Villa Roncione

Villa Roncioni, storica proprietà della famiglia pisana dei Roncioni dal XII secolo, durante il Settecento fu sede del commissario feudale e qui erano situate anche le prigioni. 
Passato di proprietà ai conti Miari Fulcis nel 1931, fu trasformato in villa.

RONCIONE NELLA DESCRIZIONE DEL 1788 DI GIOVANNI MARITI NEL SUO “ODEPORICO O SIA ITINERARIO PER LE COLLINE PISANE”

22 settembre 1788

Dal suddetto Castellare venni lì appresso a un villaggio detto Roncione, che resta nel Comune e cura di Tremoleto. Vi è qui una villa detta di Roncione. Mi fu detto che la nobil famiglia Roncioni di Pisa possedé una volta in questo luogo dei beni, la maggior parte di diretto dominio della mensa arcivescovile di Pisa. L’arcivescovo Giuliano sotto il dì 6 di marzo 1456, allivellò i medesimi a Jacopo di Piero detto Il Cima d’Arezzo, conducente per sé e per donna Pina di Marco da Terricciola sua moglie, come per i rogiti di Ser Antonio del Pinta. Nel 1464 passarono in Tana di Vieri De Medici. Nel dì 15 di novembre 1717 Francesco Maria di Cosimo Medici cedé detti beni al Balì Francesco del fu Jacopo Lorenzi, e così quella villa divenne poi l’ordinaria abitazione de’ signori Lorenzi quando si portavano al loro feudo. Dalla qual famiglia passò quindi e villa e fattoria in quella Del Testa Tignoso per interesse del conte Ottavio Cataldi, e final mente nella signora contessa Bertolini di Firenze. 

Da Roncione, fatto di nuovo capo a Tremoleto, per la Via di Vicchio tornai verso Belvedere. Prima di salire sul prato della villa Testa, mi trattenni presso una fornace da mattoni, ove nell’argilla che levano in quello stesso posto, trovai molti testacei fossili, fra i quali dei gusci della Venus circinnata Born. Test., ripieni di calce di ferro scura, e poco dissimile da quella di cui sono formate le etiti. Trovai pure una folade singolare, e nuova col proprio vertice ricurvo, calcinata, e ripiena di calce di ferro solida, e di color ranciato, come pure veddi frequente dei rottami della pinna nobilis (Linn. Syst. Nat. Tomo I pag. 1160 sp. 265), e molti gusci del mytilus cipreus (Linn. Syst. Nat. Tomo I pag 1158 sp. 257). 

Di lì tornai finalmente a Belvedere, e così vi lascio per ora.