Colle Alberti

Estratto dalla Carta per dimostrare la circonferenza e confini dei Comuni di Lorenzana, Coll’Alberti, Tremoleto e Vichio, Francesco Magnelli, 1772.



COLLE ALBERTI, toponomastica:
Prediale di età medievale, che indica l’originario inserimento del rilievo di Colle Alberti entro i possedimenti fondiari di un nobile della famiglia Alberti (un “Alberto degli Alberti” figurava fra coloro che stipularono la pace coi Genovesi il 13 febbraio 1888). In tal senso l’edificazione della chiesetta parrocchiale di San Lorenzo Martire, tutt’oggi presente nella borgata e già menzionata negli anni 1165 e 1175 in rapporto alla pieve di riferimento (San Giovanni in Val d’Isola, a Tripalle), andrebbe ricercata nella sua originaria funzione di oratorio privato della famiglia proprietaria dei luoghi.
[Pag 53 https://enti.digitech-group.com/crespinalorenzana/QC/QC_13_Relazione_archeologica_CL.pdf ]

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Emanuele Repetti, autore del Dizionario geografico fisico storico della Toscana pubblicato a Firenze nel 1833, così parla di Vicchio:


REPETTI ON-LINE, UNIVERSITÀ DI SIENA:
http://stats-1.archeogr.unisi.it/repetti/database.php#page_1

COLLE ALBERTI in Val di Tora. Villa già castelletto con parrocchia (S. Lorenzo) succursale della pieve di Tripalle, dalla quale è distante 3 miglia toscane a ostro, stata annessa fino dal 1635 alla cura di Tremoleto nella Comunità e appena 1/2 miglio toscano a levante di Lorenzana, Giurisdizione di Lari, Diocesi di Sanminiato, già di Lucca, Compartimento di Pisa.
Risiede in una collinetta sul torrente Borra fra i Monti livornesi e le Colline pi-sane di S. Ermete e Casciana.
A piè della collina di Colle Alberti dal lato di levante si trovano le rovine di un’antica chiesa, che appellavasi S. Lucia di Gerle, e che dipendeva dallo stesso piviere di Tripalle.

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Colle Alberti e la sua chiesa (Lettera dodicesima) 
Da Lorenzana, per alti e bassi, questo medesimo giorno 22 settembre 1788, dopo due miglia di Strada arrivai a Colle Alberti, luogo composto di poche case, non essendo presentemente se non un piccolo villaggio che non comprende forse ottanta individui. 

In poca distanza dall’abitato verso settentrione, e sopra una eminenza di tufo resta una chiesa sotto il titolo di S. Lorenzo Martire. Entrai in essa per una piccola porta meridionale, giacché quella di facciata minacciava rovina. La chiesa è di quella di piccola costruzione essendo lunga circa dodici passi e larga sei. Verso l’altare si sale un piccolo rialto che è una distinzione del presbiterio; e qui risiede sulla mensa un’antica tavola del secolo XV, nella quale è dipinta la Madonna, e altri santi; ma è molto maltrattata; lateralmente vi sono due pitture a fresco di cattivo pennello fatte fare nel 1688 dai Puccini benestanti del luogo. 

Appié della chiesa, ed a destra della porta principale, vi è nel pavimento una lastra di marmo dei Monti Pisani che sembra una specie di bardiglio, che non seppi intendere l’uso di essa; e quasi presso la medesima sulla parte stessa, vi era un vaso di marmo bianco pisano destinato per l’acqua Benedetta. E questo uno dei soliti cippi sepolcrali ridotto a tal uso; ma di esso ve ne parlerò più sotto. 

Questa chiesa appartiene certamente ad una assai remota antichità. In origine la giudicherei almeno del secolo IV. Si vede che ha sofferto varie vicende e restaurazioni egualmente di vecchia data. Da levante aveva la sua tribuna, che ora non vi esiste più, essendo venuta a mancare nell’occasione di qualche resarcimento. Della sua più antica ed originale costruzione non vi resta se non il muro settentrionale fatto di pietre ben quadrate, esattamente lavorate e ben commesse; e da questa banda v’era pure una porticina laterale, ma al solito rimurata. 

