RICOSTRUZIONE FOTOGRAFICA DELLA FACCIATA
dalla tesi di laurea di Margherita Buselli – Relatore: arch. Michele Zampilli
IL VIDEO PODCAST:
Il complesso è costituito da una successione di quattro corpi di fabbrica, ciascuno con caratteri architettonici molto diversi.
CONTENUTI:
-su sfondo celeste: dalla tesi di laurea di Margherita Buselli, Relatore arch. Michele Zampilli.
-su sfondo arancio: arch. C. Prosperini (*).
-su sfondo grigio: archeologo D. Carbone (*).
(*) ricerche commissionate dal Comune di Crespina Lorenzana
Per approfondimenti: “Crespina e il suo San Michele”, di don Piero d’Ulivo, 1989
Si può articolare la dinamica evolutiva del San Michele in quattro macrofasi: come di seguito descritte:
VIII sec. d.C. (?) – XI sec. d.C. = PRIMA FASE (FONDAZIONE)
Nell’ VIII secolo viene fondato un primo edificio ecclesiastico da privati/notabili longobardi locali nello stesso luogo dell’attuale chiesa; l’origine longobarda è dedotta, oltreché dalla dedicazione micaelica, anche dalle fonti documentarie locali, che segnalano la proliferazione di oratori, chiese e monasteri intitolati a San Michele Arcangelo nel comparto territoriale di riferimento proprio a partire dal 700 d.C.: nel 728, a Valtriano, venne fondato il monastero di San Michele in Pugnano; nel 770, a Sant’Ermo, il nobile Homulus fondò un oratorio detto “San Michele al pozzo”; parimenti si segnala nello stesso secolo l’intitolazione al Santo di almeno altre sei chiese nella diocesi di Lucca.
È importante sottolineare come questo primo edificio, che dovette rimanere strutturalmente immutato sino all’XI secolo, non fosse probabilmente che un oratorio utile alla devozione privata, e non svolgesse funzioni attive di liturgia né di amministrazione dei sacramenti, riservate alla pieve di Atriana, da cui la comunità di Crespina dipendeva; risale al 983 d.C. un documento dell’Archivio vescovile di Lucca con cui l’episcopo Teudigrimo allivellava a tale Willelmo i beni della detta pieve, e quanto le dovevano le comunità da essa dipendenti per i sacramenti (fra le quali è menzionata Crispina): è improbabile quindi la presenza, relativamente a questa fase, di sepolture nell’area (ad esclusione forse di inumazioni isolate appartenenti ai fondatori dell’oratorio e dei loro prossimi; si possono solo congetturare labili tracce strutturali del primo oratorio obliterate dagli interventi successivi.

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XI sec. d. C. – XV sec. d.C. (compreso) = SECONDA FASE (ACQUISIZIONE FUNZIONI LITURGICHE)
Dall’XI secolo Crespina entra nell’orbita della Repubblica di Pisa; la sua influenza porta alla progressiva acquisizione di indipendenza da parte dei villaggi e città del piano e delle colline, dal punto di vista sia civile che religioso; si destruttura infatti l’organizzazione plebana e si valorizzano come poli liturgici delle singole comunità gli oratori e chiese che prima rivestivano soltanto carattere devozionale privato: ci si reca alla pieve ormai solo per il battesimo, ma tutte le altre funzioni sacramentarie sono ormai decentralizzate. I documenti attestano anche per Crispina una dinamica simile: il “Catalogo delle chiese appartenenti alla Diocesi di Lucca” menziona la presenza di un sacerdote amministrante i sacramenti al San Michele nel 1260; nel 1384 fu infine concesso alla chiesa anche il fonte battesimale, e nel 1413 il vescovo ribadì la concessione alla comunità di Crespina del diritto di battezzare i propri bambini nella chiesa di San Michele.
Le fonti non citano eventuali complicazioni strutturali/rifacimenti del complesso originario; è invece possibile supporre per questa fase Basso-Tardo medievale la presenza di sepolture attorno all’edificio (se non subito, almeno dal ‘300/’400, congiuntamente all’acquisizione del diritto al battesimo): secoli più tardi – a inizio Seicento – quando si dovrà rinforzare il campanile, se ne imputerà la scarsa solidità di fondamenta alla prossimità al Camposanto, il cui costante utilizzo aveva indebolito il suolo circostante: è improbabile che tale incisiva “costanza d’utilizzo” sia da circoscriversi al solo Cinquecento, quando le anime curate dal sacerdote erano, carte alla mano, 250 (meglio si capisce un tale indebolimento del terreno se le poche decine -?- di sepolture cinquecentesche fossero andate ad assommarsi a fasi d’uso precedenti).
Di questa fase resta forse quale testimonianza superstite un blocco lapideo, dalla cui facciavista spicca una testina scolpita in stile apparentemente romanico: fu probabilmente recuperato al momento della demolizione della fabbrica medievale, e reimpiegato nell’alzato del campanile cinquecentesco.

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XVI – XVIII secc. d.C. = TERZA FASE (AMPLIAMENTO E RISTRUTTURAZIONE DEL COMPLESSO IN ETA’ MODERNA)
Già all’inizio del Cinquecento il San Michele risulta versare in una precaria condizione architettonica e di statica; nella seconda metà del secolo se ne opera perciò una radicale ristrutturazione, facilitata dal riutilizzo dei materiali di crollo e demolizione del vicino Castello (distrutto dai Fiorentini nel ‘400); non si sa cosa comportò il rifacimento, e quanto fu conservato dell’edificio originario (se lo fu), mentre si sa per certo che la chiesa venne comunque ampliata con l’aggiunta del campanile e della Cappella di San Martino, realizzata dalla famiglia Lanfranchi (oggi indivisa e coincidente con la zona dell’altare maggiore, ma in origine cappella giustapposta alla chiesa, rispetto cui in seguito si abbatterà il muro divisorio).
La cappella di San Martino era la sede della Compagnia dei Disciplinati, un’associazione (formatasi nel 1405) di laici dediti a pratiche di autoflagellazione e attività di misericordia, in precedenza attiva nella cappella del Castello, da cui poi fu costretta a spostarsi quando se ne reimpiegarono i materiali. Per tutto il Cinquecento e il Seicento il Camposanto resta costantemente in uso.

Dopo il 1580 la cappella di San Michele viene modificata radicalmente, e ampliata a nord verso la strada pubblica.
Nel 1680 risultano esistere anche una canonica e una chiostra o piazzetta della casa, che potrebbero coincidere con il piccolo volume situato a lato del campanile, prima della edificazione della sala tra la chiesa e la cappella di San Martino.

In un inventario del 1770 si descrive una nuova canonica di 3 piani posta a lato ovest della chiesa, che coincide con l’attuale edificio dal fronte ottocentesco e probabilmente con il suo prolungamento nell’ultimo edificio.
All’inizio del ‘700 la chiesa ed il campanile vengono ristrutturati e ampliati, e viene realizzato un nuovo altare dedicato a San Ranieri, probabilmente situato lungo il lato nord della chiesa.

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A inizio Settecento -precisamente fra 1710 e 1711- si provvede a spianare il “Poggio”, ossia l’alta collina tufacea su cui in parte insistevano le rovine del castello, da sempre pericolosamente incombente sul complesso del San Michele (si dice “distante da esso non più di sei o sette braccia“: circa quattro metri); il priore Benedetti fece radere il poggio “in forma di semicircolo di braccia quaranta (all’incirca 23 metri) dal cimitero alla canonica, a livello della strada” (…)
In un documento del 1785 il sacerdote rettore richiede l”urgente spostamento del Camposanto, che deve oramai essere fatto“, colpevole di tenere in continuo movimento il terreno circostante le costruzioni: la notizia collima con una statistica del 1745 che assegna alla chiesa la cura di ben 1200 anime.
XIX – XX secc. d.C. = QUARTA FASE
Nell’ Ottocento si avvia la costruzione di una nuova chiesa con annesso Camposanto a monte del “vecchio” San Michele; quest’ultimo resta comunque attivo fino agli esordi del Novecento quale sede della Compagnia, che per un secolo vi celebra regolarmente uffizi, mortori e la santa messa domenicale (a questo periodo può essere ascritta l’aggiunta della “sacrestia”, oggi diroccata.
Con la soppressione delle compagnie religiose voluta dal Granduca Pietro Leopoldo, nel 1785, tutti gli edifici vengono accorpati alla chiesa ed essa viene ampliata anche verso est, includendo tutti i volumi esistenti fino alla ex-Piazza delle Civette. La chiesa riprende l’orientamento canonico con l’altare maggiore verso est, situato ora proprio nella ex-cappella di San Martino.
Dal 1797 al 1801 si realizzano nuovi lavori di restauro della chiesa e l’altare di San Ranieri va ad occupare parte della canonica, a lato est Giovan Battista Tempesti realizza l’affresco di San Michele Arcangelo ed altre decorazioni pittoriche. (Leggi il racconto di questo restauro di Don Piero D’Ulivo)
Alla base del programma di interventi è evidente la necessità di una chiesa più ampia, adatta ad accogliere un numero maggiore di fedeli.
Nel 1846, per finanziare la costruzione della nuova chiesa di San Michele sul poggio adiacente, dove sorgeva la Rocca di Crespina, gli immobili passano in proprietà ad un privato cittadino.
Una planimetria del 1850 illustra l’assetto della chiesa, riproducendo le trasformazioni della fine del ‘700.
Non è individuata la canonica, situata ad ovest oltre l’altare di San Ranieri.

Un dipinto di A. Tommasi del 1885 mostra la parte detta il braccio di San Ranieri privo di aperture al primo piano e la parte della canonica con accesso dalla strada.
I fedeli entrano sia dalla porta principale che da una porta secondaria.


Nel 1924 viene inaugurato il nuovo asilo infantile (sala est del complesso), l’abitazione per le suore, un ambulatorio medico, alcune abitazioni nel corpo ovest. In seguito l’asilo viene spostato ad ovest e la sala est diviene cine-teatro parrocchiale.
Inizialmente erano suore Francescane (dette “Crocefissine”), in seguito suore Benedettine (Santa Geltrude).
Tra il 1969 e il 1984 la sala cinema viene adibita ad attività artigianale, e nel 1984 anche l’asilo viene definitivamente chiuso e suoi locali, a cavallo fra gli anni ‘80 e ‘90, sono utilizzati come sede provvisoria della scuola media.
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IL RESTAURO 1797-1801
Fonte: “Crespina e il suo San Michele” – Don Piero d’Ulivo, 1989
“Il proposto Pieri, abbattendo il muro divisorio con la cappella di San Martino, aveva ampliato la chiesa, ma il resultato non dovette essere esaltante: negli anni immediatamente successivi, il nuovo proposto Giuseppe Citi si trovò infatti ad affrontare la necessità di apportare seri restauri e modifiche al San Michele. “
Già il Mariti aveva sottolineato l’umidità cui era sottoposto il complesso edilizio parrocchiale per aver “a ridosso un poggio di tufo che non è distante da esso se non sei o sette braccia” (quattro metri circa) e l’urgenza di trasferire il Campo santo “il quale mi fu detto doveva essere fatto” perché teneva il terreno circostante le costruzioni in continuo movimento.
Sicuramente a Crespina e a Belvedere il proposto Citi e l’abate Tempesti esaminarono possibilità e progetti, anche radicali; ripiegarono infine sulla soluzione di fare almeno bello quello che non si poteva purtroppo fare solido.
AI Tempesti, da artista quale era, fu riconosciuto il compito di dirigere i restauri della chiesa, per i quali intanto era stata promossa – con successo – una colletta popolare.
Nei restauri si utilizzò l’ex cappella dei Disciplinati (già riunita all’altra parte della chiesa) per trasferirvi l’altare maggiore con il suo Coro e il suo presbiterio; si trasportò l’altare di San Ranieri (che era sul lato lungo la strada) nel luogo dove prima era l’altar maggiore e, infine, si aprirono altre due porte verso l’esterno.
Fu sollecitata la partecipazione del popolo all ‘evento e la risposta fu totale: per molte generazioni è rimasto impresso il ricordo della gente che per due volte andò in processione alla fornace di Belvedere per ritornare indietro, cantando litanie e laudi: il 29 luglio 1799 portando a mano 2250 mattoni appena sfornaciati e il 3 agosto successivo altri 3653, tutti necessari per i restauri della chiesa.
La collaborazione del Tempesti non fu soltanto tecnica ed artistica, ma anche economica giacché intervenne con una cifra rilevante alle spese generali e assunse in proprio la parte pittorica interna e cioè: la pittura ad affresco del San Michele dietro l’altare maggiore (opera del fratello Giovan Battista), la pittura del rinnovato altare del Crocifisso e S. Ranieri, oltre alle pitture d’architettura, figure ed ornati eseguite da lui medesimo nel coro, presbiterio e archi tra le diverse parti della chiesa.“
Quella che segue è la ricostruzione, elaborata in una tesi di laurea, di come doveva essere la chiesa nel 1801, al temine del restauro.
IMMAGINI E FOTO TRATTE DALLA TESI DI LAUREA DI MARGHERITA BUSELLI
RELATORE ARCH. MICHELE ZAMPILLI

dalla: tesi di laurea di Margherita Buselli – Relatore: arch. Michele Zampilli




Cappella di San Michele – Parete dietro l’altare (1797-98)
Relativamente a questo affresco del San Michele vedi anche:
“Storia illustrata degli artisti pisani – Giovanni Battista Tempesti ” – pag 155-158
Stefano Renzoni – Pacini Editore 2021
“Il culto di San Michele a Crespina” – a cura di Luisa Generali
https://www.progettostoriadellarte.it/2020/10/30/il-culto-di-san-michele-a-crespina/













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ULTIMI RESTAURI
- 2009: rifacimento della copertura del teatro.
- 2010-2011: rifacimento della copertura del resto del complesso.
- 2013-2014: restauro dell’interno della chiesa.
- 2018-2019: opere di consolidamento delle fondazioni lato sud-est
Ad oggi è agibile internamente solo la chiesa (ex cappella della Madonna del Rosario)
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Per richiedere visite al San Michele vecchio su appuntamento inviare email a: odeporicaets@gmail.com)
Testo del cartello informativo posto davanti al Vecchio San Michele

Vedi anche:
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