CONTENUTI
- Introduzione
- Relazione Archeologica – Comune di Crespina Lorenzana 2023
- Crespina nel Dizionario geografico fisico storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato a Firenze nel 1833
- Crespina nella descrizione del 1788 di Giovanni Mariti nel suo “Odeporico o sia itinerario per le Colline Pisane”
- Crespina nel volume “Le Colline Inferiori Pisane di Felice Bocci (1901)
- “La fiera di Crespina”, di Giuseppe Gioli, pubblicata da Giovanni Pascoli sul suo testo per le scuole medie “Fior da Fiore” nel 1901
- “San Michele 1907″, poesia di Lelio Priami
INTRODUZIONE
Crespina, con le frazioni di Cenaia e Tripalle, è diventato Comune autonomo nel 1902 e lo è rimasto fino al 2013. Dal 1º gennaio 2014 si è fuso con Lorenzana per formare il nuovo comune di Crespina Lorenzana.
Il toponimo è attestato per la prima volta nel 983 come Crispina.
L’ etimologia del nome è incerta. “Risulta una lettura come prediale di origine etrusca, sulla base del tipico suffisso – ῐna (riferendo il termine ad una gens o famiglia eponimi); più verosimile la lettura come geotoponimo di origine latina, descrittivo della natura incolta ed impenetrabile della vegetazione nella valle scavata dal Torrente Crespina: ricca di pruni e roveti si sarebbe trovata in acre spinario/spinagio (dal latino spinarmi/spinagium = banco di rovi), espressione corrotta e trasformata per un fenomeno di aplologia nella parola crespina/crispina” [estratto da pag 45 https://enti.digitech-group.com/crespinalorenzana/QC/QC_13_Relazione_archeologica_CL.pdf ]
Le prime notizie relative a Crespina si attestano in data 16 agosto 983 e fanno riferimento al Vescovo di Lucca, che si trovava nel castello di Santa Maria a Monte (parte III del volume V delle Memorie lucchesi).
Nel 1115 il centro passò sotto la dominazione lucchese per essere occupato dai Pisani nel 1165 e ritornare dieci anni dopo sotto la sovranità lucchese. Nel XIII secolo risulta definitivamente sotto il dominio pisano essendo inserito nel Capitanato delle Colline inferiori. Nelle varie scorrerie fiorentine, nel 1332 fu abbattuta la rocca, finché nel 1405 il castello, dopo lungo assedio fu conquistato dalle truppe fiorentine. Nel 1431, a seguito di violenta ribellione, il castello fu definitivamente smantellato da Firenze che, nel frattempo, aveva eletto Crespina a podesteria dipendente dal vicariato di Lari.
La campagna circostante già alla fine del XVII secolo divenne meta di villeggiatura delle famiglie nobili e facoltose di Livorno e di Pisa; e nel XIX secolo raggiunse il suo splendore con la costruzione di numerose ville, fattorie e casini di caccia. Fu frequentata da importanti personalità, quali i fratelli Tempesti: Ranieri Tempesti, ecclesiastico e rettore della chiesa di Belvedere dal 1780 fino alla sua morte nel 1819 accolse nella villa Canonica, sua dimora, importanti accademici, artisti e letterati. Il più famoso fratello, Giovan Battista, affrescò la villa di Belvedere, la chiesa di San Michele, l’oratorio della villa “il Poggio” della famiglia Leoni, ed altre vicine).
Nella seconda metà dell’Ottocento poi vi dimorarono o soggiornarono importanti pittori, come i Tommasi (Adolfo, Angiolo e Lodovico) la cui villa di famiglia fu fino al 1904 il “Gelsomino” presso la chiesa nuova; Augusto Rey che abitò fino al 1898 nella villa “La Favorita” a Bugallo, Kienerk. Queste residenze furono frequente luogo di ritrovo di altri artisti come Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e molti altri pittori Macchiaioli.
A Crespina nacque, nel 1911, il pittore e scultore Anchise Picchi, amico di Luigi Gioli, al quale è stata recentemente intitolata una strada.
il 29 settembre di ogni anno, nel giorno di San Michele, ricorre la secolare “Fiera delle Civette” che richiama molte persone anche dalle aree circostanti.
NUOVO PIANO STRUTTURALE 2023 – RELAZIONE ARCHEOLOGICA
Quadro conoscitivo della componente archeologica del territorio del Comune di Crespina Lorenzana
Emanuele Repetti, autore del Dizionario geografico fisico storico della Toscana pubblicato a Firenze nel 1833, così parla di Crespina:
REPETTI ON-LINE, UNIVERSITÀ DI SIENA:
http://stats-1.archeogr.unisi.it/repetti/database.php#page_1
CRESPINA in Val di Tora nelle Colline inferiori pisane. Contrada, dove fu una rocca sopra un torrente dello stesso nome che pure lo diede alla sottoposta vallecola, chiamata talora Val di Crespina, più spesso Val Triana, con due chiese parrocchiali (S. Michele e S. Lucia); l’ultima delle quali sino dal 1413 fu riunita alla prima, eretta in prepositura nel 1744, state entrambe suffraganee della distrutta pieve di Triano, nella Comunità e 3 miglia toscane a levante di Fauglia, Giurisdizione di Livorno, Diocesi di Sanminiato, già di Lucca, Compartimento di Pisa.
Risiede sopra vaga ed aperta collina che domina verso settentrione la Valle dell’Arno pisano, a ponente e libeccio il littorale e la città di Livorno: talchè può dirsi questa la parte più deliziosa delle Colline pisane, mentre nel distretto di Crespina sono comprese molte ville signorili sotto i nomi Vallisonzi, Belvedere, S. Lucia, Cenaja, Borgo, Filichetto, Piazza, il Poggio, Bizzucchello, Guardia vecchia, Guardia nuova, Fungiaja, Leccia, Carpineto e Volpaia,
Le memorie superstiti relative a Crespina cominciano a farsi luce col secolo XII, giacchè il primo documento conosciuto è una donazione fatta all’arcivescovo di Pisa nel 12 ottobre 1119 (stile comune), dove si parla del castello e borgo di Cenaja e di altre terre poste in Valle di Crespina.
Nel 12 aprile 1204 un tale Arrighetto, stando nella sua casa di Crespina a Valcella, alienò alcuni effetti posti nei confini di Tripalle. (MARITI, Odeporico MS.).
La rocca di Crespina situata nel luogo più elevato, ora detto la Piazza, fu assalita e presa dall’oste fiorentina, li 6 marzo del 1405, sotto il comando di Michele Sforza da Cutignola, non senza resistenza del presidio pisano, che altra volta respinse con perdita gli assedianti.
Fu smantellata nel 1434 per ordine della Signorìa di Firenze in pena di essersi dato quel popolo due anni innanzi a Niccolò Piccinino comandante di un esercito per il duca di Milano.
Il Comune di Crespina insieme con Lorenzana, sino dal 1415, era stato dichiarato capoluogo di una potesteria dipendente nel criminale dal vicariato di Lari, cui venne riunito anche pel civile prima che terminasse lo stesso secolo XV.
Ma nel 1680, epoca dell’organizzazione del capitano di Livorno, Crespina col suo distretto fu dato al governo di quest’ultima città, da cui tutt’ora dipende.
La parrocchia di S. Michele di Crespina conta 1849 abitanti.
CRESPINA nella Val di Tora. – Dove dice, che le memorie superstiti relative a Crespina cominciano a farsi luce col secolo XII, deve dire col secolo X, tanto più che nella P. III del Volume V delle Memorie lucchesi testé pubblicate havvi una scrittura del 16 agosto 983, allorché il vescovo di Lucca, stando nel castello di S. Maria in Monte allivellò i beni della pieve di S. Maria di Atriana (ora Val Triana) con le decime dovute dagli abitanti delle ville di quel piviere, fra le quali ville si notano come in essa pieve compresi i villaggi di Crespina, di Lari, di Perignano ecc.
Crespina nella descrizione del 1788 di Giovanni Mariti nel suo “Odeporico o sia itinerario per le Colline Pisane”
INDICE (Mariti)
–Giugno 1788, prima visita a Crespina
–Guardia Vecchia e Oratorio di San Rocco
–Guardia Nuova
–Chiesa di San Michele
–Battistero e campanile
–La Parrocchia
–Popolazione
–Fiumi e botri
–Storia della chiesa
–Pievania di Miliano
–Chiesa di Santa Lucia
–Oratorio di San Frediano
–Fonte battesimale, 1413
–1459: unione delle chiese di S. Stefano con S. Michele
–Il popolo paga per stare con la parrocchia di Crespina
–Passaggio dalla diocesi di Lucca a quell di San Miniato
–Parroci affezionati alla loro chiesa
–Parroci di Crespina
–Forte detto Muracce
–Borgo e Oratorio Da Paule
–Villa il Poggio
–Villa Belvedere
–Oratorio di Belvedere
–Canonica del Rettore di Belvedere
–Ritrovamento di fossili e monete
–Borghi del castello
–La fortezza
–Potesteria
–Nuovi ordinamenti
–Agricoltura
–Mestieri
–Fiera delle civette il 29 settembre
–Notari
–Documenti storici
–Uomini che fecero la pace
–Al tempo della potesteria
–Giurisdizione nel 1413
–Statuti del 1528
–Verso Tripalle: Bugallo, Fungaia, Loccaia, Pinucci
–Villa Vallisonsi
Giugno 1788, prima visita a Crespina
(…) Nel trattenermi in quella villa di Vallisonsi mi venne desìo di fare qualche spasseggiata per quei contorni. Andai prima di tutto a Crespina, luogo prossimo alla villa, e dalla quale non è diviso se non da una vallata. Qui m’indirizzai al proposto di essa il Molto Rev. Signor Antonio Filippo Pieri, che trovai garbato ed ilare, nonostante che fosse crudelmente tormentato dalla gotta, e fui di ritorno la medesima sera a Vallisonsi. Ma il giorno dopo tornai nuovamente a Crespina, e andai in una parte di essa, detta Belvedere, con idea di osservare la villa Testa.
Io era in compagnia di diverse altre persone, e con buona parte della mia piccola famiglia, ma senz’altra direzione se non quella che è stata sempre la mia fedel compagna in ogni mio Viaggio. Mi presentai adunque con fiducia, e francamente a una vaga e ridente palazzetta che veddi sul prato della stessa villa, giacché da persona che passava di lì mi fu detto, che quella era l’abitazione del rettore della pubblica cappella che era in poca distanza sul prato.
Fummo cortesemente accolti, introdotti e generosamente rinfrescati. Si vedde con piacere questa vaga abitazione, e quello che di prezioso si conserva in essa. Dopo uscimmo fuori collo stesso soggetto che sì garbatamente ci aveva ricevuti, e divagando su i vari oggetti che mi si presentavano davanti, si seguitava qui ad essere forestieri di fatti e di nome, e la conversazione che passava fra di noi, era solo guidata da quella confidenza che si accorda nell’istante a quelle persone, che prevengono bene con un vantaggioso esterno.
Era naturale che questo trattenimento non dovesse sciogliersi senza adempiere ad un atto di urbanità palesandoci reciprocamente, e così fu fatto. Ebbi allora il piacere d’intendere che io parlava col Signor Dottore Abate Ranieri Tempesti di Pisa, di cui poco avanti io avevo gustato un dotto ed erudito discorso sull’ Istoria Letteraria Pisana. Si legò fin dal quel momento una perfetta amicizia fra di noi, e che sempre abbiamo conservata. Fu egli che più volte mi invitò a passare del tempo su queste amene Colline Pisane; e si deve agli stimoli della sua amicizia, ed alle di lui persuasive se io mi indussi a scrivere questo Odeporico.
I nostri vari discorsi ci distrassero in quel dì da fare ulteriori osservazioni su quella parte di Crespina. Si vedde per altro la magnifica cappella, o piuttosto pubblico oratorio, che è lì presso la villa Testa. Passammo a vedere anche il palazzo e gli annessi; poi ci congedammo, ed io riassociandomi alla mia compagnia, tornammo a sera a Vallisonsi.
(Lettera prima)
Prima di condurvi per altri Castelli di queste Colline Pisane, vi parlerò di quello di Crespina e di qualche suo annesso da me osservato, giacché fu questo, dirò così, il centro di dove ebbero origine diverse altre gite da me fatte in questo secondo Odeporico.
La mattina adunque del dì 20 Settembre 1788, a ore sette partii da Belvedere, dove già si aveva fissata la stazione presso il suo carissimo amico Sig. Dott. Tempesti.
Guardia Vecchia e Oratorio di San Rocco
Poco distante, andando verso settentrione, arrivai a un luogo chiamato Guardia Vecchia, così detto perché in tempo di peste restava assegnato questo posto per Corpo di Guardia a quei che erano destinati a vigilare sul paese. In uno spazioso luogo veddi qui appresso un pubblico oratorio sotto il titolo di S. Rocco, sulla porta del quale è scolpita in un quadro di marmo la seguente iscrizione:
PESTIFERA LVE GRASSANTE (*)
MANFRIDES, MALASPINA MARCHIO
FILATTERIE ET TERRAE RVBIAE
AB IMMINENTI ET PERNICIOSIS
SIMO MORBO CRESPINAE OPPIDO SERVATO PRO
VIDENTIA PROPYSQ. SUMPTIBUS AB INCOLIS OI
OBSEQY, GENERE CVLTVS VT TANTI BENEFI
CY DEVM AVCTOREM SE MEMOREM OMNESQ.
GRATOS TESTARETVR SACELLVM HOC CONST
RVI IVSSIT QVOD ALACRITER AERE NO
BILIVM ET DIVITVM LABORE ET DILIGEN
TIA PAVPERVM INCHOATVM IPSE ABSOLVIT
DIVOQ. ROCHO DICAVIT SVBQVE PATRONA
TV PERPETVO HVIVS COMVNIS ESSE VOLVIT
A.D. MDCXXXII
M. M. M, FECIT
(*) Imperversando una epidemia di peste / Manfredi Malaspina Marchese di Filattiera e Terra Rossa / dall’incombente e pericolosissima malattia / essendo stato il paese di Crespina preservato / dagli abitanti di ogni tipo di stirpe o ceto/ con provvidenza propria e proprie spese / per testimoniare sé stesso memore e tutti grati / che Dio era stato l’autore di tanto beneficio / comandò che fosse costruita questa cappella/ la quale / cominciata alacremente con denaro dei nobili e dei ricchi / con lavoro e premura dei poveri / egli stesso portò a compimento / e dedicò a San Rocco e volle / che fosse sotto il perpetuo patronato / di questo comune , nell’anno del Signore 1632 / Manfredi Marchese Malaspina fece.
Il vaso dell’oratorio è piuttosto di buona architettura, ed ha la tribuna dietro l’altare a guisa delle antiche chiese, quantunque la costruzione di esso appartenga solo all’anno 1632. Inoltre è fabbricato di pietre quadrate, le quali sono spoglie delle descrittevi sacre fabbriche della Val d’Isola (vedi Tomo IV), alle quali il popolo non la risparmiò per lo disfare con l’erezione di quell’ oratorio ad una furiosa devozione verso S. Rocco nelle calamitose contingenze di peste. Ma la tradizione vuole che si debba ciò piuttosto ad una certa prepotenza di chi sollecitò quel sacro edifizio.
La tavola dell’altare che è in tela, rappresenta la Beata Vergine, S. Rocco e S. Antonio Abate, ed è del Furino. Le lunette della volta dipinte a olio sul muro, rappresentanti il Martirio di S. Caterina Vergine e Martire, e le stimmate di S. Caterina da Siena, e l’Assunzione della Madonna, ove a mezze figure sono i ritratti del suddetto marchese Manfredi Malaspina e del suo figlio, ed un Padre Eterno con Angeli, sono opera di Gabriello Pisano e dei fratelli Poli.
Guardia Nuova
Proseguendo avanti trovai sulla destra una fornace di mattoni, presso alla quale mi fu detto che erano stati veduti poco tempo avanti degli avanzi di antica fabbrica, e specialmente alcuni pilastri ottagoni di mattoni, che forse appartenevano a qualche antico edifizio di cui non c’è adesso memoria. Qui nei cigli dei campi veddi una gran quantità di ramoscelli fossili della madrepora caespitosa di Linn. Dopo arrivai in un’altra porzione di abitato chiamato Guardia Nuova per le stesse ragioni che vi dissi parlandovi della Guardia Vecchia.
Sulla destra mi restava la villa dei signori Marcacci, e sulla sinistra la villa dei signori Chiccoli. Lasciato quindi sulla destra un altro luogo detto Gelsomino, giunsi lì appresso e sulla parte stessa alla parrocchia di Crespina. Prima di tutto passai nella canonica, ove feci una visita al degnissimo signor proposto Pieri, che al solito era tormentato dalla gotta, e forse in peggiore stato che io non l’aveva trovato nel giugno passato 1788.
Chiesa di S. Michele
Quindi mi trasferii a vedere la contigua chiesa che è sotto il titolo di S. Michele. Quel tempio ha sofferto varie alterazioni; basta osservarlo esternamente per assicurarsene. Non presenta attualmente facciata alcuna, entrandosi in esso dalla parte laterale che guarda sulla strada; ma da questa stessa banda circa la metà della sua lunghezza si vede un lavoro di pietrame quadrato più antico. Qui vi è una porta, sopra la quale vedonsi pochi avanzi di un’immagine di una Madonna, pittura per quanto si può giudicare del secolo passato. Questa adunque era la facciata della più antica chiesa, il corpo della quale era piuttosto mediocre che piccolo.
Fra i ricordi scritti della chiesa, trovasi che ad essa fu mutata disposizione di parte dopo la peste del 1580. Qual peste fosse poi questa non ne trovo memoria, o fu piccola cosa, o fu parziale, o fu qualche epidemia, battezzata allora per peste da chi non ne sapeva allora di più. La chiesa allora in tal occasione venne anche ingrandita, ma sempre mediocremente. Per tal lavoro si ha dalli stessi ricordi, che vennero impiegati gli avanzi di una più antica chiesa, senza che si indichi ove fosse situata; come pure servirono per l’effetto medesimo i materiali di altri piccoli oratori che erano sparsi per il paese.
Ora poi si può dire essere una delle più grandi delle colline, giacché soppressa che fu in questi ultimi tempi la compagnia di S. Martino, siccome le restava in linea al corpo di essa, e corrispondendole anche in larghezza, fu consiglio del signor proposto di gettare abbasso il muro che serviva all’una e all’altra di divisione e così prolungarla come si vede, essendo lunga braccia cinquantadue e larga circa braccia undici.
All’altar maggiore che ora è per ponente e che è isolato col coro dietro, vi è un Cristo in Croce più grande del naturale, buona scultura in legno del Giacobbi Pisano. Alla parete in cornu epistolae vi è un altro altare ma tutto di marmi, sotto il titolo di S. Ranieri. Il quadro ove è rappresentato il detto santo è opera dell’Abate Domenico Ceuli, uomo di merito, il quale faceva gratuitamente i quadri da chiesa ove ne era mancanza nelle campagne. Nelle basi di tale altare si legge quanto appresso.
In quella in cornu evangelii:
P. VINCENTIVS (*)
DE BENEDICTIS
LVCENSIS CIVIS
PRIOR
CRESPINAE CENAIAE
MILIANI ET LECIAE
(*) Prete Vincenzo De Benedetti/ cittadino lucchese / Priore di Crespina Cenaia / Miliano e la Leccia.
E nell’altra base in cornu epistolae, seguitando il senso:
PIORVM (*)
ELEMISINIS
HOC CRESCIT ALTARE
(*) Di persone pie / con le elemosine / questo altare fu eretto nell’anno del Signore 1699.
ANNO DOMINI
MDCIC
Presso l’altare medesimo osservasi un gran lastrone di marmo sul quale è incisa la seguente iscrizione sepolcrale:
D.O.M. (*)
AVGVSTINO CIAPELLONI PATR. LIBVRN.