Le altre parti sono rifatte pure a pietre riquadrate, ma non lavorate con l’esattezza di quelle della banda settentrionale. Queste restaurazioni, che si ravvisano di un’antica data, potrebbero spettare al secolo IX, quando la legge longobardica di Pipino ordinò la nuova restaurazione degli antichi oratori. Potete vedere quanto vi dissi già su tal proposito nel Tomo II. Sulla facciata verso l’angolo settentrionale vi è un piccolo campanile con una campana di antica forma, ma senza iscrizione. Esternamente davanti alla porta principale, che guarda ponente, eravi una specie di atrio scoperto, il quale è adesso rovinato, e i suoi muri sono al pari del suolo. 

Vi dissi già che questa chiesa è collocata in eminente posto, e siccome dalla parte di ponente vi è un dirupo molto prossimo alla porta, perciò da questa parte ha molto sofferto e minaccia talmente rovina, che io trovai interdetto di potervisi celebrare. Qui, come pure in ogni altra parte intorno alla chiesa, e per lo stesso poggio ancora, veddi una quantità di ossa e teste umane, le quali vengono scoperte dal continuo sbassare che fa quel terreno. Non par credibile che tutto quel gran cimitero possa essere servito per la sola popolazione di quel luogo, ma vi è molto da dubitare che in tempo di pestilenza vi fossero qui trasportati d’altrove i cadaveri, come luogo separato da altri Castelli di maggior popolazione. 

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Cenni storici della chiesa 
Appartenne già questa chiesa parrocchiale alla diocesi di Lucca, e nel 1260 aveva un’entrata di e cinquanta ed era una suffraganea della pieve di S. Giovanni Battista di Val d’Isola, cioè di Tripalle, dalla quale restava distante circa tre miglia all’austro.

Nell’anno 1343 al rettore della detta chiesa di Colle Alberti furono commessi gli atti per l’elezione del piovano di Tripalle, come si ha da un libro di Lettere dell’archivio arcivescovile di Lucca segnato n. 10 a 311. Il detto piovano pare che fosse poi quel Gottifredo di cui si trova fatta menzione nel 15 di dicembre 1343 come notai nel Tomo IV.

Si cercherebbero invano memorie più vetuste di essa. Passò quindi sotto la diocesi di S. Miniato come lo è adesso. Era di giuspadronato della famiglia Orsi di Pisa; e seguitò quella civica famiglia ad eleggere il parroco fino all’anno 1635 avendo tenuta alcuna volta aggregata la cura della medesima ora a quella di Sant’Ermo, ora a quella di Lorenzana, e in altro tempo a quella di Tremoleto. 

Sotto il dì 5 di luglio 1635 per i rogiti di Ser Fabio Celsi seguì una convenzione fra lo Strozzi vescovo di S. Miniato, e Vincenzo Orsi, che detta chiesa parrocchiale fosse per sempre annessa alla cura di Tremoleto, e che l’elezione del parroco fosse alternativa fra la curia vescovile e la famiglia Orsi. Estinta la linea mascolina di tal famiglia, passò il giuspadronato nelle monache di S. Anna di Pisa, per esser restate eredi di Suor Laura e di Suor Clorinda ultime della suddetta famiglia, che erano monache in detto monastero ridotto ora a conservatorio. 

Ma in questi ultimi tempi essendo stato ordinato da S. A. Reale che i privati patroni o costituissero la congrua dote alle chiese curate di lor patronato e riducessero le fabbriche in buon grado, o vi rinunziassero, le monache suddette rinunziarono a tutti i loro diritti, talché è divenuta data del vescovo di S. Miniato; e per rinunzia fatta ultimamente di tal cura dal signor Antonio Morrona di Pisa, è stata quindi conferita dalla curia vescovile al molto reverendo signor Filippo Attucci di Monte Castello, curato della chiesa dei SS. Fabiano e Sebastiano di Tremoleto, che era il cappellano della detta chiesa, la quale è adesso come vedete un annesso della cura di Tremoleto. Il numero delle anime di questo luogo ascende ora a ottanta individui. 



Cippo acheruntico 
Già più sopra vi ho parlato di un cippo sepolcrale che ora serve nella descrittavi chiesa di S. Lorenzo per pila dell’acqua benedetta, come lo stesso si vede praticato in altre di queste più antiche chiese delle Colline Pisane.

