Come la tavola trecentesca del San Michele Arcangelo che sconfigge il drago arrivò a Crespina

Questa tavola cuspidata datata fra il 1330 e il 1340  raffigurante San Michele che uccide il drago  si trova nella chiesa nuova di San Michele a Crespina, nell’abside dietro l’altare maggiore, misura 120 x 230 cm.

L’opera viene oggi concordemente attribuita a Bernardo Daddi (1290ca-1348), seguace di Giotto.

Don Piero d’Ulivo, nel libro “CRESPINA E IL SUO S. MICHELE” pubblicato nel 1989, così racconta le amene vicende che, grazie a un’iniziativa di Ranieri Tempesti, portarono a Crespina la tavola trecentesca di San Michele una volta terminati i restauri della vecchia chiesa. L’abate Ranieri Tempesti – fine erudito e cappellano di Belvedere dal 1780 al 1819 – aveva collaborato attivamente con il proposto di Crespina per il restauro della vecchia chiesa di San Michele, un progetto accolto con entusiasmo e memorabile partecipazione anche dalla popolazione tutta…

… “ I lavori di restauro si poterono dire conclusi nel 1801: ma il Tempesti non si sentiva ancora soddisfatto e si mise alla ricerca di qualche bella immagine o simulacro di San Michele.

Si racconta che al mercato di Cascina l’abate Tempesti andasse da sempre per acquistarvi qualche “pezzo” che molta nobiltà (già in disarmo più che altro per ragioni economiche) esitava con frequenza al migliore offerente che spesso era il primo.

Su quel mercato cominciò a correre la voce che l’abate di Belvedere era interessato a un “san Michele”, quadro o statua che fosse; la voce fece il suo solito giro ed ecco, in men che non si dica, spuntare un offerente.

L’offerente questa volta era un prete: Giovanni Stanislao Ercolini, rettore della chiesa di Marciana. Lui aveva in chiesa una vecchia tavola rappresentante san Michele; lui era disposto a venderla per un certo numero di scudi.

AI Tempesti, subito informato, piaceva la proposta ma ritenne di dover fare il difficile: un tale oggetto di culto non poteva essere venduto e comprato al mercato come un qualsiasi mazzo di cipolle! e fece sapere che se la cosa interessava davvero all’Ercolini si sarebbero dovute osservare certe regole e non soltanto per salvare le apparenze.

L’Ercolini era interessato: attraverso i soliti intermediari elaborò una transazione: non ci sarebbe stata né compra né vendita ma solo una innocente permuta (regolarmente autorizzata da chi di dovere) con altro oggetto di culto. Si arrivò a concordare l’oggetto della permuta in una pianeta di broccato: fu chiesto ed ottenuto il necessario assenso del Comune di Cascina e l’ Ercolini insisté per concludere la faccenda.

La quale, resa ora di pubblico e ufficiale dominio, deve aver creato da un lato aria di meraviglia, e da un altro lato forse anche aria di risentimento, tanto che il Tempesti non se la sentì di esporsi personalmente per sbrigare la permuta e fece sapere che, essendo i marcianesi gli interessati ad avere quella bella nuova fiammante pianeta di broccato, venissero a Belvedere a ritirarla, portando seco quel vecchio polveroso tavolone tarlato.

I marcianesi (anche l’ Ercolini ora preferiva defilarsi) non la intendevano – naturalmente – così e si aprirono ulteriori animate trattative, alla fine delle quali si raggiunse un accettabile compromesso: lo scambio si sarebbe effettuato al confine tra Marciana e Crespina, sul Fosso Reale, proprio in mezzo al “ponte ai fichi”.

“I marcianesi con il quadro arrivarono abbastanza presto e dovettero aspettare parecchio tempo prima di veder comparire quelli di Crespina che arrivarono in ritardo. Tanto in ritardo che … impazienti credettero di essere stati presi in giro … “.

Nei resoconti orali (se ne parla ancora a Crespina “per sentito dire dai vecchi”) l’episodio si fiorisce qui di particolari più … particolari. Sembra che gli incaricati del Tempesti, arrivati di proposito in ritardo in attesa del buio (non si sa mai!), continuassero a fare scena e a lamentarsi perché in cambio di quella bella pianeta di seta leggera dovevano portarsi via quel vecchio tarlume pesante; e che i marcianesi a un certo punto, stufi e irritati, avessero giurato – tra un sagrato e l’altro – che loro a casa quel tavolone non lo avrebbero riportato di certo e che lo avrebbero piuttosto scaricato nelle acque limacciose del Fosso, a quei giorni anche in piena. Per evitare tanto scempio (e forse più perché calava la sera) i messi del Tempesti procedettero allo scambio: nel buio della notte il quadro giunse a Belvedere e, per un bel po’, nessuno ne seppe più niente.