PIO PRUDENTI INTEGERRIMO
PAVPERVM PATRI
ABSOLVTO LXXIV ANNORVM CVRSV
IOANNES FRANCISCVS MOERENS FILIVS
PARENTI OPTIMO
CVM LACRIMIS POSVIT
ANNO MDCCXXXIX
(*) A Dio Ottimo Massimo / Ad Agostino Ciappelloni Patrizio livornese / pio pru integerrimo / padre dei poveri / che aveva consumato il corso di anni 74/ fu Francesco figlio piangente / all’ottimo genitore / con lacrime pose nell’anno 1739
Nella parte opposta verso la metà della chiesa vi è una cappella coll’ altare intitolato della Madonna del Rosario. In fondo poi della chiesa vedesi la tavola dell’altare che apparteneva alla soppressa compagnia di S. Martino, pittura del secolo XV e nella quale è dipinto S. Martino; in predella del quale fra gli ornati laterali di pietra, leggesi la seguente epigrafe analoga al detto santo:
MVTAVIT REX HABITVM SVVM (*)
ET DESCENDIT IN CASTRA.
(*) Trasformò il Re il suo abito le discese agli accampamenti (allude al dono di o mantello fatto dal soldato S. Martino in favore di un povero).
In questa stessa parte della chiesa, che è quella ove fu già la detta compagnia, sulla porta dalla parte di dentro vi è la seguente iscrizione:
SACELLVM HOC DISCIPLINATORVM (*)
S. MARTINI ALBITIVS LANFRANCVS
10. PHILIPPI I. V. D. AD HONOREM DEI
ET ANIMAE SVAE SAL, AERE PROP.
A DUNDAM. EREXIT A.D. MDLXXVI
(*) Questa cappella dei disciplinati di San Martino / Albizzo Lanfranchi di Gio. Filippo I inclito uomo devotissimo / ad onore di Dio / e per la salute della sua anima a proprie spese eresse dai fondamenti / nell’anno del Signore 1576.
Si ha peraltro che questa non fu la prima residenza dei detti Disciplinati di S. Martino, ma l’avevano già in un antichissimo oratorio che cederono per uso della presente parrocchia, con che i Lanfranchi patroni rifabbricassero ad essi un altro oratorio, come fu fatto, che è quello di cui si parla nella suddetta iscrizione.
Battistero e campanile
Vi è pure in questa chiesa il battistero, e serve ad una vasta popolazione, ma parleremo di esso altrove. Il vaso di tutto questo tempio lo trovai piuttosto umido, atteso che il piano di esso è molto inferiore alla strada; ed ha a ridosso un poggio di tufo che non è distante da esso se non sei o sette braccia, quanto appunto può essere larga la strada che vi è frapposta; per cui tanto più si rende necessaria la costruzione di un nuovo Campo Santo, il quale mi fu detto che presto doveva essere fatto.
Il campanile che è annesso alla chiesa sembra costruzione del secolo XVI, ed è fatto di mattoni senza intonaco, gusto, dirò così, semibarbaro, nato dalla povertà e dall’aria delle fornaci e dei loro manifattori. Vi sono in esso quattro campane, che formano un ragionevol doppio.
Nella prima, detta S. Michele, si legge:
VT PER TE VENIANT AD SANCTI TEMPLA MICHELIS GENTES (*)
ASSISTE VIRGO BEATA TVAS
TEMPORE PRAEPOSITI ILL. 10. PHILIPPI LANFRANCHI RVBEI PRIOR
ELEM. LVCAS ANTONINVS MAGNI FVSIT A.D. MDCCLXIII
VI È SCOLPITO IN ESSA UN PORCOSPINO, CHE È L’ANTICO STEMMA DEL CASTELLO DI CRESPINA.
(*) Vergine Beata, assisti i tuoi popoli affinché per te / possano venire ai templi di San Michele. / A tempo del proposto Illustrissimo Gio. Filippo Lanfranchi/ Rossi, con le elemosine di pie persone. / Luca Antonio Magni fuse nell’anno 1763.
Nella seconda, che non ha alcun nome, leggesi:
TEMPORE P. VINVENTII DE BENEDICTIS PRIORIS CRESPINAE (*)
A.D. MDCCXVII
(*) Al tempo del prete Vincenzo De Benedetti/ Priore di Crespina nell’anno del Signore 1717.
Nella terza, detta di S. Martino:
IHS MRA S. MARTINE O.P.N. MDCLXIV (*)
(*) Gesù, Maria, San Martino pregate per noi 1664.
Nella quarta, detta pure S. Michele:
IHS MRA S. MICHAEL O.P.N. MDCLXIV
(*) Gesù, Maria, San Michele pregate per noi 1664.
L’antica chiesa era consacrata. Si rileva ciò dai libri delle visite della diocesi di Lucca, ove si legge Ecclesia Sancti Michaelis de Crespina est consecrata. Tal memoria è nell’ attual Campione della detta chiesa; ma non si parla dell’anno di tal consacrazione. La chiesa presente fu consacrata il dì 16 di maggio 1710 da Giovan Francesco Maria Poggi vescovo di S. Miniato, e fu assegnato per giorno anniversario il dì 16 di giugno, vigilia di S. Ranieri, eletto per protettore particolare del popolo di Crespina.
La parrocchia
Fu già questa parrocchia della diocesi di Lucca, ma nel 1622 venne separata da essa, e riunita alla nuova diocesi di S. Miniato. Anticamente era una semplice chiesa curata. Quindi fu eretta in prioria, ma non saprei dirvi quando. È certo però che nel 1671 era tale, giacché nel Campione di quella chiesa, segnato A 97, il parroco di essa trovasi lì nominato come priore. Ed i successori seguitarono ad usare di tal titolo fino all’anno 1737, in cui nell’essere il vescovo alla visita di quella chiesa, salutò il priore col nome di proposto, e tanto bastò perché gli fosse attribuito fin d’allora. Ma la parrocchia non fu stabilmente eretta in propositura, se non nel 5 ottobre 1744, come si ha dal suddetto Campione A. ella è indipendente, non essendo suffraganea di veruna pieve.
Nella data della chiesa vi hanno tre voci le famiglie Lanfranchi di Pisa, ed una voce vi ha il Fisco. L’ attual proposto come vi accennai è il molto rev. signor D. Antonio Pieri di Pisa, sacerdote ben degno e zelante per il bene della sua chiesa.
La cura nella maggior lunghezza da tramontana a mezzogiorno è sei miglia, e nella sua larghezza da levante a ponente circa tre miglia. Da tramontana confina colla parrocchia di Latignano diocesi di Pisa. Da ponente e maestro con quelle di Fauglia e di Tripalle. Da mezzogiorno e libeccio con Tripalle e Sant’Ermo; da levante con Lari, e a grecale con Perignano.
Popolazione
Quanto alla popolazione di essa dall’anno 1770 fino al presente 1788 non potetti averla ordinatamente anno per anno perché mancavano le memorie; ma pure da quelle che restavano in essere potetti comprendere che è sempre in aumento, giacché nel 1770 erano anime novecento ventuno.
Nel 1776 furono mille e ottanta; nel 1780 se ne contarono mille e centottanta; nel 1784 mille e cento cinquantuno, e nel presente 1788 erano mille e duecentocinquanta.
E poi deplorabil cosa il sapere che questa parrocchia nel 1491 non contò se non dugentocinquanta anime. Ma già in altre occasioni vi feci osservare che infelici tempi furono quelli per le colline Pisane.
Fiumi e botri
Le acque che bagnano e passano per quella cura sono il fiume Crespina, che nasce nei colli di Casciana e di Usigliano da varie sorgenti. Il rivo che viene da Casciana chiamasi Caselle, e l’altro che viene da Usigliano dicesi Pantaneto. Questi due rivi si uniscono insieme poco prima di entrare nella parrocchia, e dato lì il nome alla Crespina, questa fa poi il suo corso da mezzogiorno a tramontana per lo spazio di circa cinque miglia, finché passando per mezzo di chiavica sopra l’antifosso del Fosso Reale, si scarica nel detto fosso pendendo verso maestrale.
Influiscono nel detto fiume Crespina il botro, o sia torrente, detto il Fossetto dalla parte di ponente; la Fossa Dogaja o Rogaja, che si scarica nello stesso fiume a sinistra di esso. Altro botro che non ne conosco il nome, perché forse non ne ha nessuno, viene dai colli di Lari ed entra nella Crespina alla sua destra. Ed altri quattro botrelli di minor considerazione e senza nomi.
Sul confine della parrocchia a tramontana va da levante a ponente il Fosso Reale, e parallelo quasi al medesimo e in distanza di circa un quarto di miglio scorre l’ antifosso del medesimo Fosso Reale, passando sotto il suddetto fiume Crespina. Dai confini della cura di Tripalle entra nei confini della parrocchia di Crespina il fiume Orcina, il quale andando da mezzogiorno a tramontana entra poi nell’ antifosso del Fosso Reale per mezzo di due antifossi, che scorrono lateralmente all’antico alveo dell’Orcina. Il maggior influente che entri nell’Orcina è il fosso detto Gamberonci, che vi si scarica a destra di essa.
Riprenderò l’argomento di questa stessa parrocchia di Crespina nella seguente Lettera.
Storia della chiesa (Tomo V – Lettera seconda)
Passiamo adesso a far uso di quelle pochę ma non dispregevoli notizie che abbiamo di più remota data della descrittavi chiesa parrocchiale di S. Michele di Crespina. Considerando il titolo che ella porta, per quanto nella parte sua originale ella abbia tutta l’apparenza di un’antica chiesa, non potremo però farla rimontare oltre al secolo VI, giacché la chiesa non principiò a celebrare la festa di S. Michele se non verso la fine del secolo V, lasciando però in libertà chi la volesse credere spettare anche alla fine del detto secolo.
Nella sua origine dovette essere forse uno delli antichi privati oratori. Mutò quindi disposizione di parti. Divenne di mediocre grandezza nel 1580. Ed ora, per le ragioni altrove osservate, si riconosce per una delle maggiori di quei colli.
Ella fu una delle suffraganee dell’antichissima pieve di S. Bartolommeo di Triano, ed aveva fin d’allora, e da immemorabil tempo il contitolare di S. Stefano, atteso l’unione che era stata fatta ad essa, senza sapersi però quando, della chiesa di S. Stefano di Carpineto, filiale della pieve di Miliano.
Nell’estimo delle chiese della diocesi di Lucca del 1260 più volte citatovi, questa dei SS. Michele e Stefano suddetto, così riunita, ascendeva a lire quaranta. E qui, per ordine di tempo e di storia crespinese, vi soggiugnerò come dallo stesso estimo del 1260, sotto la stessa pieve di Triano si conosce un’altra chiesa del Castello e Comune di Crespina intitolata a S. Lucia, che aveva una rendita di lire trenta. Non so ove la medesima restasse, ma si vedrà in appresso se ciò possa arguirsi.
Siccome la suddetta chiesa piovania di S. Bartolommeo di Triano verrà quindi ad interessare anche quella di S. Michele di Crespina, così per ordine di tempo vi accennerò quale era lo stato di essa nel 1382, ciò che si può rilevare dalle seguenti poche parole di una visita pastorale fatta alla medesima dal vicario di Antonio vescovo di Lucca. Visitatio Plebis de Triano. Ven. Vir D. Joannes Vicarius accedens personaliter ad dictam Plebem visitationis causa, invenit dictam Plebem male per omnia (ex Lib. Acta Visitationis etc. In Arch. Episc. Luc. S a 136).
Pievania di Miliano
Anche la chiesa piovania di S. Giovanni Battista di Miliano, o altrimenti detta della Leccia, viene ad influire nell’istoria della parrocchia di Crespina, perciò vi pongo qui uno squarcio anche della visita che si trova nel medesimo libro “S” fatta dallo stesso Giovanni vicario di Antonio vescovo di Lucca alla suddetta pieve di Miliano nel 1383.
Visitatio Plebis S. Joannis de Miliano, alias de Leccia. Invenimus D. Petrum fuisse Plebanum dictae Plebis annis quatuor, et non fecisse residentia tribus mensibus, Domos corruore, nullum habisse servitium in Divinis, nec fuisse fontes Benedictos, et tandem male per omnia.
Antichissima era questa pieve, e nel 968 si conosceva sotto il titolo di S. Pietro e S. Giovanni Battista di Miliano, e nel 1260 aveva lire novanta di rendita. Questo Miliano, da una carta del 1314 e da altra del 1346, si rileva che apparteneva alle Colline Inferiori. Contemporaneamente alla detta pieve di Miliano, cioè nel 1383 fu fatta la visita anche alla chiesa parrocchiale di S. Michele e S. Stefano di Crespina, della quale sto qui appunto parlandovi. Eccovi quanto si legge rispetto ad essa nel citatovi libro di visite segnato S:
Visitatio Ecclesiae SS. Michaelis et Stephani de Crespina, Plebanatus Triani. Constitutus coram vicario S. Joan. Suprascripto, Presbiter Bonus Rector dictarum Ecclesiarum, interrogatus quot Beneficia habet, dixit se habere Beneficium Ecclesiae S. Michaelis et Stephani et etiam Beneficium S. Stephani de Vorpario Plebanatus de Leccia, servire in Divinis dictae Plebis de Leccia, et quod nihil alienavit de Bonis Ecclesiae, et quod Ecclesiastica Sacramenta tenet sub fide, custodia, et quod nullus publicus Usurarius vel excomunicatus mortuus est (vedi pure nel Campione di Crespina a 37).
Si vede adunque che Bono rettore di S. Michele di Crespina godeva in proprio anche del beneficio di S. Stefano della Volpaia, chiesa già suffraganea della pieve di Miliano; e probabilmente esercitava le funzioni di curato sopra quelle anime, che spettavano alla detta chiesa della Volpaja, giacché in quel tempo non poteva riguardarsi la detta chiesa come unita a quella di Crespina, come lo fu in progresso di tempo. Sembra pure che il suddetto rettore Bono amministrasse i sacramenti per la stessa cura della pieve di Miliano, che in questo stesso anno era già in cattivo stato, e che il suo pievano Pietro come vedeste in quattro anni non aveva risieduto se non tre mesi.
Intanto dall’ infelice situazione in cui trovavasi già ridotta nel 1382 anche l’altra pieve di Triano matrice della parrocchia di Crespina, credo che quindi si partisse la concessione data sotto il dì 15 febbraio ab Inc. 1384 del fonte battesimale alla chiesa di S. Michele e S. Stefano di Crespina, come si ha da un libro di concessioni segnato di num. 36 a 20 dell’Arch. Vesc. di Lucca. Ma vediamo poi che il fonte nonostante ciò non fu allora eretto in Crespina.
Erano nate delle differenze, ma che io non saprei dirvi di qual natura esse fossero, fra Ranieri del fu Permiteto da Crespina da una, e Jacopo di Bianco dall’altra, a motivo della chiesa di S. Michele di Crespina, di S. Stefano di Carpineto, e di S. Stefano della Volpaja; vi dirò solo che sotto il dì 26 gennaio 1400 ab Inc. si ha una lettera di Niccolò Verdi auditore delle cause del sacro palazzo apostolico scritta al vescovo di Lucca, o suo vicario, e a d. Benedetto Abate del Monastero di S. Michele della Verruca diocesi pisana, ordinando loro che procurino che non sia fatta veruna innovazione nel tempo che pendeva avanti a lui una causa di appello, per le suddette ignote differenze. La lettera è data di Roma del suddetto giorno autenticata da Everardo d’Oescon cherico della diocesi di Liegi.
Chiesa di S. Lucia
Già vedeste che sotto la pieve di Triano vi era un’altra chiesa di Crespina detta S. Lucia. Credo che la medesima fosse quella cappella che nel 2 di aprile 1413 Niccolajo vescovo di Lucca concedé poi a Ranieri rettore di S. Michele di Crespina riunendola alla sua chiesa, e che dicevasi diu fundata, con trasferirvi gli obblighi di messe e altro, lasciate da Gherardo di Lippo Lanfranchi di Pisa. La detta cappella era situata sul poggio di Vallisonsi poco distante dall’ attual villa Campione di Crespina (B a 34 ex Lib. Gratiarum et Institutionum segnato di Lettera Z. I. a 31 dell’Arch. Vesc. Di Lucca).
Oratorio di S. Frediano
Vi dirò qui nel tempo medesimo come presso Vallisonsi nella cura di Crespina eravi pure un oratorio sotto il titolo di S. Fridiano detto da Crespina, per distinguerlo da quello di Casciana; a oggi non se ne conosce se non la situazione e poche pietre. Era questo di padronato della nobil casa dei Lanfranchi di Pisa; e nel libro B registro di collazioni di benefizi 1448 della diocesi di Lucca a 189, sotto il dì 1 giugno 1454 si trova l’istituzione, nominazione e presentazione di Ceo dei Lanfranchi come patrono.
Fonte battesimale, 1413
Vi dissi poco fa che fino dall’anno 1384 era stato concesso il fonte battesimale alla parrocchia di S. Michele di Crespina, atteso che la pieve di Triano della quale era filiale trovavasi quasi che rovinata, ma si vedde che ciò non ebbe luogo allora. Quale potesse essere la ragione di non avere approfittato di tal comodo, ed insieme di un privilegio in quei tempi molto valutabile, non è a mia cognizione; ma pure crederei che ciò non avesse luogo o perché si continuasse di fare alla meglio ancor per del tempo servendosi tuttavia della pieve di Triano, o perché si ricorreva all’altra pieve di Miliano, o Leccia, tanto più che il parroco di S. Michele di Crespina vedeste già che in quei tempi serviva in Divinis dictae Plebis de Miliano o Leccia, essendo perciò divenuta la chiesa di Crespina quasi che una filiale anche di quella pieve. Ma questa pure andando insensibilmente a perdersi, e la sua pieve di Triano della quale era in origine suffraganea, essendo oramai in rovina, Niccolajo vescovo di Lucca nel 19 aprile 1413 dà facoltà universitati hominum de Crespina di erigere nella loro parrocchia il fonte battesimale; ed è questa la vera epoca in cui fu stabilito il battistero di S. Michele di Crespina.
Adesso perché possiate intender meglio qual era il deplorabile stato di quelle pievi in quei tempi, vi trascrivo parte del decreto fatto in tal occasione Quod etsi dudum consuevistis infantes vestros deferre ad Plebem Sancti Bartholommei de Triana pro Baptismio suscipiendo; ipsa Plebs erat, prout annis jam decem proxime praeteritis, et ultra fuit adeo a Plebano ipsius derelicta, et de Divinis officiis, et Sacramentis destituta, et defraudata totaliter, et omnino quod protinus caretis omni commodo Baptisandi ad dictam Plebem, cum maxime sit distructa, et in totum corruat cum omnibus aedificiis suis: unde oportet vos usque modo quaerere suffragia alienorum Fontium in maximum vestrum scandalum et pacturam, praesertim quia sacerdotes illius partis male resident in corum Beneficiis, diminuti multum propter guerras, et temporum varietates etc. Vi si dice in seguito In Ecclesiam S. Michaelis De Crespina Pleberii dictae Plebis S. Bartholomei de Triana (ex Libris gratiarum, et Institutionum, a Lett.Z.I a 31 dell’Arch. Vesc. Di Lucca, e del Campione di Crespina B 34).
1459: unione delle chiese di S. Stefano con S. Michele
Eccoci al tempo in cui seguì l’unione di S. Stefano della Volpaja, già del piviere di Miliano, a S. Michele di Crespina. Fu fatta questa da Stefano Trenta vescovo di Lucca nel 4 dicembre 1459 per mezzo di Antonio piovano della pieve di S. Giovanni Battista di Tripalle in Val d’Isola allora diocesi di Lucca, come si rileva dal libro delle collazioni beneficiali di Lett. R dal 1449 al 1470 della curia vescovile di Lucca. Vi accennai ciò anche nel Tomo IV. Su tal proposito vi feci già osservare che Bono, rettore della parrocchiale di S. Michele di Crespina, nella visita fatta alla sua chiesa dal vicario del vescovo di Lucca nel 1383 disse, come fra i suoi benefizi aveva quello di S. Stefano della Volpaja.