È il medesimo dei più grandi che io abbia osservato in quelle parti. Tutta la sua altezza fuori della terra la trovai di braccia uno e tre quarti, e soldi undici nel suo maggior diametro da capo ove resta quell’incavo in cui mettono l’acqua benedetta; e al pari di terra nella parte più sottile un terzo di braccio.

Estratto quindi di terra per assicurarmi in qual guisa terminava, trovai che la detta parte più sottile riprendeva in larghezza, ma in forma di globo del diametro di soldi sei, e così riscontrai che tutto il cippo era alto braccia due e soldi uno. Quel pezzo di figura globosa per il quale stava fitto in terra, è rozzamente scarpellinato, e solo in due punti di esso era assai liscio, non procurato ciò dall’arte, ma da qualche continua consumazione come si osserva in alcuni marmi che sono stati frequentemente calpestati o baciati; forse era stato adottato a cippo qualche pezzo di più antico marmo. 

Tali cippi o pietre acheruntiche, che sono assolutamente di origine e costumanza etrusca, servirono già per uso funereo, ponendoli in terra presso il capo del cadavere, volendo così avvertire chi passava, del religioso rispetto che dovevasi a quel luogo.

Alcuni di detti sacri segnali gli ponevano in terra colla punta del cono, ed altri all’opposto. Questa diversa positura è stata rilevata dai dotti antiquari di materie etrusche dall’andamento delle lettere di diverse iscrizioni in caratteri etruschi, vedute scolpite in alcuni di tali cippi.

Tutti quelli da me trovati per queste colline gli ho veduti senza iscrizioni e senza ornati; ciò me gli fa supporre di un’antichità superiore ad ogni altro, giacché dicesi dagli antiquari che in appresso fu l’ambizione e il fasto che fecero incidere in essi delle lettere, e che gli rese ornati.

I detti marmi, o pietre acheruntiche, si dissero non solo cippi, ma anche colonnette, e sassi ancora, giacché la forma loro non fu sempre costante. Vi ricorderete a tal proposito che una di queste colonnette io ve la descrissi già nel Tomo III. 

Rispetto poi a quell’incavo che hanno quelli da me veduti, come pure alcuni osservati da altri, e che serve ora per uso dell’acqua benedetta, sarei di sentimento che non fosse sempre stato fatto ciò dai cristiani, ma che piuttosto essi gli abbiano convertiti ad uso di pile per aver trovati preparati i medesimi comodi a tal effetto. Ma bensì che in tale incavo gli Etruschi costumassero forse di abbruciare incensi, e farvi sacrifici a guisa di are, e così questi dovevano essere fitti in terra per la parte della punta, come lo doveva essere quello di Colle Alberti; ne voglio tralasciare di ricordarvi l’altro da me veduto nel  Castello di Morrona (Tomo III), il quale quantunque fosse di figura conoide, nulladimeno nella punta allargava nuovamente e formava un dado esattamente fatto, per cui crederei che questo restasse sotterra per la parte larga, e che quel dado servisse egualmente per uso di ara, e per fare delle offerte al morto ivi sottoposto. 

Un uso molto approssimante a quello di tali cippi, è quello praticato tuttavia dagli ebrei, che pongono dette pietre a guisa di termini alla testa dei cadaveri dei loro morti, or con iscrizioni, ed ora senza; e lo stesso fanno i maomettani, anzi il venerdì, giorno della settimana festivo per essi, specialmente le donne si veggono andare a passare le giornate nei cimiteri, ed ivi mangiare, lasciando taluna a guisa di oblazione anche qualche cibo, o dei fiori sopra i cippi dei loro defunti.

Se volete intendere alcuna cosa di più su tali pietre acheruntiche etrusche, potete consultare il Passeri nella sua opera Syntagma Antiquorum Monumentorum (Diss. II), e lo stesso Passeri presso il Gori Museum Etruscum (Tomo III Par. II Cap. V a 29 e segg).

Come poi tanti di detti cippi si trovino su questi colli pisani, mentre altri ancora ne ho veduti come sentirete a suo luogo, e che non pochi ne ho osservati ancora guastati per farne diversi usi, altro non saprei pensare che quei luoghi per la loro amena e vantaggiosa situazione fossero ben popolati e abitati dai nostri primi padri degli etruschi. 