* * *
Il 27 settembre 1806, antivigilia della festa di San Michele, l’abate Tempesti portò il quadro, ripulito e restaurato, alla chiesa di Crespina: vi si leggeva

ANDREAS ORCAGNA AN. D. MCCXCIV ME FECIT
ECCLESIAE CRESPINENSI AN. D. MDCCCVI R.T. DONAVIT.

Insieme al quadro rilasciò al proposto la copia autentica della delibera del Comune di Cascina che aveva autorizzata la permuta, e sotto vi scrisse: “Io infrascritto Liberamente e Irrevocabilmente dò e dono il sud° Quadro in Tavola, rappresentante S. Michele Arcangiolo, opera d’Andrea Orcagna, da esso dipinta nell’anno 1294, alla ven. Chiesa Propositura di San Michele Arcangiolo di Crespina. lo Prete Ranieri Tempesti mano propria”.

Il documento si conserva nell’archivio parrocchiale; stranamente, da quel momento, non si trova traccia né del quadro né del come fu sistemato fino al 1914 quando la tavola venne inventariata dalla Sopraintendenza ai Monumenti.

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(…) Al proposto Mannari [a Crespina dal 1934 al 1959] si deve il lungo interessamento per il quadro di San Michele, donato dal Tempesti.

La tavola, per oltre un secolo, era passata inosservata agli intenditori, quando – nel rifiorire degli studi in vista del sesto centenario di Giotto – il prof. Mario Salmi la rilanciò all’ attenzione della critica come un raro esemplare della sua scuola.

Il San Michele fu richiesto ed esposto – con notevole evidenza – alla Mostra Giottesca tenuta a Firenze nel 1939, ed in quella occasione il proposto ottenne promessa di restauro.

Fu un restauro che andò molto per le lunghe sia per il sopravvenire della guerra (fu nascosto in un rifugio) sia per la tecnica dello strappo che in quegli anni, essendo una quasi rarità, si praticava con estrema cautela: con quella tecnica però venne eliminata la vecchia tarlata tavola di legno ed il dipinto, adeguatamente restaurato, fu sistemato su legname nuovo.

Il San Michele ritornò a Crespina nel luglio del 1951 e aveva cambiato paternità: i critici infatti – già nell’esporlo alla Mostra Giottesca – lo avevano attribuito a Bernardo Daddi, pittore fiorentino operante dal 1317 in poi e morto nel 1348.

Brani estratti dal volume:
“CRESPINA E IL SUO S. MICHELE” di don Piero d’Ulivo, 1989


Riportiamo qui di seguito il San Michele nella descrizione di Luisa Generali:

(…) San Michele in veste marziale, così come viene spesso identificato nell’immaginario collettivo, (…) angelo-guerriero che nel libro dell’Apocalisse uccide il drago, metafora del male.

Il Santo è qui ritratto nell’attimo esatto in cui, sollevando la spada, raccoglie tutte le forze prima di sferrare il potente colpo che ucciderà il demone, già immobilizzato sotto i suoi piedi.

Lo sforzo fisico del gesto fa risaltare appieno il corpo dell’arcangelo e la sua veste rossa, decorata da gemme e gioielli, mentre il volto grave mostra un’espressione concentrata e sicura; inoltre caratterizzano il San Michele i capelli biondi e mossi, fermati sulla fronte da un diadema, e le ponderose ali piumate. L’estrema ricercatezza  di certi dettagli, uniti al decorativismo dei colori, ricorre nell’opera di Daddi che oltre a Crespina impiega la stessa tonalità di rosso della veste di San Michele anche per l’abito talare del San Lorenzo, conservato nella pinacoteca di Brera (1340 c.), e per alcuni fiori che compongono l’incantevole ghirlanda di Santa Cecilia al museo diocesano di Milano.

Fonte:
https://www.progettostoriadellarte.it/2020/10/30/il-culto-di-san-michele-a-crespina/
A cura di Luisa Generali


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