In quei tempi ciò non disdiceva, o almeno non era cosa nuova; tanto più che quella chiesa nel tempo che era sì male amministrata la pieve di Miliano a cui apparteneva come suffraganea, ella stessa non sarà stata di miglior condizione. Ma ridotta poi in rovina, si vedde che non ebbe più bisogno di un curato a parte, e così cessato questo benefizio, fu la detta chiesa unita a S. Michele di Crespina.
In quest’anno 1459, in cui seguì la detta riunione, la chiesa di S. Stefano della Volpaja rendeva annualmente Tres Florens auri de Camera, e la chiesa di S. Michele di Crespina rendevane octo. Sicché questa aveva in tutto annualmente undici fiorini d’oro di camera. Campione di Crespina A 73.
L’anno seguente 1460 sotto il dì 23 di aprile il medesimo vescovo di Lucca Stefano Trenta unì a questa stessa Chiesa di S. Michele di Crespina, anche la chiesa parrocchiale dei SS. Jacopo maggiore e Cristofano di Tripalle, (come si legge in Lib. Collationum Lett. R a 11 in Arch. Episc. Lucc., e nel Campione A di Crespina a 70); anche di tal riunione vi parlai nel Tomo IV.
Finalmente dalla mala amministrazione, e quindi dal deperimento delle pievi di Triano, e di Miliano o Leccia, che per conseguenza si strascinarono dietro anche la maggior parte delle loro suffraganee, nacque sì che la chiesa parrocchiale di S. Michele di Crespina restò libera senza esser più suffraganea a nessuna pieve, ed anzi pare che quindi corressero a rifugiarsi sotto di lei alcuni dei popoli di quelle derelitte chiese curate, come pure il popolo della stessa pieve di Miliano.
A tal proposito è osservabile quanto si legge in un Campione della chiesa di Crespina B a 37. Ivi sotto l’anno 1580 trovasi così notato: La chiesa di Crespina è solita curare gl’ infrascritti Comuni, cioè il popolo del Comune di Miliano o Leccia, di Santa Lucia, di Cenaja, del Cuculusso, e di Lutignano, e pagano uno stajo di grano per ciascun Poderaio a S. Maria di mezz’agosto per X ovvero per servitù; e non dicendo di non voler essere curati, s’intende cominciato l’anno di gennaio, ognuno è libero di se innanzi, e quando etc. Intanto osserveremo qui come il popolo di Miliano era quello che spettò già alla pieve di tal nome più volte rammentatavi, e che finalmente restò far parte dell’attuale parrocchia di S. Michele di Crespina unitamente al Comune di Leccia. S. Lucia era già quella di Crespina che una volta fu suffraganea della pieve di Tria no. Il Comune di Cenaja spettava alla pieve di Miliano; e questo pure restò alla chiesa di Crespina, come lo è presentemente. Il Comune di Cuculusso adesso è parte della cura di Tripalle, ed è situato fra Vicchio e Belvedere; non saprei però dirvi a quale pieve spettasse già, come neppure so ove fosse quel Comune di Lutignano, che sarà forse quello che oggi dicesi Latignano, che è una cura limitrofa a quella di Crespina.
Il popolo paga per stare con la parrocchia di Crespina
Dal suddetto articolo scritto dal Vigna curato di Crespina, si può rilevare come cosa singolare, che quei popoli restati senza curati e senza cura, si erano eletta la parrocchia di Crespina con pagare perciò alla medesima uno stajo di grano l’anno alla metà di agosto, con doversi dichiarare prima del mese di gennaio se volevano essere di quella parrocchia; parrebbe perciò che i contadini facessero ogni anno l’affitto col parroco per essere curati come lo farebbero col medico. Potendosi inoltre concludere da ciò, che la riunione di alcune di quelle chiese e popoli a Crespina fu casuale, inclusiva quella della pieve di Miliano, si perché non si trova documento alcuno della detta unione, si perché la chiesa di Crespina non ha ereditato alcun diritto della pieve che adesso pure trovasi incorporata alla medesima unitamente al Comune della Leccia e di Cenaja.
Avendovi qui rammentati vari Comuni che una volta furono curati dalla parrocchia di S. Michele di Crespina, ve ne indico adesso le loro distanze e posizioni rispetto alla predetta parrocchiale di Crespina:
pieve di Triano, quattro miglia a grecale, posta in piano;
Miliano, o Leccia, tre miglia a tramontana, in piano;
Volpaja, circa due miglia a grecale, in piano appiè della collina;
Carpineto, circa un miglio e mezzo a grecale, in piano appiè della collina;
S. Lucia, circa un quarto di miglio a levante, in colle.
Cenaja, circa due miglia a tramontana, in piano;
Tripalle, un buon miglio a ponente, in colle;
Cuculusso, un miglio a libeccio in colle;
Latignano, quattro miglia a maestrale, in piano.
Passaggio dalla diocesi di Lucca a quella di S. Miniato
La chiesa di Crespina passò poi come vedete, nel 1622, dalla diocesi di Lucca alla nuova diocesi di S. Miniato al Tedesco. Era rettore di essa nel 1627 il prete Michelangelo Lanfranchi, quando questi rinunziò alla chiesa dei SS. Jacopo e Cristofano di Tripalle, che era già unita a quella di Crespina fino dall’anno 1460 (v. Tomo IV). Il decreto poi di tal separazione fu passato nel 5 di maggio 1628 dal primo vescovo samminiatese Francesco Noris. (Campione di Lucca A a 74, Luog. Sop. Cit. a 224).
Io terminerò di scrivere questa Lettera che concerne l’articolo della chiesa di S. Michele di Crespina, facendovi osservare che questa parrocchia seppe sempre mantenere ed aumentare la sua estensione, nonostante che all’opposto venissero a cessare tre famose antiche pievi che erano presso i suoi confini, e le quali furono quella di Triano, l’altra di Miliano o Leccia, e quella di S. Giovanni Battista in Val d’Isola, conosciuta altresì sotto la denominazione di pieve di Tripalle, insieme colla maggior parte delle loro chiese filiali. Di più vedeste già che alcuni popoli e Comuni che restati erano senza i loro curati, ricorsero ad esso per essere diretti ed assistiti nelle cose spirituali, oltre ad altre chiese che le vennero, o che le restarono unite, per elezione.
Parroci affezionati alla loro chiesa
L’essersi saputa così sostenere la detta parrocchia di Crespina a fronte della mancanza delle altre chiese nella stessa scabrosità dei tempi, non saprei attribuirlo ad altro, se non alla sorte di aver avuto molto probabilmente dei rettori dotati di particolare affetto per la loro chiesa, facendo perciò assidua permanenza ad essa.
Ed in vero nelle visite pastorali del 1382 e 1383 fatte dal vicario del vescovo di Lucca su queste colline, si osservò che quella di Crespina si reggeva decorosamente, e che così non era delle altre. Oltre a ciò, credo che molto ci conferisse la stessa situazione del Castello di Crespina, al quale ella spettava, giacché questa era, come lo è pure adesso, molto felice ed opportuna per richiamarvi della popolazione, atteso, dirò così, l’essere contornata da vari rami di strade che si partono dalla Via Maremmana, o sia dell’antica Via Emilia, comunicando per questa parte con vari altri Castelli delle colline, come pure con Pisa e con Livorno emporio del suo commercio, specialmente per gli articoli agrari.
Parroci di Crespina
E così i parrochi di Crespina non avrebbero potuto allontanarsi così facilmente dalla loro parrocchia, né questo sarebbe stato di loro interesse. E ciò è quello da cui sembra potersi dedurre la maggior felicità della parrocchia di Crespina in confronto delle altre sue vicine.
Intanto trovo opportuno di darvi qui la nota di quei rettori spettanti alla detta chiesa che ho trovati sparsi in varie carte e notizie. Sono:
– 1383 Bono
– 1413 Ranieri
– 1460 Ambrogio del fu Giovanni da Lignano
– 1506 Lodovico di Giovanni da Sale
– 1541 Raffaello di Agostino Arrighi, piovano, così si trova detto
– 1580 Dottor Giulio Costantino del Vigna, pisano
– 1606 Jacopo Abati
– 1608 Filippo Ragioni
– 1625 Michelangelo Lanfranchi
– 1627 Girolamo Bertucci
– 1635 Jacopo Marescotti di Portico di Romagna
– 1659 Francesco Nucci per morte del suddetto Marescotti, priore
– 1661 Tommaso Cerroni, per morte del suddetto Nucci, priore
– 1675 Bastiano Giunti di Buti
– 1693 Vincenzo Benedetti
– 1733 Giuseppe Ranieri Pinelli, salutato proposto nel 1737
– 1763 Giovanni Giuseppe Lanfranchi Rossi, proposto
– 1769 Pier Francesco Vannucchi, proposto
– 1788 Antonio Pieri, proposto vivente.
Nella seguente continuerò a parlarvi di Crespina, e di qualche suo annesso
Forte detto le Muracce (Tomo V – Lettera terza)
Lasciata che io ebbi la chiesa parrocchiale di S. Michele di Crespina, salii sopra un poggio di tufo che resta dirimpetto alla porta di essa, e separato soltanto dalla strada che vi è di mezzo. Veddi sul mede simo delle tracce molto imperfette di fabbricato.
Qui fu già il fortilizio del luogo, ma non potetti comprendere di qual forma egli fosse, conobbi bensì che in qualche tempo vi era stato anche un mulino a vento. Mi fu detto che una volta furono qui scoperti dei sotterranei, nei quali era stata trovata qualche arma bianca logorata dalla ruggine, e pochi e ordinari utensili domestici. La totale demolizione di quel forte appartiene a questo secolo, giacché ridotte le sue mura in rovinoso stato, dette perciò le Muracce, furono demolite affatto nel 1770 d’ordine dei Capitani di Parte di Firenze, perché minacciavano rovina in danno della sottoposta chiesa parrocchiale di S. Michele.
È osservabile che questo poggio sul quale esisteva il forte, era rivestito da piè fino alla cima di mattoni come quello di Lari; ed i mattoni furono venduti per fare le strade. Si rileva tal notizia dal campione A della chiesa di S. Michele di Crespina.
Borgo e Oratorio Da Paule
Sceso abbasso, passai sopra una piazzetta contornata da abitazioni, luogo chiamato il Borgo; e lì appresso vi è una villa Malaspina. Dopo arrivai a un gruppo di case, luogo detto Filicheto; e quindi in un’altra parte popolata di Crespina, luogo detto la Piazza, ove sulla destra andai a vedere il pubblico oratorio di S. Francesco di Paola, spettante alla contigua villa detta di piazza del signor Da Paule nobil pisano.
L’architettura di quell’ oratorio, quantunque di mediocre grandezza, è disegno dei celebri Melani. La tavola dell’altare, che rappresenta S. Francesco, è molto ragguardevole pittura, ed è scritto in essa:
TH. TOMASI PINX
PISIS A. D. MDCCXLIII
Questo Tommaso Tommasi fu allievo dei suddetti Melani. Sotto l’altare vi è la seguente iscrizione:
D.O.M.
D. FRANCISCO DE PAVLA
PRECIPVO GENERIS PATRONO
SVO FAMILIAEQVE COMMODO
VBALDVS NICOLAVS PIS. ECCLES.
CANON. ET POMPEIVS MARIA
A PAVLE FF. EREXERE INDVLGENTE
ILL. D. IOSEPHO SVARESIO DELLA
CONCHA PATRIT. FLOR. EQVIT. D.
STEPH. EPIS. MINIAT. A. D.
MDCCXXXXI
Vi è annesso anche il campanile di materiale, ma intonacato ed imbiancato, e di mole superiore a quanto può convenire ad un semplice oratorio.
Villa il Poggio
Rientrato in strada incontrai sulla sinistra un altro luogo detto Bizzuchello; poi sulla parte medesima la villa dei signori Bonavogli; e finalmente la villa dei signori Lanfranchi detta il Poggio. Sul prato della medesima vedesi un pubblico oratorio sotto il titolo di S. Francesco di Assisi, attenente però alla detta villa. E quantunque in lunghezza non ecceda le braccia undici, e in larghezza le braccia nove e due sesti, nulladimeno e fuori e dentro ci si ravvisa il gran Michelangelo Buonarroti, di cui è disegno questo piccolo oratorio.
E la nobil casa Lanfranchi conserva il disegno originale del celebre autore.
All’altare vi è un S. Francesco d’Assisi della scuola di Santi di Tito, e sotto la mensa dell’altare il signor dottore abate Ranieri Tempesti vi dipinse un S. Antonio Abate.
Una gran pila da acqua santa che osservasi qui nell’entrare, si vede subito che atteso la sua sproporzione non era fatta per questa cappella, apparteneva a una soppressa chiesa di presso Pontadera. In questi ultimi tempi hanno fatto un gran girare simil cose da un luogo all’altro.
La suddetta villa si presenta sul prato con nobil idea, e i quartieri sono convenevolmente distribuiti. Veddi sul cortile di essa due pozzi uno accanto all’altro; in uno di essi si trova l’acqua alla profondità di trenta braccia, e nell’altro a quella di braccia sessantadue. L’acqua, che peraltro non è molto buona, è sempre maggiore nel primo che nel secondo, al quale non viene da quello comunicata, quantunque come vi dissi siano accanto fra di loro.
Dirimpetto allo stradone della villa resta un luogo detto ai Pinucci, ove è una villa dei signori Poletti. Soddisfatta in tali luoghi la mia curiosità, me ne tornai dal Poggio a Belvedere, che erano circa le ore undici di questa stessa mattina 20 settembre 1788.
Villa Belvedere
Impiegai l’avanzo di questa mattina per veder la villa Testa; che dal luogo ove è prende il nome di Belvedere. Io l’avevo già veduta anche nel giugno passato, ma distratto allora da altri soggetti. (Vi toccai ciò nel Tomo II Lettera XXIII.)
Il solo aspetto della medesima ci annunzia una villa da signori. Fu questa rimodernata sotto il disegno dell’ingegnere Jacopo Piazzi pisano. Nel parapetto della vaga scala esterna, che è a due branche, leggesi scolpito:
RESTAVR. DAL CON. FRANC. E CAV.
ALESSAND. DEL TESTA
L’ANNO MDCCLXXII
La detta scala è copia di quella che si vede in Roma alla chiesa di S. Domenico e Sisto dei domenicani che è disegno del P. Pozzi.
Prima di salire per essa si osserva davanti alla porta che le resta sotto, e per la quale si ha l’ingresso nella parte inferiore del palazzo, un pozzo che mostra molta antichità, profondo circa quarantatré braccia fino al pelo dell’acqua, che è perfettissima, e della quale ve ne sono regolarmente sette o otto braccia, che viene, e va via, fra gl’ intervalli di mattoni assai grandi e non murati.
L’interno della villa è nobile. Lo sfondo della sala e le altre figure sono dell’ abilissimo pennello del signor Giovanni Tempesti pisano, allievo dei celebri Melani, alla memoria dei quali fa sommo onore. L’architettura poi è dipinta da Mattia Tarocchi pisano, ingegnere e pittore d’architettura di singolar merito, morto all’età di circa cinquant’anni nel 1780.
Quello che di particolare fu in lui, si è che non aveva avuto maestro, e solo aveva studiato sulle opere del P. Pozzi. Anche il signor dottore abate Ranieri, fratello del suddetto signor Giovanni Tempesti, dipinse con lode in questa villa.
Sull’estremità laterali del palazzo si alza di più la fabbrica, formando quasi due torri. In una di esse veddi che avevasi avuto idea di riunire ciò che spettava all’istoria dei fossili di queste parti, ma senza aver conto poi né seguito né sistema. Nell’altra trovai una guardaroba di armature per uso del famoso Gioco del Ponte, di cui la casa Testa ne ebbe più volte per la parte il comando.
Circa tre secoli fa appartenne questa villa alla nobil famiglia pisana Del Carretto, della quale si vede tuttavia l’arme in pietra nella banda occidentale del palazzo, divisa in due campi, rosso il superiore e bianco l’inferiore, essendovi in questa parte in triangolo tre Porcospini. Pervenne nella casa Testa con la dote ed eredità d’Isabella d’Ascanio Del Carretto, ultimo di sua famiglia.
Il giardino della villa
Gli annessi alla villa sono belli e comodi. Vi è un giardino ricco di agrumi, in cima di cui fa buona figura un grazioso edifizio a guisa di un tempietto opportuno per prendervi un dolce riposo. Lì appresso vi è anche un bagno ben galante, ove è una Venere scolpita in marmo, la quale era prima in Pisa nel giardino dei signori Lanfranchi da Santa Marta, acquistata dalla casa Testa nel 1774. La scultura non è certamente d’ ignobile scultore, senza assicurarla però della scuola di Michelangelo, come si dice essere stata sempre canonizzata.
Nella parte opposta del giardino vi è il paretajo, ed in seguito l’uccelliera per i tordi, dietro alla quale verso austro fu scoperto nel 1778 un sotterraneo, che sembrava Spettare a qualche fortilizio, ciò che non potette essere meglio verificato, perché non fu maggiormente curata la cosa. Vi sono qui pure delle cerchiate per spasseggiar sotto in luogo salvatico e ameno, e così guardarsi anche dal sole, ciò che concorre a rendere sempre più pregevole per ogni parte quel soggiorno.
Oratorio del nome Maria e S. Ranieri, Belvedere
Sul prato della villa vede si un pubblico oratorio sotto il titolo del nome di Maria e di S. Ranieri. Entrando in questo sacro edifizio l’occhio resta nell’ istante appagato per la sua vaghezza. Il corpo di esso è formato a guisa di tre piccole navate con tre archi e due pilastri per ciascheduna ala. È a volta, e lavorato a stucchi, e ben corredato. Dietro l’altare vi fa bella figura un coro a guisa di tribuna, coperto con una ben intesa cupoletta, e maestrevolmente dipinto a figure e architettura; ed in fronte del quale vi è un quadro con un’ immagine di Maria Vergine col Bambino in collo, a basso rilievo e di terra cotta, opera di Giovanni Gonnelli detto il Cieco di Gambassi [ndr: il bassorilievo è invece stato recentemente attribuito alla bottega di Antonio Rossellino, 1470].
Fu fatto erigere quest’oratorio nell’anno 1775 dalla pia femmina la contessa Giovanna Cataldi Del Testa Del Tignoso e successivamente poi fatto per due volte da essa ingrandire.
Mattia Tarocchi altrove rammentatovi ne fu l’architetto, e il signor Giovanni Tempesti il pittore.
Venne poi consacrata il dì 14 febbraio 1781 da Monsignor Brunone Fazzi vescovo di S. Miniato, nella quale diocesi è questo luogo. Ma le memorie di ciò le vedrete nelle seguenti due iscrizioni incise in marmo, e le quali sono dentro sulle Porte delle due Sagrestie che restano lateralmente al coro, ed ivi praticate con buon intendimento ed economia.