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Origine di Colle Alberti 
Colle Alberti, o altrimenti Colle d’Alberto, dovette essere nei tempi longobardici, e prima ancora qualche fondo spettante a un signore di tal nome, e la piccola chiesa descrittavi è manifesto che nella sua origine fu uno di quei privati oratori che servirono già per comodo della famiglia di tali signori e per i loro servi addetti a quelle terre.

Né voglio tralasciare di ricordarvi che un Alberto Degli Alberti si trova fra i mille scelti cittadini pisani che nel 13 febbraio 1188 giurarono la pace fatta co’ Genovesi, la qual famiglia potrebbe forse essere discesa da uno di quelli antichi signori che furono padroni una volta di quel territorio.

Appartenne poi il detto Castello sotto la Repubblica pisana alla giurisdizione civile e criminale di Lari, dalla quale fu smembrato allorché nel 1680 fu formato il Capitanato Nuovo di Livorno.

Ma nel 1722 fu tolto anche da quella giurisdizione per unirlo alla Nuova Contea di Lorenzana, cessata la quale fu restituito alla sua antica giurisdizione di Lari; e per il comunitativo è restato aggregato alla comunità di Lorenzana, ed è uno dei quattro Comuni di quella comunità. 

Questo Castello sottoscrisse la sua sottomissione alla Repubblica Fiorentina il dì 20 ottobre 1406. Ebbe i suoi Statuti ma uniti a quelli di Lorenzana. Quelli che si trovano nell’archivio delle riformagioni sono del 28 aprile 1595, e si raggirano specialmente sopra i boschi e i pascoli; e dal medesimo Statuto si rileva che in quell’anno trenta capi di casa del detto Comune, unitamente all’altro di Lorenzana, erano sopra i due terzi della popolazione che avevano insieme coacervati i detti due Comuni, che al ragguaglio di cinque persone per famiglia avrebbero formata una popolazione di circa duegentoventicinque individui.

Il Comunello di Colle Alberti nella sua estensione ha circa un miglio di lunghezza e un altro miglio a più di larghezza, e circa tre miglia di circonferenza.

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Coltivazioni 
Questo luogo è ottimamente coltivato. I suoi prodotti in annata buona sono circa barili quattrocento di olio, barili settecento di vino, staja trecento di grano e altre staja seicento di grasce residuali in genere. Vi sono anche dei castagni, dei frutti, e qualche poco di boschivo. 

In quella parte i testacei fossili si trovano meno abbondanti che altrove. I terreni sono nella maggior parte tufi. 

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Documenti storici 
Sotto il dì 8 di gennaio 1291 si trova nelle vecchie carte un Benincasa detto Casino del quondam Mercatante, che si dice abitare qui nella Valle Alberti delle Colline Superiori, ma non saprei dirvi in qual parte del Comune di Colle Alberti restasse detta valle, giacché un colle elevato ha per conseguenza delle valli nei suoi contorni. 

Nel 21 agosto 1314 leggesi un confesso di Guiduccio del quondam Barsuccio di Colle Alberti, il quale si fa debitore di Bartolino del quondam Saletto da Lajatico, per aver ricevuto a mutuo da esso Libras septem Denariorum Pisanorum. Actum Collis Alberti sub Porticu Domus Nardi de Colle Alberti, presenti lo stesso Nardo del quondam Bernardo e Puccio del quondam Nato di Tremoleto testimoni. Rogato da Maso figlio di Lenso d’Ormanno da Lorenzana. 

Sotto il dì 21 dicembre 1347 si trova un altro confesso che fa Ciomeo del fu Vannello del Comune di colle Alberti delle colline Superiori di Pisa, di aver ricevuto a mutuo da Pietro notaro del quondam Guido da Ceppato; Rog. da Bartolo di Giovanni da Ceppato. Pacuano del fu Fanuccio da Colle Alberti promette che Anna Ricca sua figlia sposerà nel termine di giorni otto Cecco del fu Masino di detto luogo; il contratto fu fatto in Colle Alberti, e fu rogato da Pietro del fu Ser Francesco di Geriolo. 

