importanti.
In verità simili castelli si trovavano anche sugli altri luoghi alti della zona, come Lari, Fauglia, Tremoleto ecc …. ; ma all’insediamento di Crespina mi pare si possa riconoscere un carattere più specifico a causa della presenza della “piazza”.
In un ambiente civile così modesto e per di più isolata dal borgo (cioè dalle abitazioni dei non militari) la piazza può avere un senso se la si pensi utilizzata per qualcosa di particolare, diverso dal mercato o dalla riunione: l’addestramento e le esercitazioni di soldati, per esempio, e farne così un piccolo “campo di Marte” o meglio una “piazza d’armi” in miniatura.
Di conseguenza questa presenza militare, più che una ordinaria necessità per mantenere sicura la via che da Lari passava per Crespina, poteva anche essere un centro di coordinamento, smistamento, preparazione di truppe in un contesto più ampio che riguardasse la sorveglianza di tutta la zona, dalle colline alla non lontana costa del mare.
Tale organizzazione si potrebbe farla risalire ai lontani tempi della colonizzazione romana: il successivo utilizzo che ne fecero i Longobardi ne sarebbe indicazione e conferma in quanto questi invasori, di rigida casta militare da sempre nomade, essendo venuti in Italia con il preciso intendimento di rimanervi, rispettarono quasi ovunque le postazioni preesistenti per farne il loro alloggiamento naturale e il presidio sicuro della loro conquista.
Intorno a tale insediamento vi dovette gravitare da sempre una piccola comunità fatta di famiglie di militari o da ex militari o anche da non militari o servi: essa viveva nel “borgo” a piè del castello ed era dedita all’agricoltura, al bestiame, ai boschi ed ai rifornimenti.
Il documento del 983 ci fa sapere che gli uomini di questa comunità abitavano in una “villa” chiamata Crespina: il termine “villa” (che si riferiva al “borgo” e non al sovrastante castello) indicava allora un ambiente di lavoro dipendente, ambiente non grande e di carattere prevalentemente agricolo (da cui “villaggio”).
Ma questo documento ci dice anche che la piccola comunità di Crespina, per l’esercizio della religione cristiana, si serviva della pieve di Atriana: che tale comunità avesse in Crespina un suo oratorio o piccola chiesa lo si può supporre, dato che anche gli altri popoli citati nel documento (sappiamo da altre fonti) ne erano provvisti; che questo oratorio o piccola chiesa fosse dedicata a San Michele Arcangelo è una tradizione indiscussa anche se, in realtà, il primo documento che parla esplicitamente di un San Michele a Crespina è il noto “catalogo delle chiese lucchesi del 1260”.
Quando fu costruita questa prima chiesa? c’è chi equivocando su quanto scrive il Mariti, la vorrebbe far risalire addirittura al V secolo. In verità il Mariti dice soltanto che non poteva essere più antica del secolo VI (e non IV) in quanto soltanto verso la fine del secolo V si cominciò a celebrare una festa in onore di San Michele Arcangelo.
Il culto micaelico in Italia si era andato affermando a partire dal VI secolo con le invasioni dei Goti e dei Longobardi; specialmente questi ultimi avevano San Michele come loro santo e alla sua effigie recata in battaglia – a dire del loro storico Paolo Diacono – usavano giurare fedeltà.
Quanto all’origine di questo culto si ritiene che il tramite – in arca gotica e longobarda – vada ricercato in Oriente dove era stata l’ultima residenza di questi popoli prima di partire per venire ad invadere l’Occidente e in particolare l’Italia.
Il santuario di San Michele al Gargano è il riferimento più celebre – rimasto tale fino ad oggi -di quel culto e risale alla fine del secolo V (490-492); culto che si diffuse poi nella Chiesa italiana, con notevole ampiezza, nella seconda metà del VII secolo allorquando i Longobardi, abbandonata l’eresia ariana, aderirono alla religione cattolica divenendone ferventi seguaci: “si registrarono da quel momento numerose dedicazioni all’ Arcangelo di luoghi di culto, di chiese, di cappelle votive sulle cime dei monti, sulle alture, in cavità rupestri, alle sorgenti di acque … “.
Tale culto implicava due aspetti: il carattere guerriero della casta dominatrice dei Longobardi in quanto San Michele era il trionfatore delle forze nemiche e, più tardi, la struttura agricola (alla quale anche i fieri Longobardi si dovettero pian piano adattare) in quanto il Santo era ritenuto anche dominatore degli elementi naturali ostili alla attività del lavoro dei campi.
L’affermazione pertanto del Mariti che il culto a San Michele non sia più antico – in Italia – del secolo VI è esatta: che la chiesa di Crespina però (come ogni altra chiesa antica dedicata a San Michele) si debba per questo far risalire a quel periodo è soltanto una illazione gratuita.
Se invece facciamo riferimento a documentazioni precise – riguardanti questa zona – vediamo che, a partire dall’ ottavo secolo, si costruirono varie chiese al nostro santo: così nel 728 venne fondato da nobili Longobardi un monastero dedicato a San Michele in Pugnano (presso Valtriano) e nel 770, da un certo “Homulus” (probabilmente un indigeno), un oratorio detto “San Michele al pozzo”, presso S. Ermo: parimente abbiamo notizia che nella diocesi di Lucca, e sempre nel medesimo secolo, furono innalzate al Santo almeno altre sei chiese.
Per questo, anche in assenza di documenti precisi, mi sembra possibile assegnare l’origine della chiesa di San Michele a Crespina al secolo ottavo, tenendo conto che la conversione dei Longobardi avvenne intorno all’anno 700.
Il successivo documentato patronato dei Lanfranchi sulla chiesa di Crespina potrebbe farci supporre il nome del fondatore, ma dovremmo assegnare l’anno della fondazione a uno o due secoli più tardi: ma, sia perché il patronato poteva pervenire ad una famiglia anche tramite successione ereditaria o feudataria sia perché il patronato dei Lanfranchi non resultò mai del tutto esclusivo (ma solo ai quattro quinti), si fa preferire l’opinione che la chiesa di San Michele abbia avuto origine prima di loro e – più precisamente – in piena epoca longobarda.
Di quali proporzioni e di quale stile fosse quell’oratorio niente ne possiamo dire: anche il Mariti, di solito attento osservatore e descrittore di reperti antichi, niente ci ha segnalato.
Quell’ oratorio era probabilmente ubicato dove oggi si trova la “chiesa vecchia” e sorse per soddisfare la devozione di un privato o di un gruppo di privati. Non dobbiamo infatti dimenticare che la chiesa della comunità era e rimaneva sempre la pieve di Atriana e soltanto là si svolgevano le celebrazioni liturgiche, si amministravano i sacramenti, si svolgevano le assemblee popolari e si versavano i contributi annuali o decime.
La presenza di un sacerdote non era assicurata e comunque sarebbe dipesa dalle possibilità patrimoniali della chiesa stessa: quella di Crespina le ebbe piuttosto modeste e, in tempi posteriori, l’unione alla chiesa di San Michele delle chiese di Carpineto, di Volpaia e ancora altre fu motivata proprio dalla scarsità di risorse economiche a disposizione del sacerdote rettore.
Poche sono dunque le notizie sulla nostra chiesa di San Michele nei secoli che vanno dalla sua origine fino alla metà del mille e trecento.
Il già citato documento del 983 ci fa conoscere che il vescovo di Lucca, nel concedere a persone non ecclesiastiche la raccolta delle rendite della pieve di Atriana per averne in cambio un sicuro- ma modesto- canone, non era in grado di gestirle in maniera più canonica ed efficiente.
Il motivo di ciò si può ricercare nella difficile situazione politica di quei tempi, ma più che altro dipese dalla continua pressione che le terre “oltre Arno” e quelle delle “colline” subivano ogni giorno più dalla crescente fortuna della repubblica pisana che qui si allargava con la potenza economica, unita a quella militare, onde crearsi un retroterra indispensabile alla sua operosità e sopravvivenza.
Già nel 1015 Uberto Lanfranchi, arcivescovo e console del comune di Pisa, vantava diritti su molte pievi appartenenti alla diocesi di Lucca; Grimizio, vescovo di Lucca, aveva dovuto darsi da fare per riavere la pieve di Atriana; ma nel secolo successivo – nel 1165 – durante la guerra fra Lucca e Pisa “tutte le pievi appartenenti ai figli del fu Lanfranco (fra le quale era di nuovo quella di Atriana) essendo state occupate dai pisani furono nel 1175 riconsegnare al vescovo di Lucca dal console Ildebrandino”.
Se finalmente la diocesi di Lucca riuscì a far riconoscere dai pisani la sua giurisdizione ecclesiastica è certo però che per tutto il resto i paesi del piano e delle colline, dopo tanti secoli di appartenenza e di pendenza da Lucca e da I suo regime feudale, cominciarono a divenire sempre più parte viva e vitale della repubblica di Pisa.
Questa nuova situazione provocò un rivolgimento politico-sociale di notevole entità: in un regime di libertà comunali – come quello a cui Pisa doveva il suo sviluppo e progresso – erano le piccole comunità ad essere direttamente investite di responsabilità per la organizzazione della loro vita civile ed economica: l’unico riferimento esterno era il bene comune rappresentato da Pisa e dalla sua repubblica che erano poi la garanzia di quelle stesse libertà.
Se ne ebbero riflessi anche nella organizzazione ecclesiale preesistente: la “pieve” non rappresentò più il coagulo delle varie piccole comunità, e le stesse comunità, come si andarono organizzando in proprio nella vita civile, così fecero altrettanto nella vita religiosa per cui alla pieve si continuò ad andare solo per il Battesimo, mentre per tutti gli altri sacramenti ed esercizi di culto si usarono e valorizzarono sempre più quegli oratori o chiese che inizialmente avevano avuto carattere devozionale e privato.
Nel caso di Crespina è in questo periodo, dall’anno mille in poi, che la chiesa di San Michele poté avere, quasi sicuramente, un sacerdote come rettore residente: il “catalogo delle chiese appartenenti alla diocesi di Lucca del 1260” ci conferma questa presenza stabile del sacerdote rettore in quanto ci fa conoscere la già avvenuta unione della chiesa di S. Stefano di Carpineto con quella di San Michele: le due chiese erano unite nella persona del rettore che ne godeva le rispettive rendite e provvedeva al servizio religioso di ambedue le comunità.