Nella sagrestia che corrisponde dalla parte dell’epistola:
S.D.S. QVAM SACRIS PERSOLVElNDIS IOANNA COMITlSSA DE CATALDIS DEL TESTA DE TIGNOSO SlBlMET VIROQVE DULCISSIMO ANNO IVBILAEI MDCCLXXV EXCELSAE COELORVM REGINAE VOTAM SOLO EXCITARAT AEDEM MAIORI ABSIDE THOLO SVPER IMPOSITO ET MINORI VTRAQVE MANIANIS INSTRVCTA IN SACELLlS PVLCRIVS INCREMENTVM EX IMO DEDVCTIS OPERE IN PARASTATAS TESTVDINESQVE ANVAGLYPTO PICTUVRIS ET NITIDO UBIVIS CVITV CIRCVMORNATAM SVPELLECTILIAVCTAM PRETIOSA INDVLGENTlARVM ATQVE PRIVILEGIORVMINSIGNIBVS LOCVPIETATEM AVREORVM CENTVM DlVlNIS PERAGENDIS CENSU ADTRIBVTO ET IN HOSPITIUM REI SANCTAECVLTORVM EXTRVCTA DOMO FREQVETIAE POPULORVM DIVAEQVEHONORIBVS FACTURA SATIS AMPLIAVIT DOTAVIT ABSOLVIT A. D. MDCCLXXXI
Nell’altra sagrestia dalla parte del vangelo:
M. AE.
FAVSTISSIMA OCTOBRIS DIE XlV R. A. MDCCLXXXI D.O.M. AEDEMET ARAM SACRO LVSTRATA CHRISMATE AVGVSTO DEI PARAE NOMINI ET INCLITO PISARVM INDIGETI D. RAINERlO
BRYNONE FAZZIO MINIAT PRAESVLE CONSECRANTE SOLEMNI DEDICATlONE NVNCVPATA
HINC IOANNAE COMMISSA CATALDIAE DEL TESTA DE TlGNOSO PROSACRIS PERPETVVM CONFICIVNDIS VOTA INSTITVTA PETRI LEOPOLDI M. E. PRINClPIS OPTIMI CLEMENTIA AVCTORITATE III KAL. MAIAS S.A MDCCLXXXl PROBATA ADSERTA ESEMPLAR MVNIFICETIAE ET PIETATIS INSIGNE RAINERIVS TEMPESTIVS AEDILlS I. PERENNI SIGNAVlT MONVMENTO
Questa cappella è veramente soggetta alla parrocchia di S. Michele di Crespina, ma con tanti privilegi, che potrebbe dirsi piuttosto coadiutrice. Essa è inoltre in un punto centrale fra le parrocchie di Tremoleto, di Tripalle, di Sant’Ermo, di Usigliano e di Lari, al popolo delle quali fa un grandissimo comodo per le case poste nei loro più remoti confini, né mancano qui quei soccorsi spirituali che possono trovare altrove; ed ogni domenica dal rettore si fa dall’altare la spiegazione del vangelo; e dopo la messa nei giorni festivi per legato pio della prelodata contessa Giovanna cantasi da alcune ragazze a guisa di laude una bella parafrasi della Salve Regina, composizione del celebre Giovan Pietro Zannotti Bolognese, Musica del Sassone , e che fu insegnata cantare dalla stessa contessa, che terminò di vivere il dì primo maggio del 1784.
Primo ed attual rettore di questo pubblico oratorio è il signor Dottore Abate Ranieri Tempesti di Pisa, che da essa fu lasciato patrono sua vita durante della detta chiesa, e collettore di un benefizio annesso alla medesima, passando poi il padronato di essa nell’arcivescovo di Pisa pro tempore.
Canonica del Rettore di Belvedere
Dirimpetto alla descrittavi cappella, ma in distanza ed in piccola eminenza di fronte al prato della Villa Testa, vi è una bella e vaga abitazione che è la canonica del suddetto rettore, fatta fabbricare nel 1780 per tal effetto dalla stessa contessa Giovanna col disegno dello Stesso architetto Mattia Tarocchi poco di sopra rammentatovi.
In questo palazzetto vi è una stanza destinata specialmente per guardaroba delli arredi sacri spettanti alla detta cappella. Io non voglio farvi in dettaglio di tuttociò che qui conservasi; mi ristrignerò a dirvi che non vi si osserva, tanto nei vasi che nei sacri paramenti, se non eleganza ed una ricchezza superiore al certo, e a quanto possiate immaginare rispetto a un semplice oratorio di campagna.
È giusto che sappiate che tutto devesi insomma alla pia donna, la suddetta contessa Giovanna, il nome e la memoria della quale resterà indelebile nel cuore dei pisani e della povera gente di Crespina, e delli abitanti di quelle colline per le sue amorevoli e caritatevoli sovvenzioni. Quanto trovai dolce cosa sentir rammentare con trasporto di tenerezza dal maggiore al minore il nome di questa virtuosa femmina, dicendola con sentimenti veramente sinceri loro madre e loro benefattrice.
Dalla suddetta ridente palazzetta non si ha veramente una veduta estesa per ogni dove, restando da qualche parte arrestata da alti colli, quantunque però in distanza tale che non impediscono all’occhio di spaziare amenamente. La sua maggiore estensione a colpo di vista è sui Monti Livornesi che si estendono da mezzogiorno per ponente a tramontana, e perciò osservansi di lì vari castelli e luoghi, che sono la terra sopra Rosignano, Castelnuovo della Misericordia, Gabbro, Colognole, Mulini della Valle Benedetta, Parrane e Castel Anselmo, che restano di là dalla strada Maremmana, o sia l’antica Via Emilia. Gli altri poi che si veggono, e che restano di qua dalla detta strada e a levante di essa, sono: Lorenzana, Tremoleto, Roncione, Orciano, S. Regolo, Luciana, Postignano e Fauglia.
Il terreno ove è ora fabbricata la cappella e la detta canonica, dal 1774 al 1781, ha tutto mutato l’aspetto. Dove è ora l’oratorio era la pendice di un altro poggio, che da mezzogiorno andava alzandosi per tramontana, fino appunto ove è ora fabbricata la canonica, il qual poggio era pieno d’ulivi; dei quali restativi alcuni sotterrati si vede talvolta che spuntar ebbero sul prato a nuova vita.
In occasione che nel 1774 sbassavasi il suddetto poggio, e che nel tempo stesso trovavasi lo stradone che conduce alla villa Testa, alla profondità di circa venti braccia, cioè fino al piano presente, furono trovate molte ossa fossili, e ciò più precisamente a settentrione della canonica ove è adesso una rimessa. Più a ponente poi dieci o lei braccia, e alla stessa profondità verso il declinare del Poggio, mi fu detto essere stata trovata una quantità grande di legni impietriti; ma infratti e sparsi, vennero ricoperti dalli zappatori che non ne conobbero il merito.
Ritrovamento di fossili e monete
Io non saprei corrispondervi di questo legname impietrito, anzi sarà di sentimento che fossero piuttosto ossa di carcarie, le quali in un certo stato potrebbero ingannare i meno accorti. Mi fu detto che il conte Testa all’avviso avuto che nei predetti scavi era stato trovato quel cimitero di fossili, si portò sul luogo, ma già era seguito il ricoprimento del posto e la dispersione dei fossili; e che solo potette mettere insieme diverse vertebre di pesce carcario del diametro di sopra mezzo braccio, e alcuni grossi pezzi di ossa delli stessi animali, che raccolti dal cavaliere maggiore Del Testa, fratello del conte, furono mandati a Pisa.
Anche l’antiquaria ebbe parte in dette escavazioni, perché alla stessa profondità di circa venti braccia dalla cima dello sbassato furono trovate due medaglie, o monete, di piombo della grossezza di un mezzo quattrino di braccio, e nella loro irregolar circonferenza come un giulio con caratteri e segni ugualmente oscuri, che si credono conservarsi nella serie delle monete lasciate dal suddetto maggior Testa.
Avanzando ancora un poco di tempo, passai sopra un poggetto di tufo poco distante dalla canonica verso maestro, luogo detto il Castellare. In quei campi ridotti a coltivazione si osservano i ruderi di qualche fortilizio che forse vi fu già.
Niente altro mi restò qui da osservare se non dei grandi strati della madrepora coespitosa, della quale non ne potetti prendere se non dei piccoli ramoscelli, mentre appena toccata si disfaceva in minutissimi pezzetti. Trovai lì anche molti altri testacei, ma erranti e confusi, e specialmente delle valve dell’ ostrea edulis, dell’ ostrea minuta e dell’ostrea lima, e più abbasso un sottile strato composto del trochus magus minor. Ma ciò che soprattutto veramente mi fermò, furono le suddette madrepore delle quali, e in alto e a mezzo e abbasso dei colli del Comune di Crespina e di Tripalle ne aveva trovata di gran quantità.
Inoltre io aveva osservate in qua e in là, ed esaminate colla lente le terre dei campi lavorativi di questo stesso comune, ed aveva potuto assicurarmi che erano le medesime ripiene di minutissimi frantumi delle madrepore stesse, come pure di tritumi di altri testacei ancora, per cui sembra che quei colli siano in sostanza costituiti in buona parte da una massa enorme di testacei ridotti in terra, ove l’aria, l’acqua, l’aratro e la zappa ha agito sopra di loro; restando in gran parte sempre intatti nelle viscere di quelle terre non ancor lavorate. Come ne è riprova costante tutte le volte che è necessario fare delli scassi o delli scavi in quei terreni.
Tornai di qui alla canonica, cioè presso l’amico Tempesti, che era già l’ora di pranzo. E siccome relativamente a ciò che forma Crespina, non ebbi l’occasione di veder altro di particolare oltre a Belvedere e gli altri descrittovi luoghi, dei quali ve ne do qui la veduta, passerò quindi a parlarvi di quello che interessa l’istoria di Crespina stessa.
Borghi del castello (Tomo V – Lettera quarta)
Crespina fu sempre un Castello aperto come lo è anche presentemente, comprendendo però vari luoghi che portano le loro particolari denominazioni, e sono
1 Castello
2 Borgo
3 Piazza
4 Bizzuchello
5 Filicheto
6 Poggio
7 Pinucci
tutti a grecale rispetto alla chiesa di S. Michele;
8 Gelsomino
9 Guardia Vecchia
10 Guardia Baldini
11 Guardia Nuova
12 Bugallo
13 Fungiaja
a ponente
14 Il Sodio
15 Belvedere
16 Castellare
a libeccio
17 Vallisonsi
18 Carraja
a mezzogiorno
19 S. Lucia
20 Colle, o Collino
a levante.
Il territorio sul quale risieggono i suddetti luoghi è quello che costituisce la presente collina crespinese, e sembra che in sostanza formasse l’antica cura di S. Michele di Crespina. Ma esso venne quindi aumentato ancor di più colla riunione di Miliano, Leccia, Cenaja, Carpineto e Volpaja, luoghi che nei più antichi tempi non spettavano a Crespina, né alla sua parrocchiale.
La fortezza
Questo Castello ebbe peraltro la sua fortezza, che restava a cavaliere della parrocchia, e della quale io vi feci già parte nella passata Lettera, e in vicinanza della quale stava riunita la maggior popolazione non tanto per sua sicurezza, quanto ancora per il comodo della chiesa, della piazza e del mercato, luoghi che pur ora costituiscono ciò che dicesi più precisamente Crespina.
Fu preso questo Castello dai Fiorentini nel 1405 per mezzo del loro comandante Sforza da Cutignola. Acquistato che essi ebbero il Borgo, assediando il forte, furono respinti dalla gente dei pisani con trecento cavalli e quattrocento fanti, per cui nell’istante levarono l’assedio; e dato addosso ai nemici, dei quali ne presero e ne uccisero la maggior parte, e pochi si rifugiarono altrove. Preso poi anche il forte, la fecero loro conquista.
Fu sottoscritta la sottomissione di esso nel 6 marzo 1405 ab Inc. da Vanni di Mazzeo e da Giovanni di Manno, sindaci e procuratori per il Comune di Crespina. E nel 14 dello stesso mese di marzo Giovanni di Michelozzo di Giunta, uno dei X, riceve per la Repubblica Fiorentina il detto Castello.
Ma in appresso datasi con materia nelle mani di Niccolò Piccinino, fu in pena della sua ribellione smantellato dalli stessi Fiorentini nell’anno 1434. In segno di vassallaggio fu tenuto all’annuale offerta di un palio alla Repubblica Fiorentina.
Il Borgo di cui si è parlato qui sopra, era una parte di Crespina presso la parrocchia, che tuttavia dicesi Borgo guardato dal fortilizio che era lì molto prossimo. Il luogo peraltro più forte di popolazione, ed anche per la buona situazione, era quella parte di Crespina che oggi dicesi Piazza.
Potesteria
I Fiorentini fecero del Castello di Crespina un luogo di governo col titolo di Potesteria, sottoponendole vari Comuni, che vedrete rammentati ben presto nel parlarvi dei suoi Statuti. Alcuni anni dopo soffrì qualche variazione, e già nel 1415 si trovava riunita con Lorenzana formando questi due Castelli una sola Potesteria. Qui Potestas, come sanzionò lo Statuto Fiorentino, habeat unum notarium, tres Famulos, et unum Equum, et habeat pro se et omnibus suprascriptis pro toto semestri (Lib. 325.f. p.). Et remaneat d. Potestas in castro Lorenzani et intituletur Potesteria Lorenzani et Crespinae.
Era questa una Potesteria di terzo grado, al di cui governo stava un cittadino fiorentino popolare e guelfo; prestava il solito giuramento e dava sicurtà di lire 2400, e sentiva solo per il civile, giacché per il criminale era sottoposta al vicariato di Lari (Stat. Flor. Tract. IV Lib. V Rubr. XXXI Forti Foro Fior. Tomo I a 118).
Nuovi ordinamenti
Cessò poi affatto di essere Potesteria, e già nel 1491 era un Comune della Potesteria di Lari. Ma nel 1680, quando fu formato il Nuovo Capitanato di Livorno, Crespina fu separata dal vicariato di Lari, e venne sottoposta al governo di Livorno come lo è presentemente tanto nel civile che nel criminale, restando sempre come uno dei Comuni di Lari. Adesso però dopo i nuovi regolamenti comunitativi del 1776, forma un sol Comune con quello di Tripalle, e spetta alla comunità di Fauglia.
Qui pure come nelli altri circonvicini colli gli articoli maggiori in agraria sono gli ulivi e le viti. In annate buone ci si raccolgono sopra tremila barili di olio di ottima qualità, e circa quattordicimila barili di vino di più qualità, e di diversi gradi di bontà, ma sempre un pochetto salmastrosi. A tali articoli sono da aggiugnere sacca tremilanovecento di grano rosso gentile, e settemila sacca di biade diverse, compreso il granturco e la saggina. Vi è poi una dovizia grande di frutta di varie specie; e vi è radicata la sementa dei piselli che danno un buon utile specialmente per l’ambizione che hanno quei coloni di portarli primaticci, e serotini poi ai mercati di Pisa e di Livorno.
Nel piano, e specialmente in quello di Cenaja, ed in altri luoghi bassi vi sono dei prati stabili e sufficientemente fecondi; ma scarsa poi è la quantità della lupinella che seminano nelle parti collinose del luogo. Quanto alle rape, e alle altre erbe, procurano di coltivarne quella quantità che può convenire all’architettura agraria delle loro terre. Non vi è abbondanza di gelsi, e per conseguenza scarso è il raccolto della seta, e ciò per le stesse ragioni dettevi altrove.
Raccolgono qualche piccola quantità di coccole di ginepro, che le commerciano a Livorno. Vi sono delle piccole porzioni di boschi cedui che li tagliano per farne delle cataste, e delle fascine, che servono poi per i bisogni del paese. e pure un’estensione non piccola di scope basse e di braccagname. Quanto al bestiame vaccino e cavallino, è custodito la maggior parte nelle stalle, e lo conducono anche al pascolo, ma con diligente premura.
La somma maggiore dell’estimo dei beni di questo comune nel 1776 ascendeva a scudi 48312 di lire 7 per scudo di moneta fiorentina.
Agricoltura
La coltivazione di tutto il circondario crespinese l’ho trovata piuttosto buona, ed in aumento atteso le nuove allivellazioni, che hanno per ogni dove fatto crescere il genio e l’industria agraria; manca però un gusto più raffinato, ma le apparenze promettono che presto vi s’ introdurrà.
Le terre coltivate sono miste, con buona dose di rena, ma vi manca della terra scopina. Vi sono anche molti tufi abbondanti di testacei fossili, che contribuiscono a rendere quei terreni capaci di buona coltivazione. Dove le terre non sono state ancor lavorate, si veggono tali testacei posati a strati orizzontali nei tufi, e detti strati sempre corrispondenti agli opposti poggi e poggetti, fra i quali sono frapposte delle piccole valli coltivabili e feconde.
Qui pure come nelli altri circonvicini colli gli articoli maggiori in agraria sono gli ulivi e le viti. In annate buone ci si raccolgono sopra tremila barili di olio di ottima qualità, e circa quattordicimila barili di vino di più qualità, e di diversi gradi di bontà, ma sempre un pochetto salmastrosi. A tali articoli sono da aggiugnere sacca tremilanovecento di grano rosso gentile, e settemila sacca di biade diverse, compreso il granturco e la saggina. Vi è poi una dovizia grande di frutta di varie specie; e vi è radicata la sementa dei piselli che danno un buon utile specialmente per l’ambizione che hanno quei coloni di portarli primaticci, e serotini poi ai mercati di Pisa e di Livorno.
Nel piano, e specialmente in quello di Cenaja, ed in altri luoghi bassi vi sono dei prati stabili e sufficientemente fecondi; ma scarsa poi è la quantità della lupinella che seminano nelle parti collinose del luogo. Quanto alle rape, e alle altre erbe, procurano di coltivarne quella quantità che può convenire all’architettura agraria delle loro terre. Non vi è abbondanza di gelsi, e per conseguenza scarso è il raccolto della seta, e ciò per le stesse ragioni dettevi altrove.
Raccolgono qualche piccola quantità di coccole di ginepro, che le commerciano a Livorno. Vi sono delle piccole porzioni di boschi cedui che li tagliano per farne delle cataste, e delle fascine, che servono poi per i bisogni del paese. e pure un’estensione non piccola di scope basse e di braccagname. Quanto al bestiame vaccino e cavallino, è custodito la maggior parte nelle stalle, e lo conducono anche al pascolo, ma con diligente premura.
La somma maggiore dell’estimo dei beni di questo comune nel 1776 ascendeva a scudi 48312 di lire 7 per scudo di moneta fiorentina.
Mestieri
Non manca in Crespina qualche arte o mestiere, ma pure si possono dire scarsi al bisogno, come il simile accade anche in altri Castelli di queste colline; già vi toccai ciò nel Tomo II. In Crespina peraltro contasi una famiglia Vecchi, i quali oltre l’essere bravissimi legnajoli di quadro e di tarsia, vi è Francesco Vecchi il quale è altresì un eccellente macchinista da poter figurare in qualunque colta città. Deve Crespina questi vantaggi all’altrove prelodatavi contessa Giovanna Testa, la quale con far molto lavorare e generosamente pagare, ha formato quei abili soggetti.
Fiera delle civette: 29 settembre
Abbia qui luogo il rammentarvi una ilare fiera che ogni anno si fa in questo Castello nel luogo detto Borgo presso la parrocchia il dì 29 di settembre per la festa titolare della chiesa. Chiamasi questa la fiera delle civette, perché in essa trovansi in vendita specialmente molti di detti animali già addestrati e da addestrarsi per i volatili, come gabbie, gabbiuzze, pania, panioni, paniuzzi, fischi, uccelli ammaestrati, reti, archetti, e altre simili bagatelle, che oltre il rendersi quel trattenimento piacevole per quel curioso commercio, e per il concorso dei circonvicini villeggianti, è ciò un argomento della dovizia che si trova in quelle parti di uccellami.
Passerò adesso a parlarvi di quella parte d’istoria di Crespina che appartiene ai tempi più remoti, ed alla diplomazia di essa. Frattanto vi lascio con questa mia, dicendovi che questo Castello, considerandolo dal punto principale di esso, cioè dalla parrocchia di S. Michele, è lontano da Pisa diciassette miglia in calesse, e diciotto da Livorno, ma a cavallo da quest’ultimo luogo, per le scorciatoie per le colline, non è distante se non sedici miglia.