Non ho trovato altro che possa in qualche guisa interessare la diplomatica di Colle Alberti. Come neppure mi sono imbattuto in alcun notaro descendente da detto luogo, per cui io credo che questi non sia mai stato un Castello di molta conseguenza, come neppure poteva effettivamente esserlo stato, quando si consideri il limitatissimo territorio del suo Comune. 

È distante il medesimo diciotto miglia da Pisa e da Livorno in calesse; ma da Livorno a cavallo solo sedici miglia. 

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Resti della chiesa di S. Lucia 
Da Colle Alberti scesi abbasso a levante verso il piano per andare a vedere le rovine di un’antica chiesa di S. Lucia, che resta in poca distanza dal fiume Borra. Si osserva solo che era fatta di pietre quadrate, di antica costruzione e di piccola mole, come quella di S. Lorenzo di Colle Alberti. Non ho altre notizie di essa, se non che di essere stata una parrocchiale della diocesi di Lucca, che nel 1260 aveva lire dieci di rendita, e la quale era una delle suffraganee della pieve di S. Giovanni Battista di Tripalle in Val d’Isola, conosciuta allora sotto il titolo di S. Lucia di Gerle, è ora un annesso di Tremoleto (Tomo IV). 

Il terreno dove oggi sono i ruderi di quest’ antica chiesa spetta ai Puccini di Colle Alberti. Intorno ad essi trovasi una quantità grande di ossa umane. Non so se io vi abbia mai detto che fra le ossa che si trovano intorno alle antiche chiese delle Colline Pisane, se ne veggono non poche che assolutamente sembrano di mole gigantesca, o almeno di una grandezza tale che supera qualunque uomo che ora comunemente si possa conoscere. Questa è una costante osservazione che si fa dalli stessi contadini quando nel lavorare le terre trovano dei corpi umani. Io non fo se non che accennarvi soltanto la cosa; congetturate poi voi da ciò quello che più vi piace. Si potrebbe dire che i nostri antichi fossero di una altezza superiore alla nostra. Se poi volete ammettere la vegetazione delle ossa sotto la terra, allora potremmo diventar giganti ancor noi dopo morte. 

Tornando di qui verso Colle Alberti, sul principio della salita, in un campo di mattajone reso peraltro ora coltivabile, veddi gli avanzi di una fornace di terre cotte, the rimontava ad una rispettabile antichità, giacché vi trovai dei fondi a cono di anfore e grandi e piccole, e alcuni mattoni sparsi in qua e là, e presso un botro lì vicino, erano di una grossezza straordinaria. 

Fra la suddetta chiesa di S. Lucia e Colle Alberti, si veggono delli avanzi e dei ruderi di luoghi già fabbricati, i quali indicano forse le abitazioni delli uomini di quel Comune, del quale S. Lucia era la parrocchia. 

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COLLEALBERTI  (FRAZIONE del Comune di Lorenzana)



CHIESA DI SAN LORENZO MARTIRE
Poco distante ed a settentrione del casale di Collealberti, il Mariti trovò, nella sua visita de’ 22 Settembre 1788, sopra una piccola eminenza tufacea, la chiesa del villaggio col titolo di S. Lorenzo Martire, lunga circa passi 12 e larga la meta. Sulla mensa dell’altare era un’antica tavola del secolo XV, nella quale era dipinta la Madonna con vari Santi, ma molto maltrattata dalla incuria. Latealmente esistevano due pitture a fresco di cattivo pen- nello, fatte fare nel 1688. Appiè della chiesa e a destra della porta principale, nel pavimento, era una lastra di marmo dei Monti Pisani, da sembrare una specie di bardiglio; e vicino ad essa trovavasi un vaso di marmo bianco pisano per l’acqua santa, che altro non era che un cippo sepolcrale. 

La chiesa fu giudicata dal Mariti del secolo IV, ed aveva subito vari restauri; la tribuna, dalla parte di le- vante, non esisteva più. Della sua più antica e originale. costruzione restava il muro del lato settentrionale, fatto di pietre ben quadrate, esattamente lavorate e ben com- messe, e da questa parte esisteva una porticciola rimurata. Le altre parti erano di pietre riquadrate, ma meno esat- tamente. Il restauro poteva essere del secolo IX, quando la legge longobarda di Pipino ordinò il restauro di tutti gli antichi oratorii. 

