FONTE:
Il concittadino Carlo Pepi importante collezionista d’arte e profondo conoscitore dei Macchiaioli, è l’autore dei seguenti scritti, pubblicati inizialmente sul periodico “La Civetta” e poi raccolti nel volume “Crespina nella pittura dell’800”, editore Pacini, 1986.
SILVESTRO LEGA
Nella villa Tommasi a Crespina, fu in varie occasioni, Silvestro Lega.
Era nato a Modigliana, sull’Appennino Tosco-Emiliano 1’8-12-1826, da ottima famiglia; frequentò l’Accademia di Belle Arti a Firenze; conobbe al Caffè Michelangelo gli altri pittori con cui animò la corrente macchiaiola, divenendone uno dei massimi esponenti assieme a Fattori, Signorini, Abbati, Sernesi, con Borrani, Banti, Boldini, Cabianca, Costa, Cecioni, D’Ancona, De Tivoli, De Nittis e Zandomeneghi.
La prima maniera di dipingere del Lega, risente della Scuola accademica ed in particolare della scuola purista del Mussini; sono di quel periodo le lunette dell’Oratorio di Modigliana ed alcuni ritratti vivi e delicatissimi.
Nel 1861 il Lega abbracciò la maniera macchiaiola di dipingere ed in quel periodo dette sfogo a tutto il suo spirito romantico aiutato dalla relazione con la famiglia Batelli e dipingendo i famosi capolavori: «Conversazione lungo l’argine», «Un dopopranzo», meglio conosciuto come «Il pergolato» di Brera, «La Visita»>, «Il canto dello stornello», «I fidanzati». La serie si conclude, in questo primo periodo detto «di Piagentina», con «Passa il Viatico». È in questo periodo (anno 1870) che si estingue la famiglia Batelli, divorata dalla tisi, gettando l’artista nella disperazione che si nota nella tragicità chiaramente espressa dal quadro.
Dopo alcuni mesi trascorsi nella sua Modigliana, torna al di qua dell’Appennino; nel ’72 è presente a Pisa al capezzale di Mazzini e fissa sulla tela un magistrale «Mazzini morente»; egli era stato sempre un fervente mazziniano ed aveva partecipato nel ’48, assieme ai suoi colleghi di Accademia, alla guerra d’indipendenza. In quell’anno gli comincia ad insorgere una malattia agli occhi che piano piano lo condurrà alla quasi completa cecità.
Fino al ’74 continuò con impegno a lavorare, presentandosi alle più importanti esposizioni; l’attività culminò con «Case a San Gervasio». Poi attraversò un periodo nerissimo tanto che, riferiscono il Signorini ed il Martelli, fu preso da tale scoraggiamento da pensare seriamente al suicidio.
Riuscirono a dissuaderlo il Martelli e soprattutto il Borrani, che gli propose di aprire assieme a lui una galleria d’arte che però dovette presto essere chiusa. È a questo punto che entrò nella sua vita la famiglia Tommasi. Nel ’76 conobbe Adolfo, il quale successivamente lo presentò ai cugini Angiolo e Lodovico e quindi al resto della famiglia. Cominciò a frequentare la loro casa di Bellariva (località lungo l’Arno presso Firenze ed attualmente incorporata dalla città), denominata «La Casaccia», che divenne famosa perché frequentata da molti dei principali artisti e letterati dell’epoca.
L’appoggio di questa famiglia contribuì in maniera forse determinante a rimettere in carreggiata lo sventurato pittore che, circondato dall’affetto e dalla stima di tutti i componenti, si rimise a lavorare impartendo preziose lezioni specialmente al più giovane Lodovico, contraccambiando così le premure e l’ospitalità ricevute.
Sono di questo periodo i bellissimi ritratti eseguiti a molti dei Tommasi, al suo amico-scultore Carnielo e «La madre» ecc. Il periodo di Bellariva culmina con «Don Giovanni Verità a Modigliana», custodito nel Museo G. Fattori di Livorno e con il celeberrimo «Don Giovanni Verità» (1885), conservato nel museo di Modigliana, da alcuni definito il più bel ritratto dell’800.
Don Verità era il prete del suo paese e grande amico di famiglia; riferisce Diego Martelli in uno scritto del 1885: «Dalla natìa Modigliana prese un ricordo storico e raro, facendo in quattro battute, in un giorno di buon umore, il ritratto parlante di Don Verità, per chi non lo sapesse, è il più raro di tutti i preti del mondo, perché è colui che salvò Garibaldi nel 1849 dalle unghie dei signori tedeschi».
Tale ritratto fu eseguito lontano da Modigliana, come del resto lascia intendere il Martelli; dal vero a Modigliana, fu eseguito invece il disegno preparatorio a china conservato in una collezione Crespinese (Il disegno è stato esposto nel novembre 1985 a Modigliana nella mostra celebrativa del centenario della morte di Don Verità curata dal Dr. Daddi). Questo disegno servì anche a Francesco Gioli per ricavare la sua acquaforte di cui una delle rare copie si trova pure nella suddetta collezione.
A questo punto lo stile del Lega si evolve verso un modo più emotivo ed impressionistico, più essenziale; questo anche per necessità a causa della vista sempre più debole. Il suo interpretare i soggetti dà luogo «ad un’intensa trasfigurazione lirica», come dice il Tinti, e non compreso dai suoi contemporanei, continuò nell’indigenza più profonda, nella sua maniera di dipingere, senza mai scendere a compromessi, facendo in piena libertà ciò che riteneva e che molto intimamente ed intensamente sentiva.
Solo i giovani artisti lo stimavano e lo capivano in quanto riusciva ad infiammarli ai nuovi ideali ed alle nuove ricerche, come ci riferisce il Signorini.
Ha inizio così il periodo in cui il Lega si trasferì al Gabbro. Ve lo aveva condotto il suo amico-allievo Angelo Tommasi che lo aveva presentato alla Famiglia Bandini, proprietaria della villa di Poggio Piano situata sotto al paese verso il nostro versante, davanti alla fornace.
Il luogo gli piacque molto e si stabilì accanto all’arco ancora esistente, stando a pensione dalla famiglia Filippi (La storiografia riporta che Egli fu a pensione dall’oste Castagni; ho parlato con la famiglia Castagni del Gabbro ed ho avuto assicurazione che questa circostanza non risulta. La famiglia ha avuto in passato una piccola trattoria nella quale ho an- che mangiato, vi era annessa una piccola bottega, però l’attività non risale fino all’epoca in cui il Lega era in vita al Gabbro. Ho conosciuto invece il figlio di colei che realmente ha ospitato l’Artista: era il geometra Spinelli Vasco, nato nel 1907 e deceduto nel 1981. Aveva un fratello professore di matematica a Fidenza, deceduto all’inizio di quest’anno, ed una sorella ancora in vita a Livorno. I loro genitori si chiamavano Spinelli Gaudenzio e Filippi Carlotta; la famiglia di quest’ultima aveva ospitato il Lega, quando lei aveva 8 anni e fino al raggiungimento del 17° anno. Vasco mi raccontò di aver saputo dalla madre che il Lega era stato per tanti anni in casa sua; gli avevano messo a disposizione per pochi soldi, la soffitta sita proprio accanto a quell’arco che Egli tanto ha reso famoso; loro abitavano sotto. Aveva fatto a Carlotta un ritratto che non le era piaciuto; per diverso tempo, finché fu vivo il pittore, rimase in giro per la casa, alla sua morte finì sopra un mobile del soggiorno. Quando il Lega peggiorò del suo male e fu portato da Gaudenzio Spinelli ad Angiolo Tommasi il quale lo portò all’ospedale a Firenze, ove subito dopo morì, lasciò ovviamente tutte le sue opere in quella soffitta. Quell’ometto striminzito, burbero ed in mal’arnese, non destava nessuna stima di artista nel concetto dei gabbrigiani ed anche la famiglia Filippi si accomunava a questa opinione. Dopo diversi anni che tutti quei lavori avevano ingombrato la soffitta (e ce n’erano molti poiché il povero Lega non riusciva a vendere quasi niente ed i gabbrigiani non li volevano neppure per regalo), fu deciso di riordinarla. Furono portati giù fasci di tele, di disegni, di telai assieme alle poche e mal ridotte suppellettili; vi fu aggiunto il ritratto riposto sopra il mobile della cucina e messo tutto dentro al forno che esisteva accanto alla casa, quindi fu finalmente!!! bruciato tutto!!! Quelle opere sono venute a mancare tutte, alla Storia dell’Arte… )
È questo il periodo in cui il Lega cominciò a venire a Crespina, ospite dei Tommasi.
Questi soggiorni sono stati una grossa fortuna per Crespina: l’hanno immortalata. Infatti il Maestro come era stato folgorato dal paesaggio forte del Gabbro, così rimase colpito da quello dolce di Crespina, se prese in mano tavolozza e pennelli per dipingere (non avrebbe mai fatto una cosa che non avesse sentito prima nel suo intimo).
Fu qui che ebbe inizio il suo ultimo periodo, quello comune- mente chiamato come «il periodo del Gabbro». Egli cominciò a sentire più forte la necessità di spingere ancora avanti la sua arte, a renderla più ardita, più decisa ed incisiva e fece un’altra serie di capolavori che si collocano ai massimi vertici ed all’avanguardia dell’Arte di quel periodo. Dipinse alla fine del 1886 «La chiesa di Crespina» e vi appose la data, documentando inconfutabilmente il momento della sua presenza qui (La chiesa di Crespina era alla fine del 1886 in avanzato stato di costruzione; era stato costruito anche il campanile che si nota nel quadro; successivamente però dovette essere demolito, perché instabile. Anche il muretto trasversale che si nota in primo piano, sulla sinistra, fu poi demolito e fu invece costruito un muro sul lato destro del piazzale per sorreggerlo a salvaguardia della sottostante strada.
Il muretto trasversale citato è il medesimo che appare nell’altro quadro che raffigura la casa dei Tommasi, la quale si trova proprio di fronte alla Chiesa. Da questa casa si dirama da una parte l’attuale via dei Tommasi e dall’altra, l’attuale via Silvestro Lega, avendo l’Amm.ne Com.le accolto una mia proposta. La chiesa fu inaugurata nel 1889).
In quest’opera vi è intrinsecato tutto il suo nuovo stile, la sua poesia, il suo sentimento ed anche la sua rabbia per il profondo dramma che viveva: quello di non essere compreso.
Dipinse la casa dei Tommasi con alcuni componenti la fami- glia di cui l’uomo è quasi sicuramente Luigi (padre dei pittori Angiolo e Lodovico), il cagnolino che appare anche in altre opere ed il parroco dell’epoca Don Francalanci. Nel quadro appare il medesimo muretto della «Chiesa di Crespina», non esisteva a quel tempo la casa che attualmente è posta sulla destra. L’opera è andata perduta, per fortuna era stata pubblicata dal Borgiotti in «La Poesia dei Macchiaioli» con il titolo «Villa a Crespina».
Dipinse «l’Innamorata» scrivendo sul retro in un cartellino: «un pensiero – una ragazza di Crespina».
Eseguì un disegno a matita con raffigurato un paesaggio con un pagliaio e vi appose la scritta: «Crespina 1887».
Queste indicazioni hanno evitato che le opere fossero attribuite genericamente al Gabbro, come succede per dei paesaggi ove non esistono particolari facilmente riconoscibili.
Ho fondato motivo di ritenere che anche l’acquaiola riprodotta in «Appunti e spunti» del Daddi, sia stata eseguita a Crespina, come le opere con il medesimo soggetto e nel medesimo periodo furono eseguite qui dai Tommasi.
Infatti sotto la Chiesa Vecchia c’era una fonte, ove il paese si recava ad attingere acqua; questa caratteristica figura di acquaiola compare, ad esempio, anche nei quadri «Preghiera in campagna» e «Acquaiole a Crespina» (vedi schede di Adolfo e di Angelo Tommasi).
Molto ci sarebbe da scrivere su questo sommo Maestro, ma mi limiterò a ricordare la sua grande sventura. Lui, pittore così grande, non riuscì mai a vedere una sua opera in qualche pubblica galleria; cosciente della sua arte, ci avrebbe tanto tenuto. Gli ripeteva per scherzo il Signorini: «Crepa Vestro e vedrai i tuoi lavori in Galleria!» Ed infatti è stato proprio così; incompreso da vivo e scoperto 30 anni dopo la morte. Capita così a tutti coloro che precorrono i tempi.
Gli ultimi anni il Lega li trascorse nella più profonda indigenza e nella consapevolezza del suo valore, dipingendo al Gabbro pur nella quasi completa cecità. Non riusciva a vendere le sue opere; via via scendeva a Livorno con qualche quadro sotto braccio, ma quasi sempre invano. Ho nel mio archivio due lettere con cui si rivolge al suo allievo ed amico Ulisse Pichi che mi sembra interessante trascrivere:
«Caro Pichi – Gabbro lunedì – Dirigo a lei la scheda per Fanelli che mi farà piacere – consegnargli – Poi vorrei pregarla di passare dal Brizzi il quale ha fissato di darmi una risposta, se ha fatto un affare dei miei quadri – Preferisco però che avessi un’imbasciata per una gabbrigiana, mi mandi Lei un rigo – Gli raccomando di fare di tutto perché ho proprio necessità di denaro – Abbia pazienza se gli dò questo incomodo – Ghezzani e Salmonj lo salutano – Saluti agli amici – Per la risposta può mandarmela a mezzo di una Gabbrigiana. – Lì dal vinaio ce ne capitano sempre -. Una stretta di mano dal suo aff. S. Lega».
L’altra lettera rivela un lato caratteristico dello spirito intransigente dell’Artista e dice:
«Caro Pichi – Gabbro 28 ga.? (illeggibile) · Quell’imbecille e imbroglione del Brizzi seguita a mandarmi lette- re – Sarebbe il caso, che io venissi a Livorno, e gli rompessi il muso; prima perché è ignorante nelle sue lettere, poi, perché quel conto non è mio – No, non è mio, perché i prezzi sono alterati, e gli oggetti sbagliati – Colle buone si può rimediare, con le cattive va a finir male ecc.».
La lettera presenta delle macchie di vernice lasciate dalle mani dell’Artista che coprono alcune parole.
Anche il figlio del pittore Pichi, il Rag. Leonardo (il Sor Nando), nota figura livornese, ancora in vita e mio ottimo amico, mi ha più volte raccontato ciò che aveva sentito dal padre sull’affettuoso rapporto fondato sulla profonda stima reciproca, tra i due artisti; gli insegnamenti ricevuti dipingendo assieme al Gabbro, lo scambio di piccoli lavori e piaceri.
È noto che il Lega aveva una modella al Gabbro soprannominata «La Scellerata» e che secondo le testimonianze che ho raccolto si chiamava Priami. A questo proposito ci riferisce la Sig.ra Giulia Fagioli Bandini (una delle proprietarie della Villa di Poggio Piano, ove spesso veniva ospitato il pittore e dava lezione alle giovani padrone) che verso l’anno 1920 s’imbatté con questa «Scellerata» che al mercato di Livorno vendeva le uova e le chiese se il Lega (che cominciava ad essere famoso) le aveva mai regalato qualche quadro ed ella le rispose: «Una volta mi voleva regalare un mio ritratto, ma io non lo volli. Non mi somigliava punto. Chi l’avrebbe mai pensato che fosse così bravo, il Lega! Quand’era vivo ci voleva del buono e del bello a far comprare i suoi quadri, e ora tutti li cercano».
Al Gabbro ebbe amica anche la famiglia che abitava nella villa immediatamente sopra a Poggio Piano, prima di giungere in Paese, sulla sinistra; inoltre i proprietari della fattoria di Paltratico (località tra il Gabbro e Castelnuovo della Misericordia) ed ovviamente moltissimi gabbrigiani i cui nipoti lo ricordano per averlo sentito rammentare dagli avi.
In quegli anni subì anche l’affronto di vedersi rifiutato, nonostante l’interessamento dei colleghi e del Martelli, l’acquisto di un’opera da parte dello Stato Italiano che invece ne acquistò una, neppure finita, di un artista scomparso subito dopo, nell’anonimato.
Sempre più avvilito ed ammalato, per un tumore allo stomaco che a lungo lo aveva tormentato, dovette decidersi a lasciare il tanto amato Gabbro, per essere ricoverato all’Ospedale di San Giovanni di Dio, in Borgo Ognissanti a Firenze; prima di partire aveva un vestito così consunto da vergognarsene. La signora Clara Tommasi gliene cucì uno in un baleno e Lui si sdebitò con un ritratto. Fu quella la sua ultima opera.
Nel pomeriggio del 20/settembre/1895 Angelo Tommasi accompagnò il suo maestro ed amico all’ospedale.
Il giorno dopo all’alba, Silvestro Lega cessava le sue terrene sofferenze e lasciava il suo nome alla Storia dell’Arte.
Diego Martelli scrisse profeticamente sul «Corriere Italiano»:
«Passerà tempo, purtroppo e le ossa di tutti noi saranno da un pezzo marcite in Camposanto, quando il rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione sapranno delle opere di Lui… E che Egli fu uno dei più robusti, onesti e vigorosi pittori del suo tempo nel quale visse incompreso combattendo in mezzo all’immonda gelatina che costituisce il sub stratum dell’ambiente moderno».
Nel cimitero di Santo Stefano, fuori Porta a Prato, in un modesto cantuccio, vi sarà posta questa lapide:
«Qui / fu sepolto il 22/9/95 / Silvestro Lega / pittore valente / nato a Modigliana nel Dicembre 1826 / non mendicò fama / né mercanteggiò nell’arte / Ma per essa come per la Patria, coscienzioso, schietto e altero / combatté strenuamente / all’avanguardia sempre / il fratello Ettore / addoloratissimo / questa memoria pose».
P.S. (Successivamente il Comune di Modigliana volle riavere i resti del suo figlio e tributargli degne accoglienze; gli eresse una tomba nella parte centrale del Cimitero al lato del suo amico Don Verità ed a entrambi dedicò un museo nella casa del Prete Garibaldino, con l’erezione dei rispettivi monumenti).




matita su foglio




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