Notari (Tomo V – Lettera quinta)
Molto vi ho parlato fin qui del Castello di Crespina, e dell’istoria che poteva interessarlo; ma restandomi da dirvi ancora qualche cosa, serviranno tali ulteriori notizie di soggetto alla presente Lettera. Vi dirò intanto che questo Castello non mancò di dare pur esso dei soggetti che ebbero quindi il pregio di divenire notari pisani; e qui vi fo parte dei nomi di quei che ho potuti raccogliere da diverse vecchie membrane:
1202 22 dicembre Salceto, o Saliceto, del quondam Arduino
1216 24 giugno idem
1225 31 marzo idem
1227 28 novembre idem
1271 14 maggio Guido di Ranieri
1322 5 giugno Paolo del fu Ser Bartolommeo
1368 17 gennaio idem
1344 4 gennaio Bartolommeo di Ser Paolo
1346 25 agosto Giorgio del fu Ser Paolo
1347 24 novembre Orso del fu Bagliuccio
1354 17 marzo idem
1371 19 gennaio idem
1378 19 dicembre idem
1381 27 giugno Paolo del fu Ser Bartolommeo. Questo Ser Paolo vi è tutta l’apparenza che fosse differente dall’altro Ser Paolo notatovi più sopra, mentre non par probabile che dal 1322 seguitasse a rogare fino al 1381 e fino al 1417.
1386 4 maggio Antonio del fu Ser Orio
1393 31 agosto idem
1411 14 marzo idem
1412 24 luglio idem
1417 14 marzo idem
Documenti storici
Adesso vi accennerò qui non solo alcuni soggetti, ma anche qualche documento interessante Crespina, seguitando il solito ordine dei tempi.
-La carta più antica ove trovi rammentata Crespina è del 9 aprile 1068. Con essa Ugo, figliolo del fu Guido vendé a Bonfiglio del quondam Ugo la sua porzione di un pezzo di terra con una casina e corte, posto nel Castello di Miliano, descritto nei suoi confini, e ricevé per merito un anello d’oro. La carta fu stipulata in Crespina e rogata da Ildebrando.
-Trovasi nel 12 ottobre 1121 come Guido di Ungarello, e Gisla sua moglie figlia del fu Benedetto donò alla chiesa pisana, e al suo arcivescovo Ottone, o altrimenti Azzo II, il Castello di Cenaja e altri beni, fra i quali medietatem integram de una petia de terra cum Vinea Doniche posita in Valle Crespina (Murat. Ant. Med. Aev. Tomo III, pag. 1135). Questa valle che nel Comune di Crespina è quella per la quale passa il fiume Crespina.
-Enrichetto da Crespina del quondam Mincio nel 12 aprile 1205 vende a Fabiano e Damiano, figli del quondam Marcolo, che comprano per sé e per Fornajo loro fratello, un luogo detto Poggio dei Castagni. Il contratto fu fatto in Crespina a Valcella. Rog. da Bartolommeo Giudice e notaro. Nel crespinese vi è tuttavia questo luogo detto Valcella, che i contadini dicono Varcella, ed è un buon podere delle monache de’ Fieri di Pisa, che è situato fra Belvedere e la villa Ciappelloni di Vallisonsi. Io crederei che più probabilmente dovrebbe dirsi Vallicella.
-Nel 5 di aprile 1327 Bacciameo da Crespina figlio di Ceo di Minuto riceve il prezzo di due pezzi di terra da esso venduti.
-prete Giovanni del fu Stefano da Crespina, e Lupo e Duccio, fratelli e figli di Elia, e Donna Casanuova vedova del detto Elia, nel 16 di ottobre 1343 vendono a Lemmo del fu Notto di Agnello quattro pezzi di terra posti nei confini di Crespina. Fatt. in Pisa.
-Non può cader dubbio che Crespina non debbasi considerare fra i Castelli delle colline pisane; come tale ce lo rammenta anche una membrana del 14 marzo 1411 che contiene la vendita stipulata in Crespina, Castello, di un pezzo di terra posto nel Comune di Gello delle colline, in luogo detto alla fonte: Rogato da Paolo di Ser Bartolommeo da Crespina.
Sotto il dì 24 luglio 1412 Donna Giovanna moglie di Ser Paolo del fu Ser Bartolommeo da Crespina, erede di Saracino del fu Vanni Bavoso di Donna Vannuccia vedova di detto Vanni da una; e Donna Cola vedova di detto Saracino, e figlia del fu Michele Nocchi dall’alra parte, per le differenze vertenti fra dette parti a motivo di eredità, fanno compromesso in Urbano di maestro Domenico da Ceuli, il quale dopo proferisce il suo Lodo, dichiarando che tutti quei beni che son posti a Capannoli e a Solaja descritti nei loro confini, posseduti già dal detto Saracino, e Donna Vannuccia di lui madre, siano dovuti omninamente alla sopraddetta Giovanna; e che appartenga alla parte avversa tutto il restante. Fatt. in Pisa, e Rog. da Jacopo di maestro Giovanni da Pisa.
-In aggiunta di quel tanto che vi dissi rispetto a Crespina dell’esser suo di Castello, abbiamo di più una carta del 1423 in cui Crespina, essendo già Potesteria, si vede considerata anche colla prerogativa di terra. Si ha adunque dalla medesima come Zanobi del fu Ideardo Belfrodetti di Firenze, potestà della terra di Crespina, ad istanza di Donna Maria moglie di Matteo di Carpineto e figlia del fu Bartolommeo da Lari, e di Donna Maria moglie di Piero da Carpineto e figlia del fu Monaco da Cenaja, aggiudica alla medesima alcuni beni stabili descritti nella carta sotto i suoi veri vocaboli e confini, per causa delle loro ragioni dotali. Fatto nella casa della detta Potesteria.
-Nello stesso anno 1423, sotto il dì 14 di aprile, si ha un Lodo dato da Martino del Comune di Lari e da Andrea di Giovanni del Comune di Crespina, eletti arbitri dalla suddetta Donna Maria moglie di Matteo da una parte, e da Maria vedova di Piero dall’altra, col qual Lodo i suddetti arbitri dividono fra le parti i beni aggiudicati loro colla carta antecedente del Potestà Belfrodetti. Dato il detto Lodo in Carpineto Comune di Crespina. Rog. Leonardo del fu Ser Matteo.
Uomini che fecero la pace
Sotto il dì primo di dicembre 1427, i consoli ed uomini di Crespina rendono la pace a Giorgio di Vanni di Pietra Santa, carcerato in Pisa, per tutte le offese e i delitti commessi da lui nel Comune di Crespina. La carta fu fatta nel detto Comune. Rog. Gerardo del fu Antonio cittadino pisano. I nomi dei suddetti consoli ed uomini di Crespina che concorsero a questa pace, sono:
Piero di Francesco
Menico di Rocco
Pietro di Giovanni
Puccino di Cannetto
Lia di Lemmo
Cenno di Ciolo
Nanni di Pupo
Jacopo di Mandello
Matteo di Conficio
Cecco di Piero
Lotto di Pieruccio
Piero di Lupo
Nanni di Piero
Vanni di Matteo
Giuliano di Piero
Baldo di Lia
Gregorio di Baldo
Lia di Baldo
Jacopo di Baldo
Biagio di Piero
Neri di Michele
Antonio di Berto
Michele di Andrea
Menico di Bonajuto
Jacopo di Gianni
Mariano di Lia
Nanni di Baldo
Altra Pace si trova resa nel 15 aprile 1428 da Giovanni di Puccio da Colognole al suddetto Giorgio di Vanni di Pietrasanta che l’aveva derubato della somma di lire venticinque per le quali era ritenuto nelle carceri del Comune di Crespina. Data in Pisa. Rog. Jacopo del fu Ser Pietro da Ceuli cittadino pisano.
Altra carta del 17 gennaio 1429 ci dà pure una pace fatta fra Giovanni del fu Ser Buono da Montereale dell’Abruzzo da una, e Pasquino del fu Michele da Crespina dall’altra. Dato in Lucca; rog. da Mariano di Piero del fu Fortino da Pisa cittadino lucchese.
Trovo nel 4 gennaio 1541 un Raffaello di Agostino Arrighi piovano da Crespina. Questi sembra che nel tempo che era rettore di Crespina godesse di qualche titolo Beneficiale di piovania.
Un Don Raffaello da Crespina era piovano di Camajano, ossia di Castel Nuovo della Misericordia.
Al tempo della Potesteria
Passiamo adesso a vedere quali furono gli Statuti e le Provvisioni prese in aggiunta dei medesimi Statuti spettanti a Crespina. I più antichi che io abbia veduti nell’archivio delle Riformagioni di Firenze son quelli che erano principiati a compilarsi nel 1406, quando Crespina era sotto la Repubblica Fiorentina, e che furono terminati nel 17 aprile 1407 quando era già eretta in Potesteria, e che Potestà di essa era Morello di Paolo Morello cittadino fiorentino. Contengono i medesimi centocinquantacinque rubriche, e furono rogati da Andrea di Ser Calvano del quondam Bando da Pescia. I Castelli e villaggi che allora componevano quella Potesteria erano i seguenti:
Castelli
Crespina, Lavajano, Perignano, Lorenzana, Tremoleto, Fauglia, Valtriano.
Villaggi
S. Andrea, crederei che fosse questo S. Andrea di Cenaja, Vicchio, Pugnano
Gli Statutari
Neri di Dotto di Crespina
Ranieri di Lemmo “
Antonio di Cristiano di Lavajano
Chele di Profico “
Bartolo di Lenzo di Fauglia
Giovanni di Nello “
Mico di Giunta di Tremoleto
Giovanni di Lando “
Colto di Neri di Perignano
Gaspero di Giovanni di Vicchio
Datino di Pascuccio di Pugnano
Biagio d’Andrea di S. Andrea
Giurisdizione nel 1413
Resulta peraltro dallo Statuto Fiorentino del 1413 che era accaduta qualche piccola variazione rispetto ai Comuni che componevano detta Potesteria, giacché dal detto Statuto si vede che aveva allora sottoposti i Comuni di: Crespina e Carpineto, Perignano, Lavajano, Fauglia, Valtriano, Tremoleto Lorenzana, con i villaggi di Mazzagamboli e Tripalle. Quanto a Tripalle vi feci osservar ciò nel Tomo IV.
In questo stesso tempo, come vedeste a suo luogo, Crespina era cumulata in Potesteria con Lorenzana. È peraltro osservabile, per maggior chiarezza del già dettovi, come nel tempo che lo Statuto Fiorentino aveva stabilito quanto sopra rispetto alla Potesteria di Lorenzana e Crespina, il Comune del Castello di Crespina, senza alterare quanto era stato sanzionato e confermato dallo Statuto Fiorentino rispetto alla forma del suo governo come Potesteria insieme unita col Castello di Lorenzana, egli pensava però alla rinnovazione dei suoi Statuti avendone principiato il lavoro fino dall’anno 1414, venendo quindi terminato il medesimo nel 1416. Questo Statuto che fu di rubriche centocinquantuna, e che secondo la regola ordinaria dovette essere approvata dal Comune di Firenze, fu scritto e pubblicato da Gabriello di Agnolo da Montelungo Contado di Firenze nel Valdarno di sopra (Not. Fior.) essendo Potestà di Crespina e Lorenzana il nobil uomo Pagolo di Sandro Paganelli cittadino fiorentino.
Le restò fisso, come si disse, che Crespina stesse riu nita con Lorenzana per formare una sola Potesteria, soffrì peraltro la medesima della variazione del numero dei Castelli da quelli che la componevano già secondo lo Statuto Fiorentino. Quelli adunque che ebbe allora nel 1416, ve gli trascrivo unitamente alli statutari che concorsero alla compilazione di questo nuovo Statuto:
Vanni di Mazzeo di Crespina
Giovanni di Manno “
Menico di Deso di Lorenzana
Carlo di Manno di Perignano
Giovanni di Nello di Fauglia
Michele di Rumo di Lavajano
Francesco di Volpone di S. Andrea
Marco di Cio di Coll’ Alberti
Giovanni di Lia di Pugnano
Valtriano, Vicchio e Tremoleto son pure notate come spettanti alla detta Potesteria, ma non comparisce che v’ intervenisse con loro nessun statutario.
Sembra che alcuni anni dopo nascesse qualche differenza intorno al merito delli Statuti della Potesteria di Lari, e quelli della Potesteria di Crespina, mentre nel 29 gennaio 1423 ab Inc. fu dalle due Potesterie, col consenso del Comune di Firenze, fatta l’elezione di alcuni consiglieri per esaminare quali dei due Statuti fosse meglio di fare osservare. Si rogò di quest’atto Biagio di Ser Urbano di Ser Simone di S. Donato da Prato; ma non so poi quale dei due Statuti fosse prescelto per l’osservanza. Vedrete poi quanto dirò di questi Statuti nel Tomo VIII Lettera XXII parlandovi di quelli di Lari.
Statuti del 1528
Crespina nel 1528 fece una Provvisione che riguardava i pascoli e i bestiami. Aveva questo Castello lasciato già di essere una Potesteria a parte e riunita; e nel 1491 si trova che era già divenuto un Comune della Potesteria di Lari come vi dissi altrove. Fu quindi riunito ad esso il comune di Tripalle, e questi due Comuni fecero i loro Statuti. Quelli degli 8 dicembre 1528 sono i più vecchi che io abbia veduti di questi due Comuni così riuniti. Gli Statutari furono:
Consoli:
Matteo d’Antonio di Michele di Crespina
Gabriello di Gio. Battista da Tripalle
Consiglieri:
Luca di Mariano di Manno da Crespina
Michele di Bartolommeo da Crespina
Francesco di Matteo di Luca da Tripalle
Bastiano di Paolo d’Andrea da Tripalle
Testimoni: Menico di Andrea di Pietro da Vicchio
maestro Albizo di Grado di Jacopo da Cigoli di S. Miniato.
Detti Statuti furono fatti in Crespina e rogati da Uliviero del fu Corsino di Borghino da Ponsacco. Fu fatta dai detti Comuni una nuova Provvisione sotto il dì 23 di marzo 1537 concernente i boschi e il bestiame, e fu sottoscritta nella chiesa di S. Michele di Crespina. Anche due anni dopo ne fecero altra relativa ai boschi: Matteo di Giovanni di Bartolommeo era console per il comune di Crespina e di Tripalle. I consiglieri furono Carlo di Giuliano di Bartolommeo, e Marco di Paolo di Marco; questa fu fatta in Lari il dì 12 novembre 1539, presente il vicario Francesco di Matteo Niccolini.
Nuove provvidenze statutarie si veddero prese nel 21 novembre 1570 dai Comuni di Crespina, Tripalle, Miliano e Leccia, per prendere in considerazione i danni dati alla campagna, alle bestie e ai boschi. Si occuparono di questa provvidenza Luca di Giovanni, Niccolajo di Giorgio e Pietro di Girolamo dei Tarchi tutti di Crespina, e del consiglio del Comune di Crespina. Rog. da Marc’Antonio Serarrigi da Tojano.
Un’altra provvisione statutaria fu fatta nel 13 di marzo 1573 ab Inc., colla quale fu permesso di disboscare Per condurre a terratico, escludendosi gli alberi da frutto, cioè quelli che servir dovevano per nutrimento dei maiali. Gli statutari furono:
Luca di Giovanni
Niccolajo di Giorgio
Batista di Roberto
tutti del Comune di Crespina, eletti dal Consiglio dei Comuni di Crespina e di Tripalle.
Questi due Comuni sempre così riuniti, presero delli altri provvedimenti le 5 marzo 1595. Si rileva da essi che da dieci anni alla suddetta epoca era cresciuto il diboscare in pregiudizio grande della comunità, e si vede che nonostante le più antiche proibizioni erano stati tagliati delli alberi da frutto, per cui fu statuito che per dieci anni restava proibito il taglio delli alberi fruttiferi, dicendosi che non mancavano in detto Comune legna dolci per scaldarsi e far fuoco; si nominano gli alberi che venivano proibiti, e sono: la quercia, l’iolia, la farnia, i cerri, i castagni, i lecci, gli olmi, i frassini e gli aceri. Parmi di avervi trattenuto abbastanza su ciò che riguarda Crespina, onde passerò ad altro.
Verso Tripalle (Tomo quarto – Lettera tredicesima)
Terminate le mie bagnature, pensai di lasciare il Bagno a Acqua, di dove feci partenza nel dì 19 di settembre 1788 a ore sette della mattina, in compagnia del molto reverendo signor abate Domenico Sarti maestro del Comune di Crespina, che aveva avuta la gentilezza di venire a prendermi per farci così buona compagnia per quel breve cammino. Prendemmo pertanto la strada per Petraja, quindi quella che conduce a Parlascio, la quale lasciata poi a sinistra, tenemmo a destra e c’ incamminammo per quella che conduce a Casciana, e si arrivò all’oratorio della Madonna detta della Cava. Lasciando in alto sulla destra il Castello di Casciana, e poi tutta parte stessa quello di Usigliano e quindi la villa di Vallisonsi in qualche distanza, finalmente alle ore otto e mezzo per alti e bassi, per buone e per cattive vie arrivammo a Belvedere di Crespina, dove andai a smontare presso l’amico mio carissimo il signor dottor abate Ranieri Tempesti, presso di cui trovai a godere di quel bel soggiorno il signor canonico Cosi del Vollia nobil pisano.
Borghi: Bugallo, Fungaia, Loccaia, Pinucci
Il dopo mezzogiorno appena pranzato, per non perder tempo e principiare a veder subito i contorni del paese, andai in compagnia del prelodato signor abate Tempesti verso Tripalle. Cammin facendo si passò presso un luogo detto Bugallo che ci restava a sinistra; e poco dopo altro ne trovammo a destra, detto Fungaja, ove si vede che fuvvi già un piccolo forte, ma sembra per la sua miserabile costruzione, che appartenesse ai tempi estremi della Repubblica Pisana. La Loccaia si a destra che a sinistra fu un altro luogo che trovammo in appresso. Ed approssimandoci a Tripalle arrivammo a un casolare detto il Pinucci, tutti luoghi abitati da contadini e da pigionali.
Da Belvedere fin qui trovai la strada sempre piana e comoda, avendo a destra e a sinistra delle buone coltivazioni, con i campi ben lavorati, e con ulivi e viti da tutte le parti, con dei graziosi punti di vista sul piano, nelle valli e su i colli, ed insomma sul salvatico e sul coltivato, che rendono quella spasseggiata piuttosto amena. Questo tratto di strada lo veddi altresì assai battuto dai contadini, e dai vetturali che vanno e vengono da Livorno e da Pisa, essendo una delle principali strade che facilitano il commercio agrario di quelle colline.
Villa Vallisonsi (Lettera ventitreesima del tomo secondo)
M’incamminai a cavallo per la strada maestra, e tenendo la stessa via fatta due giorni avanti arrivai di nuovo a Cevoli. Passato che ebbi questo castello lasciai a destra la via che conduce alla Pieve del luogo, e prendendo quella inferiore seguitai il cammino verso la Terra di Lari, dove arrivato senza fermarmi proseguii oltre, e alle ore sei arrivai a Vallisonsi, villa de’ signori Ciappelloni di Livorno.
Le strade per le quali passai in questo giorno erano tutte praticate nel tufo, avendo a destra e a sinistra delle buone coltivazioni fatte negli stessi tufi, che trovai nella maggior parte ben addomesticati e ridotti in perfettissime terre. Gli Ulivi, le Viti ed i Grani sono i principali articoli, e se unitamente alla premura del lavorare vi fossero dei migliori metodi di coltivazione, quelle terre sembrerebbero giardini. Per ogni dove incontrai dei soliti Testacei fossili, ma specialmente delle ostriche.