Sulla facciata, verso l’angolo settentrionale, era un piccolo campanile con una campana d’antica forma. Esternamente, davanti la porta principale, volta a ponente, eravi una specie d’atrio scoperto, allora rovinato, coi muri ade- guati al suolo. Intorno trovavansi ossa e teste umane, ma dalla quantità delle ossa si capiva che quel cimitero non aveva servito alla sola popolazione di Collealberti, ma piuttosto che in tempo di peste vi fossero trasportati i cadaveri anche dai vicini luoghi. 

Negli anni 1165 e 1175 detta chiesa segui la sua pieve di S. Giovanni in Val d’Isola, nel mutamento di sogge- zione delle diocesi; nel 1788 era già interdetta. 

Nell’anno 1260 aveva d’entrata lire 50 ed era suffraganea della pieve di Val d’Isola. 

Al rettore di Collealberti, nell’anno 1285, furono commessi gli atti per la elezione del pievano di Tripalle; e così pure nell’anno 1343 per la elezione del pievano di S. Giovanni in Val d’Isola, che pare fosse Gottifredo rammentato nel dì 15 Dicembre 1343. 

La chiesa di Collealberti era di giuspatronato della famiglia Orsi di Pisa, la quale seguitò ad eleggere il parroco fino al 1635, avendo tenuta aggregata quella cura talvolta a quella di S. Ermo, tal altra a quella di Lorenzana, e qualche volta a quella di Tremoleto. 

Nel di 5 Luglio 1635, ai rogiti di ser Fabio Celsi, segui una convenzione fra il vescovo Strozzi di S. Miniato e Vincenzo Orsi, per la quale detta chiesa parrocchiale doveva esser sempre annessa alla cura parrocchiale di Tremoleto, e l’elezione del parroco alternativa fra la Curia vescovile e la famiglia Orsi. Estinta la linea maschile di tal famiglia, il giuspatronato passò nelle monache di S. Anna di Pisa, rimaste eredi di suor Laura e suor Clorinda Orsi di detto monastero, ultime di famiglia. Ma quando fu ordinato che i privati patroni, o costituissero la dote congrua alle chiese curate, o le restaurassero, o rinunziassero al giuspatronato, le suddette monache rinunziarono, e divenne data del vescovo di S. Miniato. 

Per rinunzia della cura fatta dal prete Antonio Morrone di Pisa, fu conferita al signor Filippo Attucci curato di Tremoleto. 



CIPPO SEPOLCRALE E RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI
È opportuno adesso tornare a parlare del cippo sepolcrale cui sopra accennammo, perchè è dei più grandi delle Colline pisane, essendo la sua altezza fuori di terra braccia 1 (metri 1.022) ed avendo il suo maggiore diametro di soldi 11, o millesimi 0.322, da capo ov’è l’incavo per l’acqua santa. Nella parte più sottile al pari di terra aveva il diametro di un terzo di braccio, o mil- limetri 195. 

Questa parte sotto terra si allargava, ma in forma di globo del diametro di soldi 6, o millimetri 175, e tutto il cippo poi, compresa la parte sotterrata, era alto braccia 2 e soldi 1 (metri 1.197). 

Tali cippi, d’origine e costumanza etrusca, servirono per uso funereo, ed erano in terra presso il capo del cada- vere per avvertire i passanti. 

L’essere i cippi delle Colline pisane senza iscrizione e senza ornati, fa credere ad una grande antichità, giacchè al dire degli antiquari, la ricchezza ed il fasto furono quelli che più tardi consigliarono ad incidere sui cippi lettere ed ornati. V’è chi crede che gli Etnici costumassero abbruciare gli incensi e fare i sacrifizi negl’incavi dei cippi. 

Il trovarsi nelle Colline pisane tanti di questi cippi, fa ragionevolmente supporre che questi luoghi, per la loro amena e vantaggiosa posizione, fossero un giorno ben popolati e abitati di Etruschi. 

In un terreno dei Puccini, il Mariti vide gran quantità d’ossa umane, ed avvertì che queste, come quelle vedute per le Colline pisane, sembravano assolutamente di mole gigantesca o almeno di una grandezza superiore a quella che si osserva oggidì. Lo stesso Mariti, fra S. Luce e Collealberti, vide in un’antica fornace fondi a cono d’anfore grandi e piccole e mattoni, presso un botro, di grandezza straordinaria. 



COLLE ALBERTI, ORIGINE DEL NOME
Il nome di Collealberti dev’essere nei tempi longobardici di qualche fondo spettante a un signore di tal nome, e la piccola chiesa era certamente uno di quegli oratorii che servivano alle famiglie di tali signori. 

Un Alberto degli Alberti trovasi fra i mille cittadini pisani, i quali nel 13 Febbraio 1188 giurarono pace coi Genovesi; la qual famiglia potrebbe esser discesa da uno di quegli antichi signori, padroni una volta di questo territorio. 



NELLA STORIA
Collealberti si sottomise alla Repubblica fiorentina nel 20 Ottobre 1406, ed ebbe i suoi Statuti riuniti a quelli di Lorenzana. Quelli che si trovano nell’Archivio delle Riformagioni (oggi Archivio di Stato) sono de’ 28 Aprile 1595, ma si riferiscono più specialmente ai boschi ed ai pascoli. 

Il Muratori, all’anno 891, fa parola di un luogo detto Lajatico in Val di Tora, presso Collealberti, come se appartenesse al Distretto di Livorno, Diocesi di Pisa. E forse a questo Lajatico appellavano le parole di un istrumento de’ 21 Agosto 1314, venuto nell’Archivio Diploma- tico di Firenze dal monastero di S. Lorenzo alla Rivolta di Pisa, che ricordano un luogo detto Lajatico presso Collealberti in Val di Tora. 

Collealberti è rammentato nel 1284 per lite insorta, fino dal 1282, fra l’arcivescovo di Pisa Ruggeri e il Comune di Pisa, per la giurisdizione temporale che il primo pretendeva su questo ed altri castelli. Ed è pure rammentato nel Breve Pisani Communis del 1286, stile comune, ove si fa obbligo agli uomini delle Colline di sotto, dei Comuni di Collealberti, Chianni e Rivolta, e della pieve di Gello delle Colline e di Santa Luce, di rifare la via, forse Rivolese, dalla Via delle Pojane alla Via di Prataldo, e di riattare i ponti non più tardi del mese di Maggio, e quel di legno sul fiume Isola, luogo detto Al Ponte

Una carta del di 8 Gennaio 1291 ricorda un Benincasa, detto Casino, del fu Mercatante, che si dice abitare qui nella Valle Alberti delle Colline superiori. 

Altra carta del dì 21 Agosto 1314 contiene una confessione di debito, di Guiduccio q. Barsuccio di Collealberti, verso Bartolino q. Saletto da Lajatico, per mutuo di lire sette di denari pisani, e fu fatta a Collealberti sotto il portico della casa di Nardo da Collealberti, presenti, come testimoni, lo stesso Nardo figlio del fu Bernardo e Puccio del fu Cato di Tremoleto, rogata dal notaro Marco di Lenzo d’Ormanno da Lorenzana. 

Una carta de’ 21 Dicembre 1347 contiene una confessione di debito di Ciomeo del fu Vannello, del Comune di Collealberti, per mutuo verso Pietro notaro figlio del fu Guido da Ceppato, e fu rogata dal notaro Bartolo di Giovanni da Ceppato. 

Di questi tempi è una carta colla quale certo Cacuano del fu Fanuccio, da Collealberti, promette che sua figlia Anna Ricca sposerà dentro otto giorni Cecco del fu Masino di detto luogo: carta fatta in Collealberti e rogata dal notaro Pietro del fu ser Francesco di Geriolo. 

Fra gli statutari per gli Statuti di Crespina (Pote- steria) nel 1416 è Marco di Ceo di Collealberti. 

Un contratto de’ 15 Ottobre 1463, rogato Andrea Del Pitta, cita la villa di Collealberti . 

Una sorgente d’acqua minerale trovasi presso Collealberti, già detta Acqua Arcangeli alla Ginevra. Oggi è nel possesso Gamba-Castelli, sulla destra del torrente Borra, poco a valle del ponte per dove passa la strada per Casciana. 

Presentemente Collealberti si riduce ad una villa, già proprietà Arcangioli ed oggi Gamba-Castelli, in amena posizione; a 143 metri di altezza è il punto più elevato.

La sUa popolazione si trovò, nel 1881, di abitanti 110.