Pisa, che era riuscita ad affermare la sua capacità espansiva a scapito di Lucca, si trovò poi a subire, a sua volta, la pressione e la forza della repubblica fiorentina.
Già dal 1284, a causa della disfatta della Meloria, i pisani avevano dovuto ridimensionare il loro apporto benefico alle terre del piano e delle Colline: le difficoltà economiche della repubblica e disastrose insistenti alluvioni avevano creato serie situazioni di disagio che furono superate solo dall’attaccamento sincero di questi popoli a Pisa e a quanto Pisa rappresentava per loro.Nei primi anni del 1300, a queste difficoltà, si aggiunse il lento ma sempre crescente contrasto con Firenze: per molti decenni non fu guerra vera e propria, ma un continuo andare e venire sul territorio pisano di bande armate al servizio di Firenze che provocavano di conseguenza l’andare e venire di bande annate pisano; le une e le altre, dedite al saccheggio, lasciavano le popolazioni nel lutto e le cose nella rovina.
Crespina era ancora un insediamento militare: il suo castello e le sue “guardie” erano al servizio dei pisani per vigilare quella strada sulle Colline che giù incominciava ad interessare, e molto, ai fiorentini sempre più decisi di arrivare al mare evitando l’Arno e il Porto pisano.
Nel 1332, in una delle loro spedizioni, i fiorentini giunsero anche a Crespina riuscendo a saccheggiare e danneggiare seriamente lo stesso castello. Questo avvenimento ebbe effetti negativi sulla comunità e si arrivò a parlare di ribellione; Pisa riprese subito e riorganizzò la postazione militare, ma qualcosa sembrava aver minato la fiducia della gente nella repubblica che non sembrava più in grado di dare, come per il passato, sicurezza e certezza per l’avvenire.
Il Bocci, citando fonti dell’archivio vescovile di Lucca, dice: “pare che nell’anno 1346 i beni della chiesa di San Michele di Crespina subissero delle sottrazioni giacché il 20 aprile di detto anno il vescovo di Lucca fece monitorio contro coloro che li occuparono”.
Intanto le ostilità continuavano: nel 1360 i fiorentini salirono di nuovo a Crespina, guidati dal conte Lando e nel 1371 vi fecero passare la tristemente famosa compagnia di ventura condotta da Giovanni Acuto.
Quello che avveniva nelle Colline era ancor poca cosa in confronto di quanto accadeva nel piano, dove fiorentini e pisani scorrazzavano dall’Era al mare e viceversa portando in quei luoghi devastazione totale e provocando la fuga dei pochi sfuggiti alla morte i quali, in parte si rifugiarono nella città di Pisa, in parte cercarono scampo sulle Colline.
In queste drammatiche circostanze il vescovo di Lucca inviò un Visitatore onde rendersi conto di quanto avveniva e di quanto restava della organizzazione ecclesiale.
Dal resoconto di quella visita veniamo a conoscenza che nel 1383 della confinante pieve di Appiano (già trasferita nominalmente a Ponsacco) non esisteva più nulla, mentre di quella di Triano e dell’ altra di Miliano o la Leccia “tutto andava per il peggio”: le pievi erano in rovina, i pievani in fuga.
Nelle Colline la situazione si presentava migliore: le chiese di Lari e di Crespina risultavano efficienti, i rettori rimasti al loro posto. Frattanto la repubblica pisana era giunta allo stremo delle sue forze e Firenze accentuò le operazioni diplomatiche e militari per il colpo finale. Crespina, che aveva subìto altre devastazioni nel 1399, fu uno degli ultimi caposaldi della disperata difesa dei pisani: nel 1405, l’anno prima della fine della repubblica di Pisa, fu al centro di un duro assedio e di una sanguinosa battaglia che, dopo alterne vicende, si concluse con la sconfitta: da allora il castello, dopo tanti secoli e per sempre, rimase privo di presenza militare per scomparire del tutto.
Ritornando alla visita, fatta fare dal vescovo di Lucca nel 1383, si rileva che il rettore della chiesa di San Michele di Crespina si chiamava prete Bono: è il primo di cui abbiamo notizia sicura come rettore.
Prete Bono era contemporaneamente anche titolare della chiesa di S. Stefano in Carpineto e godeva del beneficio della chiesa di S. Stefano in Volpaia: questa ultima apparteneva ad un’altra pieve, quella di Miliano o la Leccia; siccome però questa pieve era già disastrata e da tre mesi priva della presenza del suo pievano , prete Bono lo suppliva nell’esercizio del culto e del ministero venendo da Crespina.
Esisteva anche – come vedremo – una “Compagnia dei Disciplinati” che aveva la sua sede in una cappella dedicata a S. Martino e che si trovava entro le mura del castello. Le “compagnie di disciplinati o flagellanti” erano sorte nel secolo XIII (nel 1260 a Perugia) e, dopo essere state occasione di meraviglia per il loro agire provocatorio, favorirono un miglioramento nei costumi, la pacificazione degli animi, il ritorno degli esuli, la restituzione del mal tolto. I membri, laici in prevalenza, si radunavano per praticare secondo i loro particolari statuti la disciplina (autoflagellandosi) sia in pubblico che nelle loro cappelle; attendevano ad esercizi di pietà ben definiti cantando le loro “laudi”, esercitavano opere di carità, elargivano elemosine ai poveri con speciale riguardo ai più vergognosi, visitavano infermi e carcerati e curavano il seppellimento e il suffragio dei defunti.
È molto probabile che la “compagnia dei disciplinati di Crespina” si sia formata dopo la sconfitta del 1405 per mantenere aperta al culto la Cappella esistente nel castello, ora vuoto ed abbandonato, e che era stata eretta in onore di S. Martino, Vedremo in seguito la sorte di questa cappella, mentre della “compagnia dei disciplinati”, non avendo di essa altre notizie, possiamo pensare che sia stata l’origine della Compagnia maschile della chiesa di Crespina che, insieme ad altri titoli, ha sempre avuto anche quello di S. Martino.
“Nel 15 febbraio 1384 fu concesso alla chiesa di Crespina il fonte battesimale ma questo non fu eretto, forse per una lite sorta tra Ranieri del fu Permittello da Crespina e Jacopo di Bianco, a causa delle chiese di San Michele di Crespina, di S. Stefano di Carpineto e di S. Stefano di Volpaia, per la quale nel 26 gennaio 1400 Niccolò Verdi, auditore delle cause del Sacro Palazzo Apostolico, scrisse al vescovo di Lucca e a don Benedetto abate del monastero della Verruca proibendo innovazioni … ”
La notizia, un po’ caotica letterariamente e senza riferimento documentario, mi sembra comunque interessante e attendibile.
Probabilmente il suddetto Ranieri era il prete Ranieri che sappiamo essere stato rettore della chiesa parrocchiale di San Michele proprio in quegli anni:
che poi si sia mosso addirittura il Sacro Palazzo per questioni tanto minute è altrettanto comprensibile per chi tenga presente il triste periodo che attraversava allora la Chiesa, quello cioè dello scisma d’Occidente, durante il quale le diverse curie papali – per sopravvivere economicamente – si erano attribuito il diritto di concedere e togliere i benefici ecclesiastici tra i quali, essendo di solito i più ricchi, quelli delle pievi. Potrebbe pertanto essere che Jacopo di Bianco fosse titolare del beneficio di una delle due pievi vicine a Crespina (più probabilmente di quella di Miliano per la chiamata in causa dell’abate della Verruca) il quale – facendo intervenire la sospensiva di Roma – si cautelava contro ogni attentato alle sue attribuzioni e, perché no, interessi.
Comunque sia di questa notizia, sta di fatto che nel 1413 il vescovo di Lucca concesse alla “comunità di Crespina il diritto di battezzare i propri bambini nella chiesa parrocchiale di San Michele”.
Il decreto non trasferiva il fonte battesimale da una pieve alla chiesa di Crespina: la concessione diceva esplicitamente che la comunità di Crespina non aveva più l’obbligo di andare alla pieve di Triano, perché deserta e abbandonata, e poteva per questo battezzare i propri figli nella chiesa di San Michele.
Anzi, per lunghi anni i titolari dei beni patrimoniali delle pievi di Triano e Miliano, poiché non erano residenti e officianti, furono obbligati dal vescovo di Lucca a dare un compenso al rettore di Crespina il quale, battezzando in San Michele, li sostituiva in un loro preciso impegno e dovere.
Il decreto del 1413 non risolse definitivamente il caso del fonte battesimale: era rimasta l’incertezza di dove andare a prendere l’acqua consacrata da immettere ogni anno nel fonte e di dove andare a prendere gli oli sacri necessari per il Battesimo. Il decreto diceva di andarli a prendere “ovunque fossero legittimamente consacrati” fintanto che non si poteva ritornare a far battezzare alla pieve di Triano debitamente ricostruita e resa efficiente. La pieve non fu ricostruita e il termine “ovunque” non facilitò le cose: la concessione infatti fu periodicamente oggetto di contestazione (specialmente con Lari) fino al 1726 quando il vescovo Cattani riconobbe alla chiesa di Crespina il diritto ad avere il suo fonte battesimale: ma anche allora il riconoscimento fu solo “a voce”, per cui il rettore Vincenzo Benedetti fece e scrisse un dettagliato resoconto del colloquio avuto con il vescovo, raccomandando ai suoi successori di ben leggerlo e conservarlo nel tempo.
La chiesa di San Michele di Crespina aveva superato abbastanza bene – così pare -le traversie dell’ultimo periodo delle ostilità fra Pisa e Firenze e si stava dimostrando, all’inizio del mille e quattrocento, un punto di riferimento per l’ampia zona che nel piano era rimasta sprovvista di chiese.
Nel 1413 il rettore prete Ranieri ottenne dal vescovo di Lucca di assorbire nel suo beneficio di San Michele i beni legati ad un altare dedicato a S. Lucia esistente allora nella chiesa parrocchiale: la motivazione asseriva che “per la malizia dei tempi la chiesa di Crespina ha visto diminuire di molto i suoi proventi tanto che con questi non sia possibile vivere”.
Erano quattro staia di grano all’anno che andavano a migliorare il vitto del rettore, il quale però riuscì a farsi riconoscere altre risorse: troviamo infatti che il suo successore, prete Ambrogio Ligano milanese, nel 1460 si fece confermare tutti quei benefici che prete Ranieri si era già fatto dare e cioè quelli di S. Stefano di Carpineto, di S. Stefano di Volpaia e dei Ss. Jacopo e Cristoforo di Tripalle: oltre a questo il rettore di Crespina fino da questo secolo usava impegnarsi – anno per anno – con le famiglie del piano (“i poderai”) per quanto riguardava il servizio religioso e le famiglie davano in cambio uno staio di grano: usanza singolare che nasceva dal disordine e dall’abbandono in cui era ridotto il piano di Pisa dopo gli ultimi eventi e che, col tempo e senza particolari provvedimenti, allargò i confini parrocchiali di San Michele. La richiesta e la concessione di tutte queste risorse era motivata dal fatto che ora il rettore di Crespina aveva necessità di un aiuto e solo con quei proventi avrebbe potuto vivere “una cum clerico”.
Una notizia del Mariti, ripresa anche dal Bocci, dice che nel 1491 le anime della cura di Crespina erano 250.
Già in quest’anno però la situazione si era fatta di nuovo grave e disperata: il dominio dei fiorentini durante tutto il secolo era stato piuttosto disattento alla ripresa economica del territorio pisano: eccetto alcune nobili intenzioni ed intuizioni di Lorenzo il Magnifico, la presenza di Firenze si era fatta sentire più che altro con una notevole invasione di nuovi possidenti di terre, fiorentini o filofiorentini, che le avevano potute acquistare a condizioni molto favorevoli. Verso la fine del secolo, approfittando di alcune difficoltà di Firenze, Pisa riconquistò la sua libertà e per diversi anni la difese accanitamente con una guerra, fatta e subita, più feroce e spietata – se possibile – di quella di cento anni prima.
La seconda caduta di Pisa nel 1506 fu definitiva così come – da allora – fu definitivo l’inserimento del suo territorio nella repubblica fiorentina e, poco dopo, nel neonato Granducato di Toscana.
I Medici, ritornati a Firenze come granduchi, svilupparono una politica meno cittadina e più nazionale e, se curarono Firenze capitale, non trascurarono la ricostruzione di Pisa e la realizzazione di Livorno con il suo porto.
In questo contesto le piccole comunità delle Colline beneficiarono dei provvedimenti di Cosimo I, emessi nel 1545 e 1547, ed intesi ad ottenere in questa arca un adeguato ripopolamento, tanto scaduto a causa di circa duecento anni di guerre e devastazioni: già nel 1551 gli abitanti di Crespina erano 379.
Nel medesimo periodo di tempo fu iniziata la bonifica del piano con la sistemazione, anche ardita, dei corsi d’ acqua per controllarli prima e sfruttarli poi per la sistemazione del suolo acquitrinoso: opera grandiosa per la quale ci vollero da due a tre secoli di tempo, la volontà politica di due dinastie granducali, i Medici e i Lorena, e la genialità di tanti scienziati della Università pisana.
All’inizio del Cinquecento la chiesa di San Michele a Crespina non doveva trovarsi nelle migliori condizioni di statica e di spazio se si cominciò a raccogliere offerte e fondi per poter intervenire in qualche modo.
Nella seconda metà del medesimo secolo infatti si provvide ad ampliare la chiesa: non sappiamo esattamente in cosa sia consistito questo intervento e, in particolare, cosa sia rimasto (se pur rimase qualcosa) dell’ antica costruzione. Sappiamo che vi furono usati i materiali ricavati dall’oratorio di San Martino, esistente nel castello, ambedue ormai in via di totale disfacimento e abbandono.
L’uso di questi materiali fu motivo di contrasto fra la Compagnia dei Disciplinati, officianti nel detto oratorio, e i Lanfranchi che erano proprietari di quanto rimaneva del castello e del terreno intorno; essendo i Lanfranchi anche compatroni della chiesa di San Michele provvidero allora a costruire accanto a questa una Cappella in onore di San Martino che fu sede della Compagnia.
Nel complesso di questi lavori di ampliamento avvenne quasi sicuramente la costruzione del Campanile il quale però – già nel 1603 – minacciava di rovinare a causa del vicino cimitero e i membri della Compagnia si rivolsero al Granduca per essere autorizzati a spendervi 25 scudi onde evitare il peggio.
Fu questo il primo segno di quei preoccupanti cedimenti o smottamenti del terreno che saranno una spina sempre presente per la situazione statica del San Michele: questo dipese sia dall’ingrandimento del complesso edilizio in un luogo tanto scosceso e sia anche dall’aprirsi e chiudersi delle fosse cimiteriali che tenevano continuamente allentato e soggetto ad infiltrazioni di acque il terreno circostante già di per se instabile.
Nel 1564 Alessandro Guidiccioni, vescovo di Lucca, venne a Crespina in visita pastorale: non è improbabile che in questa occasione abbia benedetta una campana, quella di S.Martino che chiamava i confratelli della Compagnia e sulla quale il Bocci legge la data 1564.
Nel resoconto della visita, esistente nell’archivio parrocchiale, si parla invece esclusivamente della Confraternita femminile che il vescovo trovò eretta nella chiesa di Crespina sotto il titolo della Beata Vergine Maria e di S. Sebastiano.
Questa confraternita aveva nella chiesa un altare proprio “decorosamente ornato” anche se privo di un minimo di rendita; tuttavia, raccogliendo elemosine, celebrava la festa dell’ Assunzione e quella di S. Sebastiano con il suffragio per i morti e la distribuzione “del pane” al popolo.
La Confraternita femminile si chiamò in seguito del Ss. Rosario e S. Sebastiano; quella maschile – la Compagnia – al titolare S. Martino aggiunse il riferimento al Corpus Domini o Ss. Sacramento.
Pare che in seguito sorgessero altre confraternite con l’invocazione di altri santi e tutte subirono nel 1785 la soppressione di Pietro Leopoldo: per quello che si può vedere nell’archivio parrocchiale solo le prime due ebbero importanza e continuità poiché – appena possibile – furono ricostituite dall ‘autorità ecclesiastica.
Queste, e molte altre notizie, sono tratte dai “campioni” dell’archivio parrocchiale.
Il “campione” è una raccolta manoscritta – oggi diremmo per copia conforme – dei contratti riguardanti le proprietà fondiarie, le enfiteusi o livelli dei beni patrimoniali del beneficio parrocchiale.
Nell’archivio parrocchiale di Crespina ne esistono tre: il più vecchio fu compilato nel 1580 dal prete Giulio del Vigna, un altro (che io chiamo “campione Benedetti” perché compilato dal prete Benedetti Vincenzo) fu scritto nel 1693, e il terzo (“campione III”) fu messo insieme da vari rettori nel 1700.
Per quanto riguarda la parte patrimoniale il più delle volte l’un campione ricopia gli altri eccetto gli eventuali aggiornamenti: spesso però questi campioni diventano interessanti, direi preziosi, perché in essi vengono trascritti – e in forma autentica o con riferimenti sicuri di autenticità – documenti che riguardano la storia e i diritti della chiesa di San Michele. Qua e là poi vi si trovano annotazioni con notizie e memorie che – si vede non sapevano come altrimenti demandare ai posteri.
Tra le notizie trovo la nomina – nel 1581 – a “maestro di scuola” di prete Tarquinio e – nel 1672 – di prete Tommaso Prosperi “con i soliti obblighi … che i giorni di festa comandata dica la messa nella chiesa parrocchiale all’ora di mezzogiorno” e prosegue: “avverti che li Signori Villeggianti non concorrono al salario del maestro di scuola epperò detta messa è più per comodo del popolo che d’altri … ”
Un’altra curiosità interesserà gli amatori della caccia: tra i beni della chiesa c’erano nel 1500 anche delle “uccelliere” che venivano date a livello ed erano assai richieste: a proposito della caccia il Mariti, alla fine del Settecento trovò la fiera del 29 settembre.
È sicuramente l’attuale “fiera delle civette” che possiamo ritenere esistente da tempo immemorabile, così come da tempo immemorabile esiste a Crespina una chiesa con il culto di San Michele.
All’ inizio del Seicento la comunità parrocchiale di Crespina era completamente strutturata con la sua chiesa ampliata, con il suo campanile e un vasto territorio che, sulle Colline, comprendeva Crespina e Tripalle e, nel piano, Cenaia, Ceppaiano, Miliano e la Leccia fino a confinare, lungo l’appena costruito Fosso Reale, con Cascina, Marciana e Latignano.
Delle antiche pievi di Triano e Miliano non ne rimanevano che miseri resti, mentre anche quella di S. Giovanni in Val d’Isola andava verso la sua fine. Nel 1622 avvenne – dopo tanti secoli – il distacco dalla diocesi di Lucca e Crespina venne a trovarsi in quella nuova di San Miniato.
L’avvenimento eccezionale – per quel che si può osservare nell’ archivio parrocchiale – ebbe riflessi nei primi anni soltanto sulla parte organizzativa della parrocchia e in particolare nella ricerca, presentazione e conferma di tutti i contratti riguardanti le proprietà e i diritti livellari del beneficio. In questo contesto la parrocchia e il beneficio dei Ss. Iacopo e Cristoforo di Tripalle ritornarono autonomi e fu fatta la nomina del nuovo parroco. La famosa peste del 1630 fece molta paura ma nessun serio danno e, per lo scampato pericolo, fu eretto l’oratorio di San Rocco dove, dal 1632 in poi, i crespinesi ringraziano Dio ogni 16 agosto.
Nel 1635 la chiesa parrocchiale diviene “prioria” e nel 1680 si trovano i fondi “da spendere nella edificazione della casa canonica che fa fabbricare de novo” il priore Giunti: il testo del documento dice che la casa canonica “era già distrutta dai fondamenti” ma non è chiaro se quella distruzione era avvenuta onde poterla ricostruire di nuovo oppure se era avvenuto un cedimento del terreno.
Pochi anni dopo – nel 1710 – il priore Vincenzo Benedetti ebbe a risolvere un altro problema, quello delle mura del castello che si trovavano a picco sopra il complesso della Chiesa e che davano segni di cedimento.
Si legge che ” l ‘anno 1710, di commissione dei Signori Capitani di parte della città di Firenze, fu fatta la visita d’alcune muracce del castello di Crespina che minacciavano rovina alla Chiesa prioria e venne di Vico Pisano il sig. Ulivier Bertini, vicario di detta Corte, e il priore Vincenzo Benedetti con le debite licenze le demolì non lasciando sasso sopra sasso”; il medesimo priore asserisce anche di aver venduto i mattoni che ricoprivano le muracce per fare le strade.
L’ aver tolto i mattoni dalla ripa soprastante non dovette essere un gran rimedio tanto che l’anno dopo richiese ed ottenne il permesso da i Lanfranchi, proprietari, di poter scavare il Poggio davanti la chiesa, dal cimitero alla canonica, “in forma di semicircolo di braccia quaranta (metri 23,36) a livello della strada”.
AI priore Benedetti si deve anche una sistemazione interna della chiesa di San Michele con l’erezione di un altare marmoreo in onore di S. Ranieri, con l’acquisto di un organo dalle monache di S. Anna di Pisa e con la fusione di due campane nuove le quali, per essere collocate sul campanile, richiesero varie riparazioni e l’accrescimento di alcune strutture.
Nel maggio del 1710 Francesco Poggi, vescovo di San Miniato, consacrò la chiesa di San Michele e ne fissò la data anniversaria (“la sagra”) al 16 giugno, vigilia della festa di S. Ranieri.
In questo secolo Crespina conobbe un deciso sviluppo demografico: nel 1726 le anime della cura sono 1.042 e già nel 1745 il Repetti ne segna 1.200. A questo proposito, al vescovo Cattani che gli contestava essere il popolo di Lari più importante di quello di Crespina, il priore Benedetti replicava nel suo bel latino che traduco: “il popolo di Crespina intanto è più numeroso di quello di Lari, infatti anche quest’anno ci sono 185 famiglie e il numero delle anime ascende a 1.042: ma poi Crespina è più illustre per i palazzi e i possessi dei nobili che nel distretto di Lari sono soltanto quelli dei conti Galletti, del cav. Leoli e del cav. Pandolfini; mentre nel distretto di Crespina ci sono i palazzi e i possessi non solo di nobili pisani ma anche di nobili fiorentini come il marchese Malaspina, il senatore Salimbeni; eppoi il cav. Albizo dei Lanfranchi Rossi e il cav. Gaspare dei Lanfranchi Chiccoli (compatroni della chiesa di San Michele), il cav. Del Testa e il cav. Paule dei Bonavoglia nobili pisani; quindi il sig. capitano Poletti e il sig. Ciappelloni commercianti livornesi e l’abitazione del sig. Fioretti cittadino pisano … “.
Il priore Benedetti, figlio del suo secolo e del suo ambiente culturale, preso dal luccichio di questa blasonata passerella non si fece premura di spiegare (né gli fu richiesto) di come vivevano le altre 176 famiglie: passerà appena un secolo e un altro proposto descriverà la stessa situazione ma vista dall’altra faccia della medaglia!
Il successore Giuseppe Ranieri Pinelli chiese ed ottenne nel 1744 il titolo di “Propositura” per la Chiesa” ed il proposto Giovan Filippo de Lanfranchi Rossi lasciò il suo nome sulla campana detta di “San Michele” che fece fondere a Luca Antonio Magni.
Era successo che la vecchia campana aveva fatto un volo e, cadendo, si era rotta: nel “Campione III” si trova la descrizione del fatto e della fusione della nuova campana che avvenne a Crespina in località “La Guardia”.
Del successore Pier Francesco Vannucchi (1769-1774) abbiamo nell’archivio parrocchiale un “Inventario di consegna” nel quale si cita – per la prima volta – l’esistenza in chiesa della tavola rappresentante la Madonna senza purtroppo aggiungere nulla sull’autore o provenienza; vi si dice che l’organo è piccolo e “scordato del tutto”: che in chiesa ci sono tre quadri (quello di mezzo rappresenta San Michele).
Viene descritto anche l’archivio che conteneva: il Sinodo, tre Campioni, un campioncino e un libercolo (sic) intitolato “ricordi della chiesa dal 1729 … “, tre libri dove registravansi i Defunti, i Battezzati e i Matrimoni.
Nell’archivio non trovo traccia riguardo alla soppressione delle Compagnie, voluta da Pietro Leopoldo nel 1785: il Mariti scrive: “soppressa che fu la compagnia di San Martino, siccome (la cappella della medesima) restava in linea al corpo di essa (cioè della chiesa di San Michele) e corrispondendole anche in larghezza, fu consiglio del proposto di gettare abbasso il muro che serviva all’una e all’altra di divisione e così prolungata come si vede … ”
Il proposto che ampliò in tale occasione e maniera la chiesa era Anton Filippo Pieri (1774-1791): “era già sofferente di gotta” quando Giovanni Mariti gli fece visita nel 1788, accompagnato sicuramente dal comune amico, l’abate Ranieri Tempesti.
L’abate Ranieri Tempesti era pisano: dal padre Domenico, insieme al fratello Giovan Battista, imparò la pittura che esercitò dignitosamente; datosi alla vita ecclesiastica, e divenuto sacerdote, fece i suoi studi presso l’Università pisana.
Dai manoscritti che ha lasciato appare un buon erudito del settecento: scandagliò un po’ tutto lo scibile dalle elucubrazioni filosofiche e teologiche alle modernità delle scienze naturali, dalla storia antica alle più recenti scoperte archeologiche (trovava gli etruschi un po’ ovunque), dalla storia della repubblica pisana, a lui carissima, alle innovazioni progressiste della politica leopoldina.
In particolare, pittore lui stesso, si dilettò di ricerca storica (ebbe amico e familiare Alessandro da Morrona) sugli artisti della scuola pisana per sostenere la tesi secondo la quale la rinascita dell’arte italiana si doveva più a quella scuola che non a quella fiorentina o senese.
Nella ricerca storica non ebbe preparazione né strumenti idonei per una seria valutazione dei documenti, pur avendo una estesa conoscenza dei medesimi.
Pisano e membro attivo alla Università di Pisa, era riuscito ad ottenere un dorato isolamento a Belvedere di Crespina dove fece costruire dalla contessa Cataldi Del Testa Del Tignoso quei due gioielli, quali sono la chiesa e la casa canonica, e dove rimase titolare del beneficio di quella cappellania (da lui stesso voluta) dal 1780 fino alla morte avvenuta nel 1819.
Il fiorentino Giovanni Mariti, come il già citato Alessandro da Morrona e altri ancora, era uno dei tanti eruditi e ricercatori che il Tempesti ospitava a Belvedere nel periodo della villeggiatura e della caccia; quasi sicuramente il Mariti ebbe la possibilità di accedere agli archivi parrocchiali delle chiese delle Colline pisane alla mediazione del Tempesti, conosciuto e stimato dal clero locale.
Del proposto di Crespina poi il Tempesti si proclamava collaboratore oltre che amico; e di fatto i quaranta anni trascorsi a Belvedere ebbero una non trascurabile influenza sulla chiesa di San Michele.
Il proposto Pieri, abbattendo il muro divisorio con la cappella di San Martino, aveva ampliato la chiesa, ma il resultato non dovette essere esaltante: negli anni immediatamente successivi, il nuovo proposto Giuseppe Citi si trovò infatti ad affrontare la necessità di apportare seri restauri e modifiche al San Michele.
Già il Mariti aveva sottolineato l’umidità cui era sottoposto il complesso edilizio parrocchiale per aver “a ridosso un poggio di tufo che non è distante da esso se non sei o sette braccia” (quattro metri circa) e l’urgenza di trasferire il Campo santo “il quale mi fu detto doveva essere fatto” perché teneva il terreno circostante le costruzioni in continuo movimento.
Sicuramente a Crespina e a Belvedere il proposto Citi e l’abate Tempesti esaminarono possibilità e progetti, anche radicali; ripiegarono infine sulla soluzione di fare almeno bello quello che non si poteva purtroppo fare solido.
AI Tempesti, da artista quale era, fu riconosciuto il compito di dirigere i restauri della chiesa, per i quali intanto era stata promossa – con successo – una colletta popolare.
Nei restauri si utilizzò l’ex cappella dei Disciplinati (già riunita all’altra parte della chiesa) per trasferirvi l’altare maggiore con il suo Coro e il suo presbiterio; si trasportò l’altare di San Ranieri (che era sul lato lungo la strada) nel luogo dove prima era l’altar maggiore e, infine, si aprirono altre due porte verso l’esterno.
Fu sollecitata la partecipazione del popolo all ‘evento e la risposta fu totale: per molte generazioni è rimasto impresso il ricordo della gente che per due volte andò in processione alla fornace di Belvedere per ritornare indietro, cantando litanie e laudi: il 29 luglio 1799 portando a mano 2250 mattoni appena sfornaciati e il 3 agosto successivo altri 3653, tutti necessari per i restauri della chiesa.
La collaborazione del Tempesti non fu soltanto tecnica ed artistica, ma anche economica giacché intervenne con una cifra rilevante alle spese generali e assunse in proprio la parte pittorica interna e cioè: la pittura ad affresco del San Michele dietro l’altare maggiore (opera del fratello Giovan Battista), la pittura del rinnovato altare del Crocifisso e S. Ranieri, oltre alle pitture d’architettura, figure ed ornati eseguite da lui medesimo nel coro, presbiterio e archi tra le diverse parti della chiesa.

I lavori di restauro si poterono dire conclusi nel 1801: ma il Tempesti non si sentiva ancora soddisfatto e si mise alla ricerca di qualche bella immagine o simulacro di San Michele.
Si racconta che al mercato di Cascina l’abate Tempesti andasse da sempre per acquistarvi qualche”pezzo” che molta nobiltà (già in disarmo più che altro per ragioni economiche) esitava con frequenza al migliore offerente che spesso era il primo.
Su quel mercato cominciò a correre la voce che l’abate di Belvedere era interessato a un “san Michele”, quadro o statua che fosse; la voce fece il suo solito giro ed ecco, in men che non si dica, spuntare un offerente.
L’offerente questa volta era un prete: Giovanni Stanislao Ercolini, rettore della chiesa di Marciana. Lui aveva in chiesa una vecchia tavola rappresentante san Michele; lui era disposto a venderla per un certo numero di scudi.
AI Tempesti, subito informato, piaceva la proposta ma ritenne di dover fare il difficile: un tale oggetto di culto non poteva essere venduto e comprato al mercato come un qualsiasi mazzo di cipolle! e fece sapere che se la cosa interessava davvero all’Ercolini si sarebbero dovute osservare certe regole e non soltanto per salvare le apparenze.
L’Ercolini era interessato: attraverso i soliti intermediari elaborò una transazione: non ci sarebbe stata né compra né vendita ma solo una innocente permuta (regolarmente autorizzata da chi di dovere) con altro oggetto di culto. Si arrivò a concordare l’oggetto della permuta in una pianeta di broccato: fu chiesto ed ottenuto il necessario assenso del Comune di Cascina e l’ Ercolini insisté per concludere la faccenda.
La quale, resa ora di pubblico e ufficiale dominio, deve aver creato da un lato aria di meraviglia, e da un altro lato forse anche aria di risentimento, tanto che il Tempesti non se la sentì di esporsi personalmente per sbrigare la permuta e fece sapere che, essendo i marcianesi gli interessati ad avere quella bella nuova fiammante pianeta di broccato, venissero a Belvedere a ritirarla, portando seco quel vecchio polveroso tavolone tarlato.
I marcianesi (anche l’ Ercolini ora preferiva defilarsi) non la intendevano – naturalmente – così e si aprirono ulteriori animate trattative, alla fine delle quali si raggiunse un accettabile compromesso: lo scambio si sarebbe effettuato al confine tra Marciana e Crespina, sul Fosso Reale, proprio in mezzo al “ponte ai fichi”.
“l marcianesi con il quadro arrivarono abbastanza presto e dovettero aspettare parecchio tempo prima di veder comparire quelli di Crespina che arrivarono in ritardo. Tanto in ritardo che … impazienti credettero di essere stati presi in giro … “.
Nei resoconti orali (se ne parla ancora a Crespina “per sentito dire dai vecchi”) l’episodio si fiorisce qui di particolari più … particolari. Sembra che gli incaricati del Tempesti, arrivati di proposito in ritardo in attesa del buio (non si sa mai!), continuassero a fare scena e a lamentarsi perché in cambio di quella bella pianeta di seta leggera dovevano portarsi via quel vecchio tarlume pesante; e che i marcianesi a un certo punto, stufi e irritati, avessero giurato – tra un sagrato e l’altro – che loro a casa quel tavolone non lo avrebbero riportato di certo e che lo avrebbero piuttosto scaricato nelle acque limacciose del Fosso, a quei giorni anche in piena. Per evitare tanto scempio (e forse più perché calava la sera) i messi del Tempesti procedettero allo scambio: nel buio della notte il quadro giunse a Belvedere e, per un bel po’, nessuno ne seppe più niente.
Il 27 settembre 1806, antivigilia della festa di San Michele, l’abate Tempesti portò il quadro, ripulito e restaurato, alla chiesa di Crespina: vi si leggeva
ANDREAS ORCAGNA AN. D. MCCXCIV ME FECIT
ECCLESIAE CRESPINENSI AN. D. MDCCCVI R.T. DONAVIT.
Insieme al quadro rilasciò al proposto la copia autentica della delibera del Comune di Cascina che aveva autorizzata la permuta, e sotto vi scrisse: “lo infrascritto Liberamente e Irrevocabilmente dò e dono il sud° Quadro in Tavola, rappresentante S. Michele Arcangiolo, opera d’Andrea Orcagna, da esso dipinta nell’anno 1294, alla ven. Chiesa Propositura di San Michele Arcangiolo di Crespina. lo Prete Ranieri Tempesti mano propria”.
Il documento si conserva nell’archivio parrocchiale; stranamente, da quel momento, non si trova traccia né del quadro né del come fu sistemato fino al 1914 quando la tavola venne inventariata dalla Sopraintendenza ai Monumenti.
Nel 1804, per la Novena di Natale, fu inaugurato un organo nuovo: il vecchio, “piccolo e scordato del tutto”, era stato tolto di mezzo durante i lavori di restauro.
Nel luglio 1802 era stato fatto un contratto con l’abate Tommaso Pagnini di Pistoia, abitante a Lucca, per un organo di sedici registri, con canne di stagno per la mostra, di piombo le altre, di legno per i bassi, e con due mantici reali, tastiera e pedaliera’”.
Il prezzo era di “scudi dugento venti” e per pagarli si erano impegnati otto deputati i quali “non già del proprio ma colle questue e limosine che si ricaveranno dal canto de i Maggi e delle Questue sulle Aje ed alle Case obbligandosi altresì a cantare i Maggi e di andare alle Questue suddette”.
L’abate Pagnini fu puntuale nel consegnare il bell’organo, così come furono puntuali nel pagamento i deputati “maggiaioli”.
Imperversò in quegli anni il ciclone napoleonico e della occupazione francese dal 1807 al 1814 niente trovo accennato nell’archivio parrocchiale.
Se negli ultimi anni del secolo era arrivata da noi una eco, più o meno precisa, delle cose d’oltralpe, la realtà della presenza dei francesi e quanto quella presenza incise nel rinnovamento di criteri civili e giuridici, lasciò tracce e messaggi anche in una piccola comunità come Crespina. Da allora andarono scomparendo le vecchie e vaste proprietà nobiliari e vennero sostituite da proprietà più piccole ma più attive, acquistate dalla grossa borghesia livornese; e da allora cominciarono a circolare nella mentalità della povera gente, che era poi la maggioranza, idee nuove ancora grezze e solo abbozzate di consapevolezza e di eguaglianza che si svilupperanno, lentamente ma profondamente anche se disordinatamente, per tutto il secolo appena iniziato.
Il nuovo proposto Antonio Santernetti Vecchi nel 1812, prendendo possesso della cura di Crespina, controfirma il regolare inventario che descrive, fra l’altro, la chiesa di San Michele così come era venuta a configurarsi dopo i restauri e afferma di trovare tutto in ordine “eccetto il tetto che va rivisto”.
Tutto sembrava procedere per il meglio tanto che nel 1824 si raccolsero offerte per fare una nuova … campana e verso il 1830, un po’ per iniziativa dei maggiaioli e un po’ per l’intervento della Compagnia, si cominciò la devozione alle Anime sante da celebrarsi in occasione del giovedì grasso.
E, invece, proprio in questi anni – quasi d’improvviso – esplode il caso della “chiesa nuova” a Crespina.
Quando Torello Pierazzi, giovane vescovo di San Miniato da appena un anno, viene nel maggio 1835 in visita pastorale a Crespina, ha con se il rescritto del Granduca di Toscana (del 23 marzo precedente) con il quale si autorizzava la erezione di una nuova parrocchia in Cenaia.
Cenaia faceva parte della parrocchia di San Michele di Crespina almeno dalla fine del Trecento e, data la lontananza, vi andava un cappellano a celebrare la messa festiva “coll’emolumento di scudi cinquanta pagabili dall’Opera del Duomo di Pisa”.
Dal proposto di Crespina era considerata la parte più ricca e generosa della parrocchia in quanto, sulle 780 anime ivi residenti, nessuna era “pigionale o accattona”, mentre ne doveva contare ben 380 nel rimanente della cura. Di un distacco di Cenaia da Crespina se ne era parlato già nel 1784 con l’intervento del Tempesti, ma era tutt’altra cosa. Si ipotizzava l’allargamento della parrocchia di Fauglia sino all’ Isola e il pretesto era che, non essendoci ponte (ma solo una trave) sul fiume, ne il parroco di Tripalle poteva sempre svolgere le sue funzioni ne i fedeli accedere alla chiesa; si prevedeva poi l’inserimento nella cura di Crespina di tutto il territorio in collina della parrocchia di Tripalle e lo spostamento, infine, del titolo e dei beni di quest’ultima in piano (la chiesa era da costruire sulle rovine ancora esistenti della pieve di Miliano) per formare una nuova parrocchia comprendente il territorio dal Fosso Reale alle radici delle colline o, più specificatamente, le comunità di Ceppaiano, Cenaia e Valtriano.
Quella proposta rimase tale: a distanza di cinquanta anni il vescovo Pierazzi invece comunica ai Crespinesi una decisione già presa e incarica di trovare a Cenaia un terreno per costruirvi, a sue spese, la chiesa per la nuova parrocchia.
Se vi furono reazioni o meno non risulta: sta di fatto però che al vescovo, quando ritornò nel 1838 a Crespina in visita pastorale, fu presentato un quadro catastrofico della situazione del complesso parrocchiale: il Campo santo (era ancora gestito dalla chiesa) doveva essere assolutamente sistemato, la chiesa e la canonica andavano in rovina per la instabilità del terreno e l’unica soluzione possibile era di fare tutto nuovo per non trovarsi – fra non molto – con un mucchio di rovine.
Il proposto Santernetti convalidò il quadro con una perizia tecnica che avallava quanto esposto, e si era fatto premura di presentare uno splendido progetto per il nuovo da realizzare; progetto fatto estendere dal prof. Alessandro Gherardesca l’architetto che aveva, in quei medesimi anni, progettata ed eseguita la nuova chiesa di Ponsacco.
Il vescovo prese visione di tutto, ascoltò tutti e, senza fare difficoltà, chiese di essere informato al più presto con quali e quanti mezzi il popolo di Crespina avrebbe potuto far fronte alla necessità e alla esecuzione del progetto “per ogni titolo pregevolissimo”.
Si ricorse ai Lanfranchi Rossi e Chiccoli, compatroni per quattro quinti, ma questi declinarono la richiesta e preferirono cedere i loro diritti al vescovo diocesano, uscendo così definitivamente dalla storia del San Michele di Crespina.
Il proposto allora e con lui un certo numero di persone del luogo comunicarono che, non potendosi fare affidamento sulle risorse locali, si faceva affidamento sul vescovo e sulla sua generosità già così bene in evidenza nella erigenda chiesa di Cenaia
Il vescovo non si tirò indietro: prese in proprio la faccenda e, dichiarandosi convinto che “era da porsi la mano alla costruzione di nuove fabbriche”, si mise subito all’opera.
Già dal dicembre 1844 si era fatto approvare dal governo granducale il progetto “a forma della perizia Vannini” per la cui realizzazione era previsto un contributo “di Lire 2.883 da parte del governo, di Lire 445 da parte del parroco, dell’utile che ne ricavava usando l’arca della vecchia chiesa da adibirsi a Camposanto da parte del Comune di Fauglia e per ogni rimanente a carico dell’Ordinario”.
“Alcuni del popolo di Crespina e specialmente le famiglie livornesi che villeggiano ogni anno nelle vicinanze di Crespina … inoltrarono vive istanze acciò il Campo santo venisse stabilito in luogo alquanto più remoto dalle abitazioni. Quantunque ciò fosse per costarmi un sensibile aumento di spese, io aderii volentieri a sì plausibili istanze: e il Campo santo fu costruito in altra più opportuna esposizione”.
Fu questa nuova esigenza che determinò la scelta del luogo più adatto per realizzare in unica sede tutto il progetto: il terreno fu individuato infatti sul Poggio sopra la chiesa dove si poteva costruire il Campo santo nella parte più alta e quindi con “più opportuna esposizione”, e la chiesa con accanto la canonica nella parte inferiore e più pianeggiante.
La proprietà di quel Poggio era dei livornesi signori Della Longa: le trattative non furono agevoli poiché il prezzo che richiedevano era ritenuto troppo oneroso così che, dopo aver esperito tutto quanto di cortesia e di diplomazia era del caso, il vescovo fece intervenire l’autorità civile perché il terreno fosse espropriato essendo destinato ad opere di interesse pubblico.
Si era arrivati ormai al 1846 e le pratiche preliminari si potevano ritenere concluse: il signor Catola di Cascina aveva vinto la gara per eseguire i lavori e si studiava come provvedere al culto e al proposto nel periodo intercorrente fra la demolizione del vecchio fabbricato e la costruzione del nuovo: si doveva infatti utilizzare il materiale demolito ed usarlo per realizzare almeno una parte del nuovo.
A questo punto si fece avanti il signor Luigi Della Pace, già agente agrario ed ora possidente, il quale chiese di acquistare in blocco tutto il vecchio fabbricato nel quale, così diceva, voleva creare una non meglio precisata manifattura per dare occupazione a tanta gente del paese che allora, senza mezzi termini, veniva definita impietosamente “accattona”.
Il Della Pace avrebbe sborsato subito il prezzo in Lire 3.000 e, pur divenendone proprietario a pieno titolo, garantiva di aspettare a prenderne reale possesso fino a quando non fossero agibili la nuova chiesa e la nuova canonica, assumendo sopra di se eventuali spese di manutenzione ordinaria e straordinaria che si dovessero rendere necessarie nell’ attesa.
AI vescovo piacque la proposta, chiese ed ottenne le relative autorizzazioni da Firenze e da Roma, firmò il contralto il 23 aprile 1846 e destinò la somma ricevuta alla erigenda chiesa.
L’operato del vescovo non venne però condiviso dai Crespinesi o almeno da una parte di essi: e soprattutto non venne condiviso dal proposto Santernetti: fu l’inizio (o il pretesto) per un crescente rifiuto di tutto quello che il vescovo andava facendo per la costruzione delle “nuove fabbriche”, fino ad assumere posizioni di aperto contrasto.
Le prime avvisaglie di tale contrasto si ebbero in occasione del terremoto del 14 agosto 1846 che, avendo avuto l’epicentro ad Orciano Pisano, devastò in particolare le Colline.
Di questo terremoto non rinvengo notizia diretta nell’archivio parrocchiale: nel “giornale della Compagnia” leggo che il giorno dopo si fece la solita festa della Madonna Assunta con otto messe e quello successivo si celebrò l’annua festa di San Rocco con sette messe; è ben vero però che in data 29 agosto vi si legge l’entrata “di questuato l’alta dal 14 agosto a tutto il 22 agosto nella questua del terremoto” …
Il vescovo Pierazzi accorse subito sui luoghi colpiti dal sisma e a Crespina trovò, a suo dire, la chiesa e la canonica “inservibili”: forte allora del recente contratto, richiese al Della Pace di provvedere ai relativi restauri.
Quando però il Della Pace si presentò con gli operai per eseguire i lavori, il proposto Santernetti non glielo permise in quanto lui non sapeva nulla di contratti o di altri accordi con il vescovo, per lui il Della Pace era solo un estraneo e un intruso.
Per convincerlo a subire il comodo ci volle una ingiunzione governativa. Non ci è possibile dire quali furono i veri motivi di questa posizione eccetto quelli legali che vedremo in seguito: probabilmente, al fondo, c’era la delusione di non gestire l’opera poiché il vescovo, reso responsabile dell ‘intero onere finanziario volle fare da se e senza alcuna mediazione: così aveva rifiutato il progetto fatto fare dal Santernetti al Gherardesca, aveva optato per spostare il Campo santo al Poggio per assecondare i villeggianti livornesi ma, pare, contro il desiderio dei crespinesi, aveva trattato con il Della Pace senza sentire il parere del proposto e di quelli del posto; anche in occasione dei restauri dopo il terremoto non c’era stato neppure un preavviso da San Miniato.
Il terremoto aveva anche tenuto indietro l’inizio dei lavori: nel novembre 1846 i fondamenti non erano stati aperti a causa della stagione contraria e ai primi dell’anno successivo non si era fatto lo scasso.
Comunque il Catola aprì il cantiere e vi pose un discreto numero di operai così che alla fine del 1847 era terminata la copertura dei tetti e si potevano iniziare i lavori interni di intonaci, pavimenti, costruzione di tre altari; gli infissi erano pronti e non rimaneva altro che sistemarli per procedere poi all’ imbiancatura del tutto.
Mentre al Poggio fervevano i lavori, giù nella canonica vecchia i maggiorenti della Compagnia, con il consenso almeno tacito del proposto, prepararono una clamorosa contro mossa.
Decisero di calare le campane dal campanile e di rifonderle più pesanti: si raccolsero offerte, si chiamò il fonditore e si preparò la fornace per la fusione. Tutto sarebbe andato liscio se qualcuno non avesse fatto giungere al vescovo “voce stragiudiciale” che le campane erano progettate di misura tale da non poter essere collocate sul piccolo campanile che il Catola, secondo il progetto del Vannini, costruiva su al Poggio: potevano essere ricollocate soltanto sul vecchio campanile che però non apparteneva più alla chiesa essendo stato venduto con il resto al Della Pace.
Questa volta si andò per vie legali ma, fra un contrattempo e l’altro della giustizia granducale, i crespinesi riuscirono – nell’estate 1847 – a rifondere senza rischi le campane così come avevano progettato.
Con una laconica letterina il proposto invitò il vescovo a benedirle: non poteva fare altrimenti, essendo il vescovo l’unico abilitato a quella liturgia. E il vescovo, imperterrito, rispose: “Estraneo per l’indole stessa dei fatti a ogni pretesa locale, e contento di essermi tutelato con una protesta giuridica, poiché la benedizione delle campane non è che una funzione sacra, un esercizio di ministero tutto spirituale e una abilitazione dei bronzi già fusi al suono liturgico e non alla occupazione di qualsivoglia locale, ben volentieri il 27 del corrente mese (settembre 1847) mi recherò a cotesta parrocchia per benedirvi tutte le campane che vi troverò preparate a tal’ uopo … ”
E vi andò.
Non così disponibile dovette essere il proposto quando, terminata la nuova chiesa, si trattò di benedirla: trovo infatti nell’archivio questa dichiarazione: “A dì 14 aprile 1848. lo sottoscritto, parroco di Lari, mi son portato in questa sera di commissione dell’ Ill.mo e Rev.mo Mons. Torello Pierazzi, vescovo di San Miniato, nella nuova chiesa parrocchiale di Crespina, e I ‘ho benedetta sotto il titolo di San Michele Arcangelo: osservato in tutto e per tutto il prescritto del Rituale Romano e presenti i sacerdoti Sig. Giuseppe Pegolotti di Lari e Sig. Valentino Citi di Crespina. In fede. Proposto Luigi Pacchiani”.
“La chiesa era già stata benedetta dal Pievano di Lari – così il vescovo nel suo memoriale – e la canonica era diventata abitabile. M i volsi dunque al sig. Proposto di Crespina acciò lasciasse le vecchie fabbriche e si trasferisse ad occupare le nuove. Ma il sig. Proposto, con risoluzione che io non avrei mai potuta prevedere (poiché egli era stato uno dei più caldi e più insistenti nel reclamare la costruzione di una nuova chiesa e canonica) rifiutò di abbandonare le vecchie fabbriche … “.
C’era anche il Della Pace che reclamava di entrare in reale possesso di quei fabbricati ora che i nuovi erano pronti: lui aveva già pagato, aveva tenuto fede ai patti anche onerosi, ora si aspettava di veder riconosciuti i suoi sacrosanti diritti.
E ancora una volta si adirono le vie legali.
Se vogliamo conoscere il punto di vista del proposto Santernetti, così resulta da un suo memoriale esistente nell’archivio parrocchiale.
Egli ammetteva di essere stato fautore della costruzione della nuova chiesa ma anche della contemporanea demolizione dei vecchi edifici per adibirne l’area a Camposanto; asseriva poi che lui, titolare del beneficio, non era stato neppure interpellato sul cambiamento di programma che spostava il Camposanto in altro luogo e che vendeva a un privato quegli edifici e li destinava, invece che alla demolizione, ad attività imprecisate ma sicuramente di speculazione: a nome del suo popolo (il Santernetti era anche crespinese) si ribellava al fatto che là dove da un millennio e oltre erano stati sepolti gli antenati, ora e in seguito vi si potessero svolgere attività quanto meno profane e forse anche dissacranti.
Mentre intanto la nuova chiesa, campanile e canonica asciugavano su al Poggio e già cominciavano ad andare regolarmente alla malora, mentre le pratiche legali si sgomitolavano con la loro istituzionale lentezza, anche – sembra – per facilitare un eventuale tentativo di reciproco onorevole compromesso, il vescovo Pierazzi moriva all’inizio del 1851 e il proposto Santernetti lo seguiva appena due anni dopo.
Non si era ancora fatto l’uffizio “in die septima” che il Della Pace scrisse al Vicario capitolare mons. Alli-Maccarani per riaffermare i suoi diritti sulla canonica ora vuota: e per essere ascoltato con più sicurezza fece seguire una intimazione di carattere legale.
In quei giorni però il Vicario capitolare ricevette anche una lettera, regolarmente firmata, dall’opposizione che lo faceva avvertito di stare attento “a cambiare le cose” e che almeno aspettasse l’esito dei tentativi di conciliazione per i quali – pare – molti o forse troppi si davano da fare.
L’Alli-Maccarani prese visione di tutto, non rispose a nessuno, lasciò che l’ufficio civile competente provvedesse a prendere in consegna dagli eredi Santernetti i mobili, gli arredi e i “sinodali” e che li trasferisse nella nuova chiesa e canonica.
Poi nominò subito il nuovo proposto nella persona del canonico don Giuseppe Puccini il quale arrivò a Crespina il 20 aprile 1853.
Così ne scrisse al Vicario capitolare: “Alle sei di questa sera … sono arrivato a questa mia nuova residenza, ove ho trovato sempre il sig. Buoncristiani che mi attendeva, e buona quantità di popolani che mi hanno fatto buonissima accoglienza da lusingarmi a sperar bene. Pare che i partiti siano in una calma da lusingare d’un prossimo pacifico accomodamento per devenire nella prossima futura Domenica alla conclusione d’una perfettissima pace. lo attenendomi fino dal principio alle generali procuro di conciliarla e me ne lusingo … “.
È un fatto che appena dieci giorni dopo, il 30 aprile I853, fu firmato un compromesso, da volgersi in regolare contratto, tra il Della Pace da un lato e i signori Bertacchi da Paule e Gregorio Della Longa dall’altro.
Il primo vendeva le vecchie fabbriche (camposanto, chiesa, campanile, canonica) al “popolo di Crespina” da quei due signori rappresentato con obbligo perpetuo di mantenerle al culto o ad attività esclusivamente religiose, “per il prezzo di Lire settemila e 350 o siano scudi 1.050 al netto di ogni spesa” da pagarsi in cinque anni, del cui pagamento si rendevano garanti i sopradetti signori.
Per mettere insieme quella somma si aprì una sottoscrizione con la quale si poté dare onore all’impegno assunto.
Il proposto Puccini, oltre che la pacificazione degli animi, curò con insistenza la valorizzazione della nuova chiesa: nel medesimo anno 1853, con l’ intervento del Comune, riesce ad avere terreno per formare più grande il piazzale davanti alla chiesa; dalla vecchia alla nuova chiesa trasferisce confessionali, pulpito ed organo, facendo venire per questo l’organaio Tronci da Pistoia e nel 1855 fa acquistare a Livorno – per Lire 64 compresa la gabella – la lumiera di cristallo.
Sempre nel 1855, nel luglio, arrivò “il gran flagello ciel colera”: si ebbero nove vittime e dall’ anno successivo si cominciò a ricordare l’evento con celebrazione di ringraziamento che ebbe inizio con una processione da Cenaia fino a Crespina.
La processione era partita da Cenaia perché Cenaia era ancora nella parrocchia di Crespina: nonostante che da tempo fosse pronta la nuova chiesa di S. Andrea non si era ancora fatta la nomina del primo parroco che avvenne nel marzo 1857 unitariamente allo smembramento da Crespina e all’ assegnazione dei relativi confini.
Nella parrocchia di Crespina rimasero 1614 anime.
Nel febbraio 1859 il proposto Puccini organizzò un corso di Missioni e “con una processione dalla chiesa vecchia fu portata la croce piantata davanti alla chiesa nuova”.
In quegli anni – frattanto – si faceva l’Italia: l’unico accenno all’evento lo trovo nel “giornale della Compagnia” in data 15 luglio 1860: “Per uniformarsi alle leggi veglianti da questo giorno si conterà in lire e centesimi italiani”.
Nel 1865 moriva il proposto Puccini; da dodici anni abitava nella nuova canonica e, con tutti i mezzi a lui possibili, aveva cercato di far accettare al suo Popolo la nuova chiesa, costruita dal vescovo Pierazzi.
Dire che ci fosse riuscito è un ‘altra cosa.
Quando infatti la chiesa vecchia e gli annessi furono ricomprati fu chiesto ed ottenuto – come si è visto – un notevole sacrificio economico da parte della popolazione che ne veniva dichiarata proprietaria. La spesa sostenuta aveva senso se la detta chiesa rimaneva aperta e officiata.
E così avvenne: la Compagnia ne aveva fatta la sua sede, vi celebrava uffizi e mortori, e aveva ottenuto anche la celebrazione della messa nei giorni festivi. A questo si aggiunga il fatto che la nuova chiesa, a paragone della vecchia, non si poteva dire certamente un capolavoro di bellezza; quando poi – passati pochi anni – o perché il terreno fosse instabile o perché la costruzione fatta in accollo risultasse male eseguita, le condizioni statiche cominciarono a dare serie preoccupazioni fu sempre più facile – più che ritornare – rimanere nella vecchia chiesa e tener chiusa la nuova.
Insieme al progressivo abbandono crebbe, più che la non accettazione, un vero e proprio rigetto psicologico tale da far poi scomparire anche dalla memoria e dai ricordi quella chiesa; eppure di questa chiesa esiste nell’ archivio parrocchiale una documentazione ampia e precisa alla quale poter fare sicuro indiscutibile riferimento; eppure di questa chiesa abbiamo una riproduzione pittorica, di notevole valore artistico, eseguita da Silvestro Lega. Ma anche qui il rigetto di cui sopra ha fatto sì che detto quadro di solito si riferisca alla chiesa attuale anche se questa non ha, ne ha mai avuto un campanile che invece ben si vede in quel dipinto.
Per questo mi lusingo (come direbbe il proposto Puccini) di aver ritrovato e riproposto un pezzetto di storia di Crespina, andato smarrito.




Avere due chiese volle dire avere il raddoppio dei guai e dei problemi: poiché, se era vero che la chiesa costruita al Poggio non piaceva e, per di più, mostrava difetti tali da dover essere chiusa al culto per misura di sicurezza pubblica, anche la chiesa vecchia non era un gran ché in condizioni migliori.
Si aggiunga inoltre la difficoltà di stabilire chi erano poi i proprietari della chiesa vecchia e, di conseguenza, chi erano i responsabili per provvedere: secondo il contratto la proprietà era ricaduta “sul popolo di Crespina” o, quanto meno, sui sottoscrittori che avevano dato qualsiasi contributo per riacquistarla: ma si poteva chieder loro di metter fuori i mezzi necessari e chi era in obbligo di prendere le relative decisioni?
Il nuovo e giovane proposto Giovanni Francalanci nel 1882 pensò seriamente alla situazione e, per far le cose con criterio, si fece fare una perizia che doveva precisare quale delle due chiese si prestava meglio per mettervi le mani anche in vista di un eventuale ingrandimento, richiesto dal numero crescente della popolazione.
La risposta del perito ing. Sforzi fu che la chiesa vecchia era fatta in modo tale e posta in luogo tale che poteva sopportare solo pochi restauri (il più serio dei quali era il rifacimento dei tetti) tanto per farla tirare avanti, così come era, il più possibile.
Se invece si voleva pensare ad una chiesa più spaziosa e funzionale (quella dell’ingrandimento sembrava una esigenza primaria) allora si doveva ripiegare sulla chiesa al Poggio: in questa c’era la possibilità di allargare e di allungare quanto si desiderava mentre, nel contempo, si sarebbero potute demolire le parti pericolanti e ricostruirle in maniera più adeguata.
Questa soluzione aveva inoltre due vantaggi: quello della sicurezza giuridica circa la proprietà e quello dell’esistenza della casa canonica che risultava in discrete condizioni.
La perizia – in ogni caso – suggeriva come cosa urgente di riattare la vecchia chiesa mentre si trovavano i notevoli finanziamenti necessari per il consolidamento e l’ingrandimento dell’altra.
Nel giugno del 1883 il proposto Francalanci si era fatto fare dall’ amico ing. Gregorio Del Guerra un progetto, con relazione finanziaria, “per il restauro e l’ampliamento” della chiesa al Poggio: la spesa era prevista in Lire 23.881,92.
Il proposto sapeva bene che questa volta non si poteva fare appello ad un intervento finanziario del vescovo e allora, per il Capodanno del 1884, si rivolse – ancora una volta – ai Crespinesi per aprire una pubblica sottoscrizione allo scopo di reperire i fondi necessari: chi aderiva era invitato a firmare una dichiarazione con la quale si impegnava ad una precisa offerta (in denaro o prestazione d’opera) da versarsi in tre anni a cominciare dal 1885. Il successo della sottoscrizione fu tale che si raggiunse presto un impegno di Lire 18.000 e il proposto Francalanci poté iniziare le pratiche per ottenere le richieste autorizzazioni e permessi dal governo.
Nel maggio 1885 il governo dette il suo assenso “per la ricostruzione e l’ampliamento della chiesa di Crespina, ora chiusa al culto per misura di sicurezza pubblica” concedendo un suo sussidio di L. 2.000 e il consenso alla demolizione di due camere della canonica e all’uso di parte dell ‘orto onde permettere il previsto ampliamento.
Il primo dicembre 1885 fu affisso alla porta della canonica un semplice avviso, scritto a mano su un foglio di quadernetto, con il quale si invitavano i sottoscrittori della vecchia e nuova chiesa ad una prima “adunanza” per dibattere insieme ” tutto ciò che riguarda la costruzione della nuova chiesa.
Dal restauro e ricostruzione con ampliamento si era passati alla costruzione di una nuova chiesa: questa era infatti la verità perché il progetto Del Guerra lasciava in piedi della precedente costruzione solo il muro in comune con la casa canonica e parte di quello di fronte.
Da quella adunanza uscì il Consiglio, presieduto dal Francalanci, che si dette delle regole precise da seguire: eseguire i lavori a mano d’opera e non “in accollo”, presenza continua di un assistente tecnico (o capomuratore) che fosse responsabile dei materiali, dei lavori e degli operai, direzione del progettista ing. Del Guerra.
Il Consiglio si impegnava anche a preferire – per quanto possibile – muratori, manovali, barrocciai, artigiani ecc … del paese.
Delle adunanze del consiglio ci sono rimasti i verbali, schematici ma precisi; come altrettanto precisi sono i libri di amministrazione dei lavori. Da quanto si può osservare nel carteggio esistente nell’archivio parrocchiale, il proposto Francalanci fu insieme dinamico animatore e attento amministratore: era riuscito a convincere un paese che tutto lasciava credere stanco e deluso da anni di beghe e di polemiche; e aveva saputo trovare prima, e mantenere poi, validi sostenitori e disinteressati cooperatori, prima fra tutti il progetti sta ing. Del Guerra, per una iniziativa per certi aspetti grandiosa e, in ogni caso, coraggiosa.
Questo non impedì che fiorisse contemporaneamente il tradizionale paesano pettegolare a base di “si poteva far meglio” oppure “si poteva risparmiare” o “quando si finisce” e così via o anche peggio se in una lettera al proposto l’ ing. Del Guerra (piuttosto suscettibile e poco adusato a simili vezzi paesani) sbotta in un “benché i crespinesi non se lo meritino … ”
Il giorno 11 gennaio 1886 ebbero inizio, senza particolari cerimonie, i lavori per erigere la nuova chiesa: si trattò, prima di tutto, di demolire il campaniletto, la parte absidale della chiesa preesistente e una parte della canonica.
La cosa fu condotta con molto entusiasmo e poche precauzioni se “i due muratori Carrai Gaetano e Priami Carlo, in vista dei pericoli ai quali si erano esposti … domandarono una gratificazione qualunque oltre l’assegno giornaliero; il Consiglio “fatti i debiti riflessi” però non andò oltre “a tener conto dell’abilità di questi giovani nel corso della lavorazione e a dare loro un voto di plauso”.
Questa severità era frutto dei tempi, ma i signori deputati del Consiglio dovettero accorgersi presto che i tempi mutavano, anche a Crespina, tanto che, nel luglio dell’ anno successivo, dovettero registrare che cinque “manovali hanno fatto sciopero”; l’unica concessione che il Consiglio adottò fu quella di aumentare la paga ai manovali e portarla a Lire 1,40 a opra “per sei giorni sul tempo della mietitura del grano”.
Intanto i lavori andavano avanti speditamente: per consolidare il terreno – in particolare quello che doveva poi sostenere il peso della cupola – vi si conficcarono oltre cento pini con la “berta” fatta venire da Pontedera.
Alla fine di quell’anno 1886 il transetto era stato costruito e la cupola innalzata e già coperta con le “scaglie” fatte venire da Firenze. Nel maggio 1887 si demolì invece la facciata (quella che si vede nel dipinto del Lega) per ricostruirla più in avanti (non a filo della canonica) e acquistare altro spazio alla navata della chiesa.
Alla fine del 1887 il rustico di tutta la chiesa, con la copertura dei tetti, era completato e a posto.
Per le rifiniture ossia il soffitto, il pavimento di marmo, le decorazioni interne, gli altari e gli infissi ci vollero altri tre anni: un po’ perché si vollero eseguire in maniera più elegante di quanto previsto nel progetto iniziale e un po’ perché cominciarono a scarseggiare i fondi avendoli spesi quasi del tutto nel lavoro già fatto.
Il Consiglio questa volta fece dei “riflessi” seri, oltreché debiti, sulla precarietà della situazione finanziaria ma il proposto Francalanci lo spronò a non fermarsi; da parte sua riuscì ad incrementare le entrate sia organizzando lotterie e tombole sia impegnandosi personalmente in un prestito. Infine convinse la Compagnia a devolvere alla nuova chiesa una parte notevole delle sue entrate così che questa finanziò interamente la sacrestia accanto all’altare della Madonna, il soffitto e il pavimento.
Questo coinvolgimento della Compagnia ebbe anche l’effetto di determinare la fine del dualismo nuova-vecchia chiesa, al punto che da allora la gestione delle vecchie fabbriche risultò unicamente un fastidioso problema da risolvere.
Così, anche se tutti i lavori di rifinitura non erano ancora stati completati, la nuova Chiesa di San Michele Arcangelo di Crespina divenne agibile dal novembre 1889 e due anni dopo – il 13 giugno 1891 – fu consacrata dal vescovo di San Miniato, mons. Alberto Pio Del Corona.
Negli anni successivi si operò perché la nuova chiesa risultasse sempre più accogliente e funzionale: si ripristinò l’organo sulla nuova cantoria; si fece la bella bussola alla porta centrale; si rinnovarono gli arredi sacri per il culto adeguandoli all’ importanza della nuova chiesa.
L’archivio parrocchiale – d’ora in avanti – è avaro di ricordi e di notizie, quasi che l’iniziale dinamismo del proposto Francalanci si fosse esaurito nella costruzione e realizzazione della nuova chiesa: ma la verità è che, risolto quell’ annoso e grosso problema, il proposto si dedicò alla cura della sua parrocchia e del suo popolo che erano in continua crescita ed evoluzione sociale: e del quotidiano agire pastorale di un prete si potranno fare anche dei bei libri, ma raramente se ne trovano tracce in un archivio.
In ogni caso si deve all’ opera di promozione del proposto Francalanci la fondazione della Misericordia nel 1912, che mise a disposizione della comunità un servizio di solidarietà umana e di carità cristiana che superava -migliorandoli- gli schemi tradizionali delle antiche confraternite locali; e nel 1924 riuscì a far nascere e sviluppare quell’ Asilo Infantile che tanto bene, e per tanti anni, fece a Crespina e ai suoi abitanti.
Non dobbiamo dimenticare neppure che i tempi furono particolarmente difficili: basti ricordare la prima guerra mondiale, nella quale morirono 109 militari del Comune di Crespina, il primo dopoguerra con le agitazioni politiche e sociali che lo caratterizzarono e il successivo cupo imporsi del regime fascista.
Per cinquanta anni il proposto Giovanni Francalanci fu l’anima della parrocchia di Crespina e la nuova e bella chiesa di San Michele ne rimane ricordo e monumento.
A don Lelio Mannari, proposto a Crespina dal 1934 al 1959, si deve l’ulteriore abbellimento della chiesa di San Michele.
Superato il duro periodo della seconda guerra mondiale e riparata l’ala del transetto (sopra l’altare del Crocifisso) danneggiata da una esplosione bellica, negli anni dal 1950 al 1954 chiamò il pittore prof. Antonio Gaioni perché dipingesse nel soffitto della navata, nella cupola e nell’abside la vittoria del Santo protettore sul male e il trionfo finale del Cristo e della sua Chiesa: al medesimo artista affidò il ciclo pittorico delle quattordici tavole rappresentanti la “via crucis”.

Sempre al proposto Mannari si deve il lungo interessamento per il quadro di San Michele, donato dal Tempesti.
La tavola, per oltre un secolo, era passata inosservata agli intenditori, quando – nel rifiorire degli studi in vista del sesto centenario di Giotto – il prof. Mario Salmi la rilanciò all’ attenzione della critica come un raro esemplare della sua scuola.
Il San Michele fu richiesto ed esposto – con notevole evidenza – alla Mostra Giottesca tenuta a Firenze nel 1939, ed in quella occasione il proposto ottenne promessa di restauro.
Fu un restauro che andò molto per le lunghe sia per il sopravvenire della guerra (fu nascosto in un rifugio) sia per la tecnica dello strappo che in quegli anni, essendo una quasi rarità, si praticava con estrema cautela: con quella tecnica però venne eliminata la vecchia tarlata tavola di legno ed il dipinto, adeguatamente restaurato, fu sistemato su legname nuovo.
Il San Michele ritornò a Crespina nel luglio del 1951 e aveva cambiato paternità: i critici infatti – già nell’esporlo alla Mostra Giottesca – lo avevano attribuito a Bernardo Daddi, pittore fiorentino operante dal 1317 in poi e morto nel 1348.

La tavola invece della “Madonna col Bambino e Angeli” dovette aspettare ancora qualche anno per avere eguali cure e trattamento.
Non si trova cenno di quando sia pervenuta a Crespina: come abbiamo già visto, Alessandro Guidiccioni, vescovo di Lucca, venuto in visita pastorale nel 1564, la suppone già nella chiesa di San Michele quando dice che la Confraternita femminile festeggia la Madonna il 15 agosto ad un altare decorosamente adornato.
Il quadro, dal Seicento in poi ebbe il titolo del Ss. Rosario, girò poi tra chiesa vecchia e chiesa nuova fintanto che non fu sistemato definitivamente nel 1888 nell’ attuale altare marmoreo, donato dalle donne di Crespina.
All’ inizio del novecento fu inventariato come “creduto della scuola di Giotto (e attribuito a Taddeo Gaddi)”; le sue condizioni erano già nel 1914 precarie; passata la seconda guerra mondiale, dovendosi fare alcuni lavori in chiesa, fu richiesto l’intervento di un incaricato della Sopraintendenza ai Monumenti di Pisa onde poterlo rimuovere senza rischi.
La Sopraintendenza, per evitare danni ulteriori, ritenne opportuno – nel luglio del 1951 – trasferire il quadro a Pisa in attesa di un possibile restauro. Anche in questo caso l’attesa fu lunga e soltanto dopo l’autorevole e insistente interessamento di don Luciano Rita, attuale proposto di Crespina dal 1959, il restauro fu portato a compimento con le più moderne tecniche. Con solenne accoglienza finalmente la tavola ritornò a Crespina nell’ ottobre 1974 e ricollocata nel suo altare nella chiesa di San Michele: anche quest’opera, al suo ritorno, ebbe nuove generalità poiché la critica d’arte l’attribuisce oggi a Giovanni Cristiani di Bartolomeo, pittore fiorentino della seconda metà del Trecento.

Il compito dello storico qui giunge al suo termine: gli sia consentita, come conclusione, questa riflessione.
La chiesa di San Michele è stata per almeno un millennio, il riferimento della continuità di Crespina: se, a differenza di altre località, la chiesa non ne fu centro propulsore ne fu però sempre una componente fondamentale accanto alla quale e intorno alla quale il popolo crespinese ha costantemente riversato il suo attaccamento ed il suo amore.
Attaccamento ed amore che potranno essere ancora per il popolo di Crespina un sostegno e uno sprone nel cammino, sempre nuovo, della sua storia verso il domani.
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