La villa di Vallisonsi resta in un distinto poggetto su quelle Colline, e per andarvi si ascende da tutte le parti, ed ha d’intorno una valle, dalla quale appunto prende il nome. La villa è molto propria, e grande, e ben spartita, ed ha dei buoni annessi; e fra essi una decorosa cappella distante poche braccia da essa sotto il titolo della Santissima Trinità. All’altare vi è un Quadro esprimente la medesima, ed è della scuola fiorentina. Vi si legge appresso l’iscrizione:
D. O. M.
SACELLO HVIC
IN HONOREM SSMAE TRINITATIS
EXTRVCTO AVGVSTINVS SEBAS
CIAPELLONIVS PRO SVO IN RES
SACRAS STVDIO MAIOREM NITOREM
ET STABILITATEM ADIVNXIT
ANNO SALVTID MDCCXXV
Vi è accanto un campanile quadrato, e moderno, che supera la moderazione di una cappella privata, per cui è forse restato senza campane. Le acque dei contorni sono buone, ma essendo un po’ troppo distanti, i signori Ciappelloni per l’uso domestico fabbricarono davanti alla villa una bellissima cisterna.
Da questa villa ebbi l’occasione di osservare che i venti libecci, che salutano Livorno senza che per l’ordinario vi portino acqua, la scaricano poi tutta verso i Monti Pisani dalla parte di Calci, di Buti e di Bientina, e per le adiacenti Colline del Valdarno di sotto.
I libecci combinati con i venti australi spingono le acque con impeto burrascoso anche in queste Colline di Vallisonsi, di Crespina, di Casciana e di Lari, e degli altri vicini Castelli, ma sono di poca durata, venendone riparata la forza dalla giogana dei Monti di Livorno.
Piove per altro assai in queste parti quando i tempi acquosi son caricati a grecale, a levante e a scirocco per cui si trovano ad aver qui molta acqua nell’inverno, e pochissima d’estate.
Le coltivazioni verso Vallisonsi non differiscono da quelle delle altre colline. Ulivi, viti e grani sono al solito i principali articoli. Vi sono dei campi per i vecciati, e nelle Vallate vi seminano pure i granturchi e le saggine.
A questi capi di agricoltura si potrebbe aggiugnere quello dei Castagni non tanto a frutto, ma per fare dei cerchiami, domandando col nome di tallete quei luoghi destinati per quest’ultimo effetto. Per altro questo articolo dei castagni mi parve piuttosto trascurato per sostituirvi quello degli Ulivi, creduto più vantaggioso e di maggior rendita; a poco per volta disfacevano pure delle piccole macchie, ottime per pastura, per ridurle egualmente a coltivazione.
Presso questa villa veddi in abbondanza nei campi seminati a vecciati il lilium pomponicum Linn. che non aveva trovato in nessun’altra di queste Colline.
I terreni di Vallisonsi sono tutti di tufo, fra i quali vi è una prodigiosa quantità di testacei fossili, ma specialmente delle solite ostriche piuttosto grandi, ed alcune chiuse e ripiene di tufo polimorfo, il quale contenendo dei piccoli testacei microscopici, questo solo può servire di vago trattenimento ad un dilettante naturalista.
Tali testacei ancor qui non son confusi, ma si veggono ordinati fra di loro, e gli strati ove posano hanno una perfetta corrispondenza orizzontale con gli altri poggi che circondano quella valle. Quelli poi che sono erranti e sparsi per i campi lavorativi, e inferiori, è manifesto che ci sono stati trasportati come dissi anche poco fa, dalle acque radendo e smottando le pareti laterali della valle, dove restano confusi anche di più atteso le successive lavorazioni dei terreni.
Presso alla casa di un contadino a mezzogiorno della villa, luogo detto Fontecarelli trovai molte concrezioni idiomorfe di pietra calcaria di forma globulare, e internamente disposte a zone e colorite a gradi dall’ocra marziale. Di qui si ha un’amena veduta, specialmente dalla parte che guarda il mare.
Nel trattenermi in quella villa di Vallisonsi mi venne desìo di fare qualche spasseggiata per quei contorni. Andai prima di tutto a Crespina, luogo prossimo alla villa, e dalla quale non è diviso se non da una vallata. Qui m’indirizzai al proposto di essa il Molto Rev. Signor Antonio Filippo Pieri, che trovai garbato ed ilare, nonostante che fosse crudelmente tormentato dalla gotta, e fui di ritorno la medesima sera a Vallisonsi. Ma il giorno dopo tornai nuovamente a Crespina, e andai in una parte di essa, detta Belvedere, con idea di osservare la villa Testa.
Io era in compagnia di diverse altre persone, e con buona parte della mia piccola famiglia, ma senz’altra direzione se non quella che è stata sempre la mia fedel compagna in ogni mio Viaggio. Mi presentai adunque con fiducia, e francamente a una vaga e ridente palazzetta che veddi sul prato della stessa villa, giacché da persona che passava di lì mi fu detto, che quella era l’abitazione del rettore della pubblica cappella che era in poca distanza sul prato.
Fummo cortesemente accolti, introdotti e generosamente rinfrescati. Si vedde con piacere questa vaga abitazione, e quello che di prezioso si conserva in essa. Dopo uscimmo fuori collo stesso soggetto che sì garbatamente ci aveva ricevuti, e divagando su i vari oggetti che mi si presentavano davanti, si seguitava qui ad essere forestieri di fatti e di nome, e la conversazione che passava fra di noi, era solo guidata da quella confidenza che si accorda nell’istante a quelle persone, che prevengono bene con un vantaggioso esterno.
Era naturale che questo trattenimento non dovesse sciogliersi senza adempiere ad un atto di urbanità palesandoci reciprocamente, e così fu fatto. Ebbi allora il piacere d’intendere che io parlava col Signor Dottore Abate Ranieri Tempesti di Pisa, di cui poco avanti io avevo gustato un dotto ed erudito discorso sull’ Istoria Letteraria Pisana. Si legò fin dal quel momento una perfetta amicizia fra di noi, e che sempre abbiamo conservata. Fu egli che più volte mi invitò a passare del tempo su queste amene Colline Pisane; e si deve agli stimoli della sua amicizia, ed alle di lui persuasive se io mi indussi a scrivere questo Odeporico.
I nostri vari discorsi ci distrassero in quel dì da fare ulteriori osservazioni su quella parte di Crespina. Si vedde per altro la magnifica cappella, o piuttosto pubblico oratorio, che è lì presso la villa Testa. Passammo a vedere anche il palazzo e gli annessi; poi ci congedammo, ed io riassociandomi alla mia compagnia, tornammo a sera a Vallisonsi.
Felice Bocci, nel suo volume “Le Colline Inferiori Pisane” pubblicato per la prima volta nel 1901, così parla di Crespina:
CRESPINA
Fu detta anche Piazza di Crespina, delle Colline inferiori pisane, e prese il nome dal sottoposto fiumicello.
Generalmente i nomi dei fiumi sono più antichi del nome del paese, ed è per questo che si crede che il fiume Crespina desse il nome al villaggio, ma, siccome nelle Colline pisane si fermarono varie colonie romane, mi piace accennare che vi fu una famiglia romana detta Crispina, alla quale appartenne Quinto Crispino che fu console nell’anno 546 di Roma.
Risiede Crespina sopra una vaga ed aperta collina che domina a settentrione tutta la valle dell’Arno, a ponente e libeccio il littorale e i monti livornesi, a mezzogiorno ed a levante le Colline superiori pisane e parte della Val d’Era e del volterrano. Dista circa 4 miglia o chilometri 6,600 da Fauglia, che le resta a ponente, tenendo per centro la chiesa, e da Pisa chilometri 26; ma si compone di vari casali, cioè Fungiaja, Guardia Vecchia, Guardia Nuova, Borgo, Piazza e Poggio.
Il sito già occupato dalla sua fortezza o castello è attualmente in gran parte occupato dal cimitero, dove, nella parte inferiore che fa capo alla strada fra la chiesa vecchia e la chiesa nuova, furono scoperti due sotterranei, con qualche arme bianca logorata dalla ruggine, e pochi ordinari utensili.
Era presso il suo castello che stava riunita la sua popolazione, per comodo della chiesa, per maggiore sicurezza, e per il mercato nel luogo detto Borgo.
La totale demolizione del forte avvenne nel secolo XVIII, giacchè, ridotte le sue mura in rovinoso stato, dette perciò le Muracce, furono completamente demolite nel 1710 d’ordine dei Capitani di Parte di Firenze, perchè minacciavano rovina in danno della sottoposta chiesa parrocchiale. È da notarsi che questo poggio, sul quale esisteva il forte, era rivestito da piè fino in cima, come quello di Lari, di mattoni, i quali furono venduti per impiegarli nelle strade.
BORGO, LA PIAZZA E ORATORIO S. FRANCESCO DI PAOLA
Sotto al poggio v’è una riunione di case detta il Borgo, che era chiuso da tre parti, e che fu aperto nell’anno 1855 per farvi passare la strada, la quale anteriormente passava lungo l’esterno del caseggiato dalla parte di levante. In questo borgo era, nel secolo XVIII, la villa Malaspina, e anticamente la Potesteria e le Carceri.
Continuando verso grecale trovasi altra riunione di case detta Filichetto, e quindi la piazza, che è il caseggiato più riunito, ove esiste il pubblico oratorio di S. Francesco di Paola, spettante alla contigua villa già dei Da Paula oggi Alberti, fatto su disegno dei fratelli Melani di Pisa.
Sull’altare trovavasi già una tavola rappresentante S. Francesco, pittura di Tommaso Tommasi, come si rileva dalla seguente iscrizione:
TH. TOMMASI PINX. PISIS. A. D. MDCCXLIII.
Il Tommasi fu allievo dei suddetti Melani.
Sotto l’altare sta la iscrizione che appresso:
D. FRANCISCO DE PAVLA PRECIPVO GENERIS PATRONO SVO FAMILIAE QVAE COMMODO VBALDINVS NICOLAVS PIIS ECCLES. CANON. ET POMPEIVS MARIA
A PAVLE FF. EREXERE INDVLGENTE ILL. D. IOSEPHO SVARESIO DELLA CONCHA PATRIT. FLOR. EQVIT. D. STEPH. EPIS. MINIAT. A. D. MDCCXXXXI.
Annesso è un campanile di mole superiore a quanto sarebbe convenuto a questo oratorio.
L’oratorio fu guastato dal terremoto del 1846.
VILLA IL POGGIO
Proseguendo per la strada trovasi la villa detta del Poggio, di proprietà degli eredi Della Longa, già Lanfranchi.
Sul prato della villa è un oratorio sotto il titolo di S. Francesco d’Assisi, che, quantunque in lunghezza non ecceda braccia 11 e in larghezza braccia 9 e 26, è nella sua piccolezza elegante. Il Mariti, che lo visitò nel 1788, scrisse essere stato disegnato dal Buonarroti, e che in casa Lanfranchi si conservava il disegno originale; che sull’al- tare eravi un S. Francesco d’Assisi della scuola di Santi di Tito. Sotto la mensa dell’altare don Ranieri Tempesti dipinse un S. Antonio Abate, ma oggi nulla più si vede.
GUARDIA NUOVA E SAN ROCCO
Dalla opposta parte trovasi il caseggiato della Guardia Nuova, alto sul livello del mare metri 108, che dopo la piazza è la maggiore riunione di case, ove si trova l’an- tica villa Chiccoli oggi Sgarallino, e più a ovest-sud-ovest un altro caseggiato detto la Guardia Vecchia perchè in tempo di peste aveva il corpo di guardia che doveva in- vigilare sul paese.
Fra questo caseggiato e la via per Fauglia trovasi un pubblico oratorio sotto la invocazione di S. Rocco.
Sulla porta, in quadro di marmo, sta la seguente iscrizione:
PESTIFERA LVE GRASSANTE MANFRIDES MALASPINA MARCHIO FILATTIERIAE ET TERRAE RVBEAE AB IMMINENTI ET PERNICIOSIS- SIMO MORBO CRESPINAE OPPIDO SERVATO PRO- VIDENTIA PROPYSQ. SVMTIBVS AB INCOLIS OI OBSEQY GENERE CVLTVS VT TANTI BENEFI- CII DEVM AVCTOREM SE MEMOREM OMNESQ. GRATOS TESTARE RVR. SACELLVM HOC CONST. RVI JVSSIT QUOD ALACRITER AERE NO- BILIVM ET DIVITVM LABORE ET DILIGEN TI PAVPERVM INCHOATVM IPSE ABSOLVIT DIVOQVE ROCHO DICAVIT SVBQVE PATRONAT. PERPETVO HVIVS COMVNIS ESSE VOLVIT A. D. MDCXXXII,
La tavola o tela dell’altare che v’era al tempo del Mariti, rappresentante la Beata Vergine, San Rocco e Sant’ Antonio Abate, fu dipinta dal Furino. Le lunette della volta, dipinte a olio, rappresentano il Martirio di Santa Caterina vergine d’Alessandria, e le Stimate di Santa Caterina da Siena, e l’Assunzione, ed a mezze fi- gure si vedono il Padre Eterno con angeli ed i ritratti del marchese Malaspina e di suo figlio: il tutto opera dei Gabbrielli pisani e dei fratelli Poli.
Il vaso dell’oratorio fu giudicato dal Mariti piuttosto di buona architettura, e sebbene abbia la tribuna dietro l’altare, a guisa delle antiche chiese, appartiene all’anno 1632. Il fabbricato è di pietre quadrate prese dalle due chiese di Val d’Isola.
CHIESA VECCHIA DI SAN MICHELE
L’antica parrocchiale di S. Michele non ha facciata, e vi si entra dalla parte della strada. Anticamente aveva la porta non in mezzo, ma da una parte.
Fra i ricordi della parrocchia trovasi che fu mutata dopo la peste del 1580, che forse fu una locale epidemia. In quella occasione la chiesa fu ingrandita, e si servirono dei materiali di un’antica chiesa e di altri oratorii che erano pel paese, ma che dai ricordi della parrocchia non si rileva ove precisamente fossero. Nel secolo XVIII vi fu riunita la chiesa di S. Martino, in seguito alla soppressione della sua Compagnia, la qual chiesa era nella stessa linea e della stessa larghezza, divisa solamente da un muro. Così riunita è lunga braccia 52 e larga braccia 11. All’altar maggiore, che è verso ponente separato dal coro, nel 1788 eravi un Cristo in Croce più grande del naturale, buona scultura in legno creduta dal Mariti del Giacobbi pisano.
Alla parete in cornu epistolae v’è un altro altare tutto di marmo, sotto il titolo di S. Ranieri, col quadro di detto Santo opera dell’abate Domenico Ceuli.
Nelle basi dell’altare si leggono le seguenti iscrizioni. In quella in cornu evangelii:
P. VINCENTIVS
DE BENEDICTIS LVCENSIS CIVIS
PRIOR
CRESPINAE CENAJAE MILIANI ET LECCIA E.
Nell’altra in cornu epistolae:
PIORVM ELEMOSINIS
HOC CRESCIT ALTARE ANNO DOMINI
MDCIC.
Nella parte opposta della chiesa, e verso la metà, v’è una cappella coll’altare intitolato alla Madonna del Ro- sario. In fondo alla chiesa è la tavola dell’altare, appar- tenente già alla soppressa Congregazione di S. Martino, pittura del secolo XV, che rappresenta S. Martino, a piè della quale, fra gli ornati laterali in pietra, è la seguente epigrafe:
MVTAVIT REX HABITVM SVVM
ET DESCENDIT IN CASTRA.
In questa stessa parte della chiesa, che è quella ove fu la detta Compagnia, sulla porta, ma internamente, sta scritto:
SACELLVM HOC DISCIPLINATORVM
S. MARTINI ALBITIVS LANFRANCVS
10. PHILIPPI I. V. D. AD HONOREM DEI ET ANIMAE SVAE SAL. AERE PROP.
A FVNDAMENTIS EREXIT A. D. MDLXXVI.
Questa non fu la prima residenza di detti Disciplinati, ma l’avevano in antichissimo oratorio che cederono per uso della presente parrocchia, a condizione che i patroni costruissero questo di S. Martino.
Da un Partito del Consiglio comunale del 30 Settembre 1584 si rileva che l’antico oratorio e stanza annessa erano sul castello, ceduto ad Albizzo Lanfranchi e da lui stato rovinato, e colla materia di esso venne costrutta la chiesa. Su questa e sulla Compagnia vantando diritti Orazio Lanfranchi nepote di Albizzo, il Consiglio deliberò ad unanimità di voti di ricorrere al Magistrato de’ Nove ed al Granduca, per poter levare l’arme Lanfranchi posta sotto detta iscrizione e per far dichiarare il Comune proprietario di dette chiesa e Compagnia. Fu incaricato di rappresentare detto Consiglio Virgilio di Piero Turchi, quale trovasi aver servito più volte il Comune di Crespina in qualità di ambasciatore. Poco dopo, la chiesa della Compagnia detta del Corpus Domini, o chiesa di S. Martino, minacciava rovina, essendosi aperto il pavimento e il muro di testata a causa delle escavazioni fatte nel Cimitero che la circondava da due parti; per cui nel 21 Marzo 1603 gli ascritti a detto pio Sodalizio deliberarono di fare e fecero istanza al Granduca per essere autorizzati a spendere scudi 25 per costruire una loggia in testata, e di sotto fare soltanto due o tre sepolture comuni.
Il campanile sembra costruzione del secolo XVI. È tutto di mattoni, senza intonaco. Nel 1788 aveva quattro campane con le appresso iscrizioni.
La prima, di S. Michele:
VT PER TE VENIANT AD SANCTI TEMPLA MICHELIS GENTES
ASSISTE VIRGO BEATA TVAS TEMPORE PRAEPOSITI ILL. IO. PHILIPPI LANFRANCHI RVBEI, PRIOR LVCAS ANTONIVS MAGNI FVSIT A. D. MDCCLXIII.
Vi è scolpito un porcospino, che è lo stemma di Crespina.
La seconda non ha nome, ed ha l’iscrizione:
TEMPORIS P. VINCENTII DE BENEDICTIS
PRIORIS CRESPINAE A. D. MDCCXVII.
La terza, di S. Martino:
IHS. MRA S. MARTINE. O. P. N. MDLXIV.
La quarta, detta pure di S. Michele:
HIS MRA S. MICHAEL O. P. N. MDCLXIV.
Questa chiesa ha subito varie alterazioni. Fu consacrata il 16 Maggio 1710 da Francesco Maria Poggi, vescovo di S. Miniato, e per giorno anniversario fu assegnato il 16 Giugno. In antico però eravi un’altra chiesa parrocchiale semplicemente curata. Nel 1671 era già prioria, e fu dichiarata Prepositura il 5 Ottobre 1744. Nella data della chiesa hanno tre voci i Lanfranchi di Pisa ed una il Governo.
La chiesa di S. Michele in origine era un privato oratorio, e come chiesa risale al secolo IV, e fu verso la fine di detto secolo che ivi si cominciò a celebrare la festa di S. Michele. Fu ingrandita nell’anno 1580.
Era suffraganea della pieve di Atriana anche nell’anno 983, ed aveva da immemorabil tempo il contitolare di S. Stefano per l’unione della chiesa di S. Stefano di Carpineto.
Nel 1015, per opera di Grimizo vescovo di Lucca, a preghiera del clero pisano, attesa la morte del vescovo di Pisa Guidone da Travella, fu colla sua pieve di Atriano incorporata nella Diocesi di Lucca. Ma durante la guerra fra Lucchesi e Pisani (1165), tutte le pievi appartenenti ai figli del fu Lanfranco, fra le quali quella di Atriana e chiese filiali (Crespina ed altre), essendo state occupate dai Pisani, furono nel 1175 riconsegnate ai canonici Damiani e maestro Pandolfo riceventi per conto del Vescovato di Lucca.
All’estimo del 1260, la chiesa di S. Michele e S. Stefano di Crespina pagava lire 40. In detto anno il Comune di Crespina aveva altra chiesa ancora, col titolo di Santa Lucia, colla rendita di lire 30.
Pare che nell’anno 1346 i beni della chiesa di S. Michele di Crespina subissero delle sottrazioni, giacchè il 20 Aprile di detto anno il Vescovo di Lucca fece un monitorio contro coloro che li occuparono.
Dal verbale di visita fatto alla chiesa dei SS. Michele e Stefano di Crespina dal prete Giovanni, vicario del Vescovo di Lucca, nel 1383, si rileva che il prete Bono erane allora rettore, e che godeva anche del benefizio della chiesa di S. Stefano a Volpaja, già suffraganea della pieve di Miliano, ed esercitava le funzioni spirituali non solo della chiesa di Volpaja, ma anche della pieve di Miliano ridotta in cattivo stato, giacchè il pievano in quattro anni aveva risieduto alla pieve soli tre mesi, mentre si osservò che la chiesa di Crespina si reggeva decorosamente.
Nel 15 Febbraio 1384 fu concesso alla chiesa di Crespina il Fonte battesimale, ma questo non fu eretto, forse per una lite insorta fra Ranieri del fu Permittello da Crespina e Iacopo di Bianco, a causa delle chiese di S. Mi- chele di Crespina, di S. Stefano di Carpineto e di S. Stefano di Volpaja, per la quale nel 26 Gennaio 1400 Niccolò Verdi, auditore delle cause del Sacro Palazzo apostolico, scrisse al Vescovo di Lucca e a don Benedetto abate del monastero della Verruca proibendo innovazioni. In questo tempo, essendo la pieve di Triana in rovina, servi anche a Crespina pel Fonte battesimale la pieve di Miliano; e in seguito anche quest’ultima essendo derelitta, Nicolajo vescovo di Lucca, nel 19 Aprile 1413, autorizzò l’erezione del Fonte battesimale in Crespina nella chiesa di S. Michele.
LE ALTRE CHIESE
L’unione della chiesa della Volpaja alla chiesa di San Michele a Crespina fu fatta da Stefano Trenta, vescovo di Lucca, nel 4 Dicembre 1459, per mezzo di prete Antonio, pievano di Tripalle.
In detto anno la chiesa della Volpaja era in rovina: e siccome rendeva tre fiorini d’oro di camera all’anno, e la chiesa di Crespina ne rendeva otto, cosi questa aveva la rendita, dopo la riunione, di 11 fiorini.
Nel 23 Aprile 1450 lo stesso Vescovo unì alla chiesa di Crespina anche la chiesa parrocchiale dei SS. Iacopo e Cristofano di Tripalle.
Nel 1627 il rettore della chiesa, Michelangelo Lanfranchi, rinunziò la chiesa di Tripalle, e il decreto di separazione fu fatto dal vescovo Noris il 5 Maggio 1628. Dopo il deperimento delle pievi di Triana e di Miliano, la chiesa di Crespina non fu più suffraganea.
In un Campione della chiesa di Crespina trovasi che detta chiesa era solita curare gl’infrascritti popoli, cioè di Miliano e Leccia, di Santa Lucia, di Cenaja, del Cuculasso e di Latignano, che corrispondevano uno staio di grano per ciascun poderaio nel giorno 15 d’Agosto, ossia di Santa Maria, i quali se non volevano esser curati dovevano disdirsi prima del Gennaio. La unione perciò fu casuale e non produsse diritti verso le pievi incorporate. Cuculasso era fra Vicchio e Belvedere, ed ora fa parte della cura di Tripalle, a un miglio da Crespina.
Volpaja era in piano, a piè della collina, circa due miglia a grecale di Crespina.
Carpineto, in piano, a piè della collina, circa a miglia uno e mezzo per la stessa parte.
Santa Lucia, in colle, a circa un quarto di miglio a levante. Era forse quella cappella che Nicolajo vescovo di Lucca concesse a Ranieri, rettore della chiesa di S. Michele, riunendola a questa chiesa, e che si diceva diei fundata, con trasferirvi gli obblighi di Messe e quant’altro lasciato da Gherardo di Lippo Lanfranchi di Pisa. Sorgeva sul poggio di Vallisonzi poco distante dalla villa attuale.
LA CHIESA NUOVA
La nuova chiesa è situata sul poggio soprastante alla vecchia, colla facciata a ponente.
Si ha notizia del nome del suo architetto, della sua inaugurazione e consacrazione, da una lapide alla parete a sinistra di chi entra, del seguente tenore:
QUESTO TEMPIO
DISEGNO
DELL’ARCHITETTO GREGORIO DEL GUERRA CHE GRATUITAMENTE SI PRESTAVA SORTO PER L’OBOLO DEI CRESPINESI PER LO ZELO DEL PROP. GIOVANNI FRANCALANCI FU INAUGURATO SOLENNEMENTE LA SERA DEL 2 NOVEMBRE 1889 CONSACRATO COI SACRI CRISMI IL GIORNO 13 GIUGNO 1891 DA SUA ECC.za ILL.ma E REVma FRA PIO ALBERTO DEL CORONA VESCOVO DI DRASO COADIUTORE DEL VESCOVO DI S. MINIATO
—–
IN AUGURIO DI LIETO AVVENIRE
I CRESPINESI POSERO.
I fondamenti furono gettati nel Febbraio dell’anno 1886.
A destra di chi entra trovasi il troppo modesto Battistero. La chiesa ha una sola navata, ma è grande, sfogata ed elegante: ai lati della crociata, divisa dal corpo della chiesa da due colonne per parte al muro, ha due cappelle, e in ciascuna è un altare, cosicchè coll’altar maggiore tre sono gli altari di questa chiesa; quello della cappella di destra è dedicato al Crocifisso; quello dell’altra cappella, alla Madonna del Rosario; e vi si conserva un’immagine stimata di pennello esimio, ritenuta di Taddeo Gaddi. Sopra il coro è una tavola rappresentante S. Michele, di Andrea Orgagna, sebbene il Da Morrona, nella sua Pisa Illustrata, l’abbia creduta di Giovanni Tempesti; e tanto la Madonna quanto il S. Michele, prima della costruzione della nuova chiesa, erano nella vecchia.
Sopra la crociata sta una elegante cupola. Si sale al presbiterio con due scalini, sul quale sta l’altar maggiore isolato.
L’organo, moderno e contenente buone voci, è situato sopra la porta principale, e nel tendone che lo chiude Adolfo Tommasi, insigne pittore livornese, dipinse Santa Cecilia in estasi in atto di suonare l’organo.
NELLA STORIA
La popolazione di Crespina, dal 1491 in cui era di 250 anime, raggiunse nel 1881 il numero di 1671.
Venendo a parlare delle vicende politiche dobbiamo dire che nell’anno 1332, quando il conte Beltramo, al soldo dei Fiorentini, venne a guastare il contado pisano, il castello di Crespina fu smantellato .
Nel 1345, istigato dai figli di Bacherozzo conte di Mon- tescudajo, si ribellò alla Repubblica pisana.
Nel 4 Luglio 1360 la Compagnia Grande del conte Corrado Lando, al soldo dei Fiorentini, venendo nelle Colline rubò e devasto, fra gli altri luoghi, Crespina .
Nel 1371, ai primi di Giugno, la Compagnia di ven- tura di Giovanni Aguto con Giovanni Dell’Agnello, per- corse pure questa contrada.
Nel 26 Gennaio 1397 i Venturieri di messer Ottobuono Terzo, con molti pedoni e duemila soldati a cavallo, in- sieme a Guido di Asciano, con Ceccolino fratello di Biordo, con altri caporali della brigata di messer Brogliolo, venendo nelle Colline rubarono e devastarono, fra gli altri luoghi, anche Crespina.
Nel 27 Febbraio 1405 l’esercito fiorentino, sotto il comando di Micheletto Attendolo da Cutignola, insieme ad Antonello, assalì e prese il Borgo. Volendo quindi avere il castello e la Rocca di Crespina e trovata resi- stenza, l’assediò, ma gli assediati respinsero più volte i Fio- rentini, i quali, mentre erano intenti a chiudere ogni via al castello e rinforzare l’assedio, furono costretti a lasciare l’assedio stesso per esser giunto un soccorso de’ Pisani di 300 cavalieri e 400 fanti. Però, attaccata la zuffa, i Pisani furono rotti; i soldati del presidio furono, insieme agli abi- tanti del luogo che stavano a difesa del castello, uccisi o fatti prigionieri, salvo pochi che si rifugiarono in un vi- cino castello, rimanendo tutti derubati. Il castello nel dì 6 Marzo rimase ai Fiorentini, che fecero circa 150 prigioni, che condussero a Pisa, uccidendo quasi tutti gli uomini d’arme e prendendo 50 cavalli: il resto dei Pisani si salvò in un vicino castello. Pare che durante il com- battimento il presidio uscisse dal castello per combattere, per cui anche il castello venne in possesso dei Fiorentini, e il presidio fu trattato alla pari dei Pisani.
Giovanni di ser Piero, nei capitoli dell’acquisto di Pisa, scrisse:
Que’ da Crespina furon folli e matti. Vogliendosi tener, da Sforza presi Per forza, furon rubati e disfatti.
La sottomissione fu sottoscritta nel 6 Marzo 1405 da Vanni di Mazzeo e da Giovanni di Manno, sindaci e procuratori per il Comune di Crespina, e il 14 successivo Giovanni di Michelozzo di Giunta, uno dei Dieci di Balia della Repubblica di Firenze, prese consegna del castello.
L’atto della capitolazione fu sottoscritto il 20 Ottobre 1406. In segno di vassallaggio dovè offrire alla Signoria di Firenze il 24 Giugno d’ogni anno un palio.
Nel Marzo del 1431, alla venuta di Niccolò Piccinino al servizio del Duca di Milano, anche Crespina si ribellò ai Fiorentini per ritornare alla soggezione di Pisa, ma nel mese di Luglio di detto anno lo stesso Micheletto, al servizio dei Fiorentini, lo ricuperò, e la Signoria fiorentina, due anni dopo, in pena della sua ribellione, ordinò che si smantellassero le mura del castello e la rocca.
Nei primi del 1495, essendo senza presidio e senza castello, Crespina, dopo di essersi ribellata alla Repubblica fiorentina, fu presa dai Fiorentini, insieme ad altri luoghi; ma il 7 Giugno del 1495 lo riebbero per breve tempo i Pisani. Poi, nell’inverno 1495-1496, i Fiorentini rioccuparono il castello di Crespina, che fu trovato senza presidio. Luca Landucci dice che ciò avvenne non nell’inverno, ma il 3 Agosto 1495.
Crespina, nell’anno 1407, fu fatta sede di una Potesteria di terzo grado, ma nel 1415 fu riunita a Lorenzana che fu scelta a sede del Potesta. Lo Statuto fiorentino dice: Qui Potestas habeat unum notarium, tres famulos, et habeat pro se et omnibus suprascriptis pro toto seme- stri lib. 325 f. p. etc. Et remaneat dictus Potestus in castro Lorenzani, et intituletur Potesteria Lorenzani et Crespinae, cioè: il Potestà doveva avere un notaro, tre fanti e un cavallo, e’ lo stipendio per sẻ e per detti suoi dipendenti di lire 325 con residenza in Lorenzana, e la Potesteria doveva avere il titolo di Lorenzana e Crespina.
Al governo di questa Potesteria stava un cittadino fiorentino popolare e guelfo, prestava giuramento e dava cauzione di lire 2400. Per il criminale Crespina éra sogqetto a Lari.
Questa Potesteria, nel 1491 non esisteva più; ed è da ritenersi che cessasse nel 1474 per soppressione. Può essere che la residenza rimanesse in Crespina, poichè in una carta dell’Archivio delle Riformagioni, riportata dal Mariti, dell’anno 1423, si rammenta Zanobi del fu Ideardo Belfrodotti da Firenze potestà di Crespina, senz’altra aggiunta. E da altra carta del 15 Aprile 1428, pure riportata dal Mariti, si rileva che in detto tempo un tal Giorgio di Vanni di Pietrasanta era nelle carceri di Crespina.
Quella Potesteria aveva soggetti i popoli o Comuni di Crespina, Carpineto, Lavajano, Perignano, Lorenzana, Tremoleto, Fauglia, Valtriano, S. Andrea a Cenaja, Vicchio e Pugnano. E si rileva anche da un’adunanza tenuta nella Potesteria di Crespina nel 1424, come diremo.
Nello Statuto del 1415 si ricordano come soggetti a questa Potesteria anche Carpineto, le ville di Mazzagamboli e Tripalle.
Dopo la soppressione della Potesteria di Crespina rimase soggetta a Lari.
I più antichi Statuti di Crespina sono quelli cominciati nel 1406 e terminati il 17 Aprile 1407, quando era già eretta Crespina in Potesteria ed era potestà Morello di Paolo Morelli cittadino fiorentino. Contengono 155 rubriche, e furono rogati da Andrea di ser Calvano q. Bando da Pescia.
Gli statutari furono Neri di Dotto e Ranieri di Lemmo da Crespina; Antonio di Cristiano e Chele di Profico da Lavajano; Bartolo di Lenzo e Giovanni di Nello da Fauglia; Mico Giunta e Giovanni di Lando da Tremoleto; Colto di Neri da Perignano; Gaspero di Giovanni da Perignano; Gaspero di Giovanni da Vicchio; Datino di Pa- scuccio da Pugnano; Biagio d’Andrea da S. Andrea.
Si comprende facilmente che questi Statuti riguardavano la Potesteria.
Dallo Statuto del 1415 si rileva una variazione, in quanto che riguardava anche Carpineto, Mazzagamboli e Tripalle.
Vi sono anche gli Statuti del Comune di Crespina, co- minciati nel 1414 e terminati nel 1416, che avevano 151 rubriche, approvati dalla Repubblica di Firenze, scritti e pubblicati da Gabbriello di Agnolo di Montelungo del contado fiorentino mentre era potestà di Crespina e Lorenzana il nobil uomo Pagolo di Sandro Paganelli cittadino fiorentino. Gli statutari furono Vanni di Mazzeo e Giovanni di Manno per Crespina, e Menico di Deso per Lorenzana, Carlo di Manno per Perignano, Giovanni di Nello per Fauglia, Michele di Rumo per Lavajano, Francesco di Volpone per S. Andrea, Marco di Ceo per Collealberti, Giovanni di Lio per Pugnano. Valtriano Vicchio e Tremoleto non ebbero statutari.
Nacque dipoi questione se gli Statuti della Potesteria di Crespina fossero o no migliori di quelli di Lari, discordando in alcuni punti; per cui il 29 Gennaio 1423, dalla detta Potesteria, col consenso del Comune di Firenze, si elessero alcuni consiglieri in un’adunanza fatta a Lari, alla quale intervennero i consoli e consiglieri dei Comuni delle due Potesterie. Di Crespina v’intervenne Vanni di Marco. Nel dì 8 Aprile 1424 si adunarono nella Potesteria di Crespina e fu risoluto che in caso di discordanza si dovesse applicare lo Statuto della Potesteria di Lari e si rogò della deliberazione Biagio di ser Urbano q. ser Simone di S. Donato da Prato.
Crespina, nel 1606, formó parte del Capitanato nuovo di Livorno.
Dopo il 1491 venne riunito al Comune di Crespina quello di Tripalle, ed insieme fecero gli Statuti comunali, Quelli fatti nell’8 Dicembre del 1528 contenevano una provvisione relativa ai pascoli ed ai bestiami, e ne furono statutari Matteo di Antonio di Michele da Crespina e Gabbriello di Giovan Battista da Tripalle; consiglieri Luca di Mariano di Nanni, e Michele di Bartolommeo da Crespina, e Francesco di Matteo di Luca e Bastiano di Paolo d’Andrea da Tripalle; testimoni Menico d’Andrea di Pietro da Vicchio, maestro Albizzo di Grado d’Iacopo da Cigoli. Detti Statuti furono fatti in Crespina e rogati da Oliviero del fu Corsino di Borghino da Ponsacco.
Seguirono altre provvisioni relative ai boschi ed ai bestiami nel 23 Marzo 1537 e nel 12 Novembre 1539, essendo console di Crespina e Tripalle Matteo di Giovanni di Bartolomeo, e consiglieri per esso Carlo di Giuliano di Bartolomeo e Marco di Paolo di Marco.
I primi saldi conosciuti sono dell’anno 1550, essendo console Piero di Girolamo de’ Turchi, proprietario della casa comunale già di Giovanni Battista Arrighi posta nel Borgo. A questa epoca in Crespina avevano stanza dei soldati a cavallo dei Serenissimi Manzego e Gian De Lucio, dovendo il Comune pagare la pigione della stalla. Nel 1564 questo Comune aveva il titolo di Comune di Crespina, Migliano e Leccia.
Fecero seguito alle suddette provvisioni statutarie quella de’ 21 Novembre 1570 dei Comuni di Crespina e Tripalle, Miliano e Leccia, per considerare i danni alle campagne, ai boschi ed al bestiame, fatta a cura di Luca di Giovanni, Niccolajo di Giorgio e Pietro di Girolamo de’ Turchi di Crespina, e del Consiglio del Comune di Crespina, rogata da Marc’ Antonio Serarrigo da Fojano. Altra provvisione statutaria è quella del 13 Marzo 1573 che permesse di diboscare per condurre a terratico esclu- dendo gli alberi da frutto per alimento del bestiame; sta- tutari Luca di Giovanni, Niccolajo di Giorgio, Batista di Roberto, del Comune di Crespina, eletti dal Consiglio dei Comuni di Crespina e Tripalle.
Sotto l’anno 1557 trovasi stipendiato per scudi 12 all’anno il maestro di scuola nella persona di prete Tarquinio Siculo, ma dopo il 1580 non si trova più per qualche anno.
Nel 20 Aprile 1578 gli abitanti di Crespina supplicano il Granduca perchè separi dal Comune di Crespina e Tripalle quello di Migliano e Leccia, ciò che non ottennero.
Nel 31 Decembre 1581 nominano il maestro di scuola, forse il primo, nella persona di prete Tarquinio di Francesco di Tommaso Casanuova, coll’obbligo di celebrare la Messa nei giorni festivi, e col salario annuo di scudi 12. Nel Giugno 1587 pende lite fra il Comune di Crespina e Tripalle contro gli abitanti di Migliano e Leccia, che riuscivano di aggravio al suddetto Comune, ed altra lite pende fra il Comune di Crespina ed Orazio e Curzio Lanfranchi.
In altra provvisione statutaria di Crespina, del 3 Marzo 1595, si proibisce il diboscamento per dieci anni dove erano alberi da frutta, essendo rimasto danneggiato il pascolo ed il bestiame.
Nel 1614 il Comune di Crespina affittò i boschi comu- nali ed il pasco al principe cardinale don Carlo de’ Me- dici (†). Altrove si dice Pietro de’ Medici.
Un’ultima provvisione statutaria fatta per Crespina, Tripalle e Tremoleto è del 1647, riapprovata nel 1742 e nel 1757.
Con Partito de’ 13 Ottobre 1773 si dà la condotta medica al dottor Domenico Bardi per lire 350 all’anno, cui tre anni dopo subentra il dottor Luigi Amerighi .
La carta più antica che ricorda Crespina è del 16 Agosto 983, colla quale Tegrimo vescovo di Lucca allivello a Willelmo fu Willelmo i beni della pieve di Atriana, colle decime di Crespina, Carpineto, Lilliana, Valleonculi (forse Valloccoli), Preciano, Castagnecchio ed altri.
Quindi trovasi una carta del di 8 Aprile 1063, rogata nei confini di Crespina da ser Ildebrando notaro volter- rano, colla quale il conte Ugo di Arduino, signore di Volterra, cede al duca Goffredo i diritti che aveva su Volterra allorquando esso Ugo si era ritirato verso Crespina.
Ricorderemo poi il documento del 9 Aprile 1068. Con esso Ugo del fu Guido vendè a Bonifazio del q. Ugo la sua porzione di un pezzo di terra, con una casina o corte nel castello di Miliano, descritti nei suoi confini, e riceve per merito un anello d’oro. Fu fatto in Crespina e rogato dal notaro Ildebrando.
Il 12 Ottobre 1121 Guido di Ungarello e Gisla sua moglie, figlia del fu Benedetto, dona alla chiesa pisana e per essa al suo arcivescovo Attone o Azzo Secondo, il castello di Cenaja e altri beni, fra i quali l’intiera metà di un pezzo di terra con vigna posto nella valle di Crespina. Il 12 Aprile 1204 Enrichetta da Crespina del q. Mincio vendė a Fabiano e Damiano, figli del q. Marcolo, acquirenti anche per Fornaio loro fratello, un luogo detto Poggio dei Castagni nei confini di Tripalle. L’atto fu fatto in Crespina a Valcella, rogato Bartolomeo notaro e giudice. Valcella, o Varcella e Vallicella, è un podere fra Belvedere e Vallisonzi.
Negli Statuti pisani del 1286 si rammenta il fiume Crespina.
II 5 Aprile 1327 Bacciomeo da Crespina, figlio di Ceo di Minuto, riceve il prezzo di due pezzi di terra da lui venduti.
Crespina è rammentata nel testamento di certa Benvenuta di Borgo, vedova di Bonturo da Cevoli, li 28 Gennaio 1334, per certi beni lasciati in usufrutto nei confini di Crespina.
Nel 1338, 6 Settembre, Giovanni del fu Bonino di Crespina, come rappresentante della cappella di Santa Cristina, comprò da Giovanni del fu Gennaro di Pugnano la sua mezza parte del raccolto.
Il 16 Ottobre 1343 prete Giovanni del fu Stefano da Crespina, Lupo e Duccio fratelli e figli di Elia, e donna Casanuova vedova di Elia, venderono a Lemmo del fu Netto da Agnello quattro pezzi di terra posti nei confini di Crespina.
Nel dì 14 Marzo 1411, nel castello di Crespina, fu fatto un contratto di vendita di un pezzo di terra posto alla Fonte di Gello, delle Colline, rogato dal notaro Paolo di ser Bartolomeo da Crespina.
Il 24 Luglio 1412 donna Giovanna, moglie di ser Paolo del fu ser Bartolomeo da Crespina, erede di Saracino del fu Vanni Bavoso e di donna Vannuccia vedova di detto Vanni da una, e donna Cola vedova di detto Saracino e figlia del fu Michele Nocchi dall’altra, fecero compromesso per le differenze di detta eredità in maestro Domenico da Ceuli. Nello stesso castello di Crespina, Paolo di ser Bartolomeo da Crespina, notaro, nel 14 Marzo 1417 rogò un contratto nel quale Martino q. Biagio di Pugnano vende, a Iacopo Orefice del fu Dato di Pisa, un pezzo di terra posto a Gello delle Colline, luogo detto alla Fonte.
Nel 1423 Zanobi del fu Ideardo Belfrodotti da Firenze, potestà della terra di Crespina, ad istanza di donna Maria moglie di Matteo di Carpineto e figlia del fu Bartolomeo da Lari, e ad istanza di donna Maria moglie di Piero da Carpineto e figlia del fu Monaco da Cenaja, aggiudica alcuni beni posti nella Potesteria.
Nel 14 Aprile 1423 Andrea di Giovanni da Crespina e Martino da Lari, eletti arbitri delle surricordate donne, pronunziano un lodo per la divisione dei beni aggiudicati dal Potestà. Dato in Carpineto e rogato da Leonardo fu ser Matteo.
Nel di 1° Dicembre 1427 i consoli ed uomini di Crespina rendevano la pace a Giorgio di Vanni da Pietrasanta, carcerato in Pisa, per tutte le offese e i delitti commessi da lui nel Comune di Crespina. La carta fu fatta nel detto Comune di Crespina, rogata da Gerardo del fu Antonio cittadino pisano.
I nomi dei suddetti consoli ed uomini sono: Piero di Francesco, Menico di Nocco, Pietro di Giovanni, Puccinetto di Cennetto, Lia di Lammo, Cenno di Ciolo, Nanni di Pupo, Iacopo di Mandello, Matteo di Con- ficio, Cecco di Piero, Lotto di Pieruccio, Piero di Lupo, Nanni di Piero, Vanni di Matteo, Giuliano di Piero, Baldo di Lia, Gregorio di Baldo, Lia di Baldo, Iacopo di Baldo, Biagio di Piero, Neri di Michele, Antonio di Berto, Michele d’Andrea, Menico di Buonajuto, Iacopo di Gianni, Mariano di Lia, Nanni di Baldo.
Altro istrumento di pace è del 15 Aprile 1428, che fece Giovanni di Puccio da Colognole allo stesso Giorgio di Vanni da Pietrasanta, che l’aveva derubato di lire 25, per il che era detenuto nelle carceri di Crespina.
Finalmente, nel 17 Gennaio 1429, si stipula un istrumento di pace fra Giovanni del fu ser Buono da Mon- tereale dell’Abruzzo da una, e Pasquino del fu Michele da Crespina dall’altra.
Nel 1549 Roberto di Girolamo da Crespina era camarlingo della Potesteria di Crespina.
Crespina ha un medico ed una levatrice in servizio di questa frazione e di quelle di Cenaja e Tripalle, un maestro ed una maestra. Il medico v’era già all’epoca dell’annessione a Fauglia (1776), come pure vi era una squadra di famiglia e il maestro di scuola.
FAMIGLIA DA CRESPINA E NOTARI
Guidone da Crespina, nell’anno 1164, rogò una carta pisana colla quale si stipulava un imprestito in aiuto di Federigo I, il quale, colle forze dei Pisani e de’ Genovesi, voleva far la conquista della Sicilia.
Saliceto q. Arduino da Crespina, notaro: 1202, 22 Dicembre; 1216, 24 Giugno; 1225, 31 Marzo; 1227, 28 Novembre. Nel 1225 roga in Tremoleto.
Guido di Ranieri, nel 1271 rogò l’elezione del pievano di Tripalle.
Giorgio da Crespina, nel 1292 è scelto elettore pel quartiere di Mezzo in Pisa, pei notari e per il tempo di mesi sei, rieletto poi per altri sei mesi come consigliere del Collegio dei notari il 4 Gennaio. Pagava al Comune di Pisa l’imposta di 14 danari al mese. Nel 1302 fu per due volte anziano; nel 1305 consigliere e ufficiale dei capitani e monitori del Collegio dei notari per mesi sei; nel Marzo e Aprile 1311 e nel Gennaio e Febbraio 1312 anziano.
Montanello da Crespina, appartenente al quartiere di Foriporta, nel 1292 pagava, come notaro, l’imposta mensile di danari 7. Nel 1305 fu eletto notaro, per imporre le gabelle pel quartiere di Kinsica.
Guglielmo di Prosutto, notaro degli Anziani nel Mag- gio e Giugno, Luglio e Agosto 1308, ed è uno degli Anziani pel quartiere di Mezzo nel Luglio e Agosto 1310. Bonaccorso di Giorgio, degli Anziani nel Novembre e Dicembre 1313.
Bacciameo di Cei, degli Anziani nel Novembre e Dicembre 1319.
Paolo di Giorgio, notaro degli Anziani nel Gennaio e Febbraio 1322, notaro e scrivano pubblico degli An- ziani nel Febbraio e Marzo 1324, e nel Luglio e Agosto del 1327 fra gli Anziani.
Paolo di Ser Bartolomeo trovasi in esercizio, come notaro, nel 5 Giugno 1322 e nel 17 Gennaio 1368.
Ser Bartolomeo fu Ser Paolo, nel 1344 in esercizio; nel Marzo e Aprile 1360 e negli stessi mesi del 1361 notaro e scrivano pubblico degli Anziani.
Giorgio fu Ser Paolo, in esercizio nel 1346. Orso del fu Bagliuccio o Bigliuccio, in esercizio nel 1347 e fino al 19 Dicembre 1378; nel Maggio e Giugno 1376 notaro e scrivano pubblico degli Anziani.
Guido di Giovanni da Crespina, lanaiolo, nel Marzo e Aprile del 1357 anziano per il quartiere di Kinsica; nel 1369 uno dei 12 della Compagnia di S. Michele per il buon ordine della città, e anziano per il quartiere di Foriporta nel Marzo e Aprile del 1369 e negli stessi mesi del 1370. In detta epoca fa, insieme ad altri, dei provvedimenti o decreti negli ordinamenti aggiunti al Breve dell’Ordine del Mare.
Guido di Piero, anziano per il quartiere di Foriporta nel Marzo e Aprile 1360, nei detti mesi del 1361 e nel Novembre e Dicembre 1362.
Andrea da Crespina, nel 1369 priore pel quartiere di Mezzo, nel 1370 Marzo e Aprile degli Anziani.
Nocco Tegnano da Crespina, con maestro Francesco da Buti (il primo commentatore di Dante), capi della Compagnia di S. Michele; nel 1369 vanno a Lucca a parlamentare coll’imperatore Carlo IV.
Paolo q. Ser Bartolomeo è notaro e scrivano pubblico degli Anziani nel Gennaio e Febbraio 1377, ed è anziano pel quartiere di Mezzo nei mesi di Novembre e Dicembre 1390; esercita come notaro nel 1381, 1393, 1411, 1412 e anche nel 1417 in Crespina. (Non potendo i notari andare all’esercizio prima dei 25 anni, se si ammette che questo Paolo sia lo stesso di quello del 1322 bisogna ritenere che continuasse a rogare anche dell’età di oltre 90 anni).
Antonio fu Ser Orso esercita nel 1386, e nel 1389, Gennaio e Febbraio, è notaro e scrivano degli Anziani. Arrigo da Crespina, della Cappella di Santa Cecilia, del quartiere di Mezzo, è ricordato nel Libro II di Prestanze del Comune di Pisa.
Paolo da Crespina, di detta Cappella, Giuditta di Borso da Crespina, Menico di Corsino, Bernardo di Battista, e Cristofano detto Pettinaccio, fra i cittadini selvatici del Comune di Crespina.
Diremo infine, a compimento di queste notizie su Crespina, come il 28 Settembre vi si tenga una fiera di bestiami, e nel giorno successivo un’altra di arnesi venatori. L’estimo più antico relativo a Crespina è del 1429, rinnovato nel 1561 e nel 1580; il plantario è del 1422.
BELVEDERE
Questo grazioso casino di campagna e insigne villa, distante circa mezzo chilometro a ostro di Crespina, ha preso il nome dall’amena sua posizione. Essa, nel secolo XV, appartenne ai nobili pisani Del Carretto, che nella parte occidentale vi apposero il loro stemma in pietra, consistente in un campo diviso in due, rosso quello superiore e bianco l’inferiore, contenendo questo tre porci- spini disposti a triangolo. Dalla famiglia Del Carretto, per successione d’Isabella d’Ascanio Del Carretto, passò nella famiglia pisana Del Testa Del Tignoso, da questa ai De Filippi, ed in ultimo ai Savi.
La villa fu rimodernata su disegno dell’ing. Iacopo Piazza, pisano, nel 1777, come si rileva dalla iscrizione che si trova nel parapetto della scala esterna, cioè:
RESTAVR. DAL CON. FRANC.
E CAV. ALESSAND. DEL TESTA L’ANNO MDCCLXXVII.
La scala è a due branche, ed è copia di quella che si vede in Roma nella chiesa dei Santi Domenico e Sisto, dei Padri Domenicani, disegnata dal Pozzi.
Lo sfondo della scala e le figure che sono alla porta del piano terreno furono dipinte dal pisano Giovanni Tempesti. L’architettura è dipinta da Mattia Tarocchi, pisano. V’è anche qualche pittura di Ranieri Tempesti.
Sulle estremità laterali la villa si alza di più, formando quasi due piccole torri. In una di esse, un tempo, si ebbe l’idea di riunire ciò che spettava alla storia dei fossili di queste Colline, ma non si continuò in questo proponimento. Nell’ altra, al tempo del Mariti, si erano riunite le armature per uso del Giuoco del Ponte di Pisa, di cui i signori Del Testa ebbero più volte il comando.
Nel primo salotto, a sinistra di chi entra, dipinse ad architettura il giovine Carlo, figlio di Giovanni Tempesti, pisano.
In cima al giardino, dalla parte orientale, trovasi un tempietto ed un bagno, nel quale è una Venere scolpita in marmo, che prima era nel giardino Lanfranchi da S. Marta in Pisa, acquistata dal sig. Del Testa nel 1774. È di buono scalpello, ma non di Michelangelo, come un tempo fu creduta.
Sul prato è un pubblico oratorio intitolato a Maria Santissima ed a S. Ranieri. È a tre piccole navate, con tre archi e due pilastri per ciascuna ala, ed è a volta lavorata a stucchi.
Dietro l’altare è un coro coperto con bene intesa cupoletta, dipinto a figure e architettura, ed in fronte del quale sta un quadro con una immagine di Maria Vergine col Bambino in collo, a basso rilievo e di terra cotta, opera di Giovanni Gonnelli, detto il Cieco, da Gambassi. L’oratorio fu eretto nel 1775 dalla contessa Cataldi Del Testa Del Tignoso, e successivamente poi fatto da essa per due volte ingrandire col disegno dell’architetto Mattia Tarocchi. Vi dipinse Giovanni Tempesti. La consacrazione ebbe luogo nel di 14 Ottobre 1781. Nella sagrestia si leggono due iscrizioni relative alla consacrazione e alla concessione sovrana ottenuta.
Questa cappella è soggetta alla parrocchia di Crespina, ma ha tanti privilegi che può dirsi coadiutrice.
Il rettore ha l’obbligo di celebrarvi la Messa nei giorni festivi e di spiegarvi il Vangelo nelle domeniche. Per legato della contessa Del Testa, dopo la Messa domenicale, alcune ragazze dovevano cantare una bella parafrasi della Salve Regina, composizione del celebre Giovan Pietro Zannotti, bolognese, musicata dal Sassone, che per la prima volta venne insegnata dalla stessa Contessa, la quale mori nel 10 Maggio 1784 (1 maggio).
Primo rettore del suddetto oratorio fu l’abate dottor Ranieri Tempesti di Pisa, lasciato patrono sua vita natural durante, dovendo dopo di lui passare il patronato all’ Arcivescovo pro tempore di Pisa.
La canonica fu fabbricata nel 1780 dalla Contessa, su disegno del nominato Tarocchi. In essa, e precisamente in un salotto, Giovanni Tempesti vi dipinse dei puttini e il volto di S. Ranieri e della Madonna.
A breve distanza dalla canonica, difaccia alla villa, a 107 metri di altezza, vi è un poggetto di tufo denominato Il Castellare, ove si osservarono fra le coltivazioni i ruderi di un fortilizio, e dietro l’uccelliera, poco distante, nell’anno 1778 fu scoperto un sotterraneo che sembrava spettare a qualche forte.
VALLISONZI
Fu un casale del distretto di Crespina, quindi villa dei Ciappelloni, che passò nella famiglia Scotto e da questa nei principi Corsini. Anticamente ebbe un oratorio sotto il titolo di S. Frediano detto da Crespina, ma oggi non si conosce dai ruderi che il sito che occupava. Conteneva anche la chiesa curata di S. Lucia, la quale era soggetta alla pieve di Triana, e nel 1260 aveva d’estimo lire 30, ed un’altra chiesa detta di S. Frediano.
La chiesa di S. Lucia era di patronato della nobile famiglia Lanfranchi, e nel registro di Collazioni di benefizi della Diocesi di Lucca trovasi l’istituzione, nomina e presentazione di Ceo de’ Lanfranchi come patrono.
Oggi è un casino di campagna di qualche considera- zione nel popolo per i suoi annessi, circa un chilometro a levante di Crespina, posseduto, come abbiam detto, dai principi Corsini. Fu più volte visitato dal granduca di Toscana Leopoldo II che vi si tratteneva qualche giorno, ospite dei Principi anzidetti.
FUNGIAJA
È un casolare a destra della strada che da Crespina conduce a Tripalle, dove il Mariti credè di vedere dei resti di fortificazioni degli ultimi tempi della Repubblica pisana.
LA FIERA DI CRESPINA
di Giuseppe Gioli (pubblicata da Giovanni Pascoli sul suo testo per le scuole medie “Fior da Fiore” nel 1901)
La strada che vi conduce è facilissima; si scende alla stazione di Fauglia e saliti in paese si prende l’unica strada che volti a destra, e dopo un miglio e mezzo o due al massimo siamo al primo gruppo di case di Crespina, che non è un paese tutto riunito. Vecchie piante di olivi ne nascondono tra il loro grigio fogliame le case, sicché andandovi mal ti accorgeresti di esserci vicino se non te ne facessi avvisato un certo frastuono insolito ed un via vai di gente, barrocci e barroccini, tentennio di sonagli e di campanelli di terra cotta, che i ragazzi, in certi dati giorni del calendario destinati alle fiere, si credono in dovere di agitare disperatamente per rompere i timpani al prossimo. Oltrepassato il primo gruppo di case si giunge alla Chiesa e più ‘oltre, procedendo per la via che le discende lungo il fianco sinistro, arriviamo al vero centro del paese dove la fiera è più animata. Una grande quantità di gente di tutte le classi, sempre però campagnuoli, specialmente nelle ore della mattina, si accalca intorno ad un gran numero di civette che svolazzano a ritornello sulle loro crucce agitate dagli allevatori che quasi sempre sono ragazzi di contadini i quali coi denari che ritireranno dalla vendita della civetta hanno già fatto il calcolo di comprarsi la berretta per l’inverno. E qui lodi sperticate per la propria merce, espressioni ed esclamazioni le più curiose, epiteti i più bulli, moccoli e risate sonore da fare un baccano indiavolato.
Più oltre vi è il reparto degli uccelli in gabbia e lì è un vero piacere ad assistere ai canti melodiosi che sciolgono quei piccoli artisti privi del maggior dono che la natura ci abbia concesso, la vista. Molte gabbie sono per terra coperte con cenci o incerate affinchè i piccoli prigionieri non ciechi non si strapazzino troppo alla vista di tanta gente, altre sono attaccate ai muri ove puoi osservare accanto ad un bel calenzolo verde un variopinto cardellino che se ne canta indifferentemente la sua canzone. Appresso una bonicola, dai terrei colori, batte furiosamente la testa contro gli stecchi della gabbia perchè catturata da poco, là più oltre un merlo dalle piume corvine e becco giallo schiamazza, o saltella fischiando l’Inno di Garibaldi.
Ma il primo posto tocca ai filunguelli che col loro canto sonoro fanno echeggiare la ombrosa valle vicina. Venditori di gabbie, di pania, di fischi, tanno a gara ad aumentare il fracasso.
SAN MICHELE 1907
di Lelio Priami (dalla raccolta “Ilesanni” pubblicata dalla Officine Grafiche G. CHiappini – Livorno 1913)
Per le piazze e le strade ben gremite
va, corre lieta, tutta sorridente
invasa dal piacer tutta la gente…
È San Michele che dà tanta vita!
È la giornata a tutti più gradita;
piena di canti, che dà largamente
giubilo al còre, giubilo alla mente…
È San Michele che a goder c’invita!
Anch’io m’inoltro in mezzo a tanta festa,
parlo e sorrido con gli amici miei…
ma cerco intorno il bruno d’una testa:
ma non lo vedo il bruno crin di Lei!
Essa non viene a l’ora si fa mesta;
voglio partir, non mi divertirei!
Vedi